Nucleare iraniano, chi sono gli ultimi nemici del disgelo
di ROBERTO TOSCANO*Con il rapporto dell'agenzia nucleare di Vienna, l'Aiea, è scattato infatti quello che l'accordo del 14 luglio definisce "implementation day", ovvero il momento in cui si prende ufficialmente nota del fatto che l'Iran ha compiuto tutti i passi previsti dell'accordo stesso in materia di trasferimento all'estero dell'uranio arricchito, riduzione del numero di centrifughe attive oltre a un'altra lunga serie di limitazioni e controlli.
L'importanza di questa certificazione deriva dal fatto che essa apre la via a un processo, anche se graduale, di eliminazione delle sanzioni imposte all'Iran sia dagli Stati Uniti che dall'Europa.
Il negoziato è …
Con il rapporto dell'agenzia nucleare di Vienna, l'Aiea, è scattato infatti quello che l'accordo del 14 luglio definisce "implementation day", ovvero il momento in cui si prende ufficialmente nota del fatto che l'Iran ha compiuto tutti i passi previsti dell'accordo stesso in materia di trasferimento all'estero dell'uranio arricchito, riduzione del numero di centrifughe attive oltre a un'altra lunga serie di limitazioni e controlli.
L'importanza di questa certificazione deriva dal fatto che essa apre la via a un processo, anche se graduale, di eliminazione delle sanzioni imposte all'Iran sia dagli Stati Uniti che dall'Europa.
Il negoziato è stato lungo (si tratta a partire dal 2003) e complicato sia dal punto di vista tecnico che da quello diplomatico, ma se è vero che una soluzione sarebbe stata già possibile nel 2005, sotto la presidenza del riformista Khatami (quando gli iraniani - ma non americani ed europei - erano disposti ad accettare un accordo non molto diverso da quello raggiunto la scorsa estate) il risultato è stato raggiunto soltanto grazie a una forte volontà politica sia da parte dell'amministrazione di Obama che del presidente iraniano Rohani.
Obama ha voluto soprattutto evitare che l'America fosse coinvolta in un'altra guerra nel Medio Oriente, una prospettiva che in certe fasi della vicenda si era pericolosamente avvicinata; Rohani, appoggiato dalla stragrande maggioranza della popolazione, ha ritenuto che né la sicurezza né lo sviluppo economico del Paese fossero possibili senza rimuovere l'ostacolo della questione nucleare.
Tutto bene, quindi? Si può forse dire che da ieri la via sia libera per la trasformazione dell'Iran in un "Paese normale", capace di interagire con il resto del mondo e perseguire i propri interessi accantonando l'atteggiamento di contestazione e di sfida che hanno caratterizzato gran parte della sua storia successiva alla rivoluzione del 1979? Non solo, ma ora l'Iran potrebbe addirittura contribuire, sulla base di un compromesso, alla ricerca di una soluzione del terribile conflitto siriano.
Gli scettici, che amano presentarsi come realisti, fanno notare che il potere in Iran non è certamente nelle mani di un presidente che nel sistema costituzionale iraniano assomiglia più a un primo ministro, mentre il vero capo dello Stato, cui spettano le decisioni finali anche nel campo della politica estera, è il leader supremo Khamenei. Un leader supremo che, pur avendo autorizzato il negoziato e soprattutto le concessioni iraniane che hanno permesso i necessari compromessi, ha ripetutamente tenuto a ribadire la necessità di non fidarsi degli americani e di non ritenere che dopo la questione nucleare il dialogo con gli americani possa essere esteso ad altri temi. Traspare effettivamente, nella posizione di Khamenei la preoccupazione dei conservatori (una speranza per chi vuole il cambiamento) che l'accordo possa ripercuotersi sul piano interno attenuando ulteriormente una carica ideologica che già da tempo ha dato segno di indebolirsi in un Paese in cui le nuove generazioni stentano ormai ad identificarsi con il messaggio rivoluzionario. Che fare se perdiamo il nemico, il Grande Satana?
Ma sono i fatti a permetterci di superare un superficiale scetticismo. La giornata di ieri non è stata soltanto importante in quanto ha segnato l'"implementation day", ma anche per l'annuncio della liberazione di quattro irano-americani condannati con accuse di spionaggio. Ebbene, appare evidente che non siamo di fronte ad un improbabile atto unilaterale di clemenza, ma al risultato di una trattativa fra Teheran e Washington che comporta, in contropartita, la liberazione di alcuni iraniani detenuti negli Stati Uniti. Che il clima dei rapporti fra Iran e Stati Uniti sia cambiato anche al di là della questione nucleare lo avevamo visto anche qualche giorno fa, quando un gruppo di marinai americani, arrestati dopo che erano entrati per un errore di navigazione nelle acque territoriali iraniane, erano stati liberati dopo meno di 24 ore, con un gesto di evidente buona volontà salutato con un caloroso ringraziamento da parte del segretario di Stato Kerry.
Fatti concreti, fatti significativi. Eppure, accantonare uno scetticismo sistematico non dovrebbe significare abbandonare la prudenza. Molto infatti, in questa vicenda, è dipeso dall'impegno di Obama (e Kerry) e di Rohani (e Zarif), e mentre in Iran le elezioni parlamentari di febbraio dovrebbero confermare la solidità del governo di Rohani, in America le elezioni presidenziali potrebbero cambiare radicalmente la linea politica americana. I candidati repubblicani sembrano fare a gara nel denunciare l'accordo e nel minacciare di renderlo reversibile, sottolineando che l'Iran va mantenuto isolato non solo per il problema nucleare, ma anche per questioni come il terrorismo, l'appoggio ad Assad, e la sua implacabile ostilità nei confronti di Israele. Ma anche volendo dare per probabile l'elezione alla presidenza di Hillary Clinton resta il fatto che sembra difficile dare per scontato un suo analogo impegno - contro buona parte del Congresso, gli alleati arabi e soprattutto Israele - per mantenere la rotta della politica iraniana portata avanti dall'attuale amministrazione.
*Con questo articolo inizia la sua collaborazione con " Repubblica" Roberto Toscano, diplomatico e scrittore già ambasciatore in India e in Iran