Il testimone che ha raccontato di aver visto la sera del 25 gennaio "due agenti di polizia in borghese" agguantare Giulio Regeni e caricarlo su una macchina di fronte alla stazione della metropolitana di Bohooth è un condomino della palazzina nel quartiere di Dokki in cui Giulio viveva. E, in forza di questo, ha offerto nella notte di giovedì al team investigativo di Ros e Sco, che lo ha interrogato negli uffici della nostra ambasciata al Cairo, un secondo, cruciale dettaglio dei suoi ricordi. "So che gli uomini che hanno fermato Giulio alla metropolitana sono agenti di polizia perché erano gli stessi che, qualche giorno prima del 25, avevo incontrato nel nostro palazzo mentre chiedevano di lui. Senza trovarlo".
Sono parole, quelle del testimone, che sembrano luccicare come oro. Perché offrono una possibile chiusura del cerchio. Giulio viene fotografato l'11 dicembre durante un'assemblea dell'opposizione. Due uomini della polizia lo cercano inutilmente in casa nei giorni precedenti la sua scomparsa. Quegli stessi agenti lo fanno sparire la sera del 25. Per poi restituirlo cadavere il 3 febbraio (il corpo sarà trovato "casualmente" da un tassista costretto a fermarsi per un cambio di gomme lungo la strada Cairo-Alessandria) con inequivocabili segni di tortura. Propri delle tecniche con cui gli apparati di sicurezza egiziani spezzano la resistenza dei detenuti politici nelle prigioni clandestine in cui li sequestrano.
Perfetto, verrebbe da dire. E tuttavia - almeno a misurare dall'estrema cautela con cui in queste ore viene valutata e pesata la testimonianza di questo ragazzo dai nostri inquirenti - qualcosa di questo ennesimo passaggio dell'inchiesta sull'omicidio di Giulio sembra girare non esattamente per il verso giusto. Come se questa improvvisa lama di luce nel buio dell'indagine egiziana avesse qualcosa di artefatto. Non fosse altro per la fatica che si fa a immaginare una cabala in cui un solo testimone è sempre al posto giusto nel momento giusto. Nonché a spiegare il silenzio di Giulio nei giorni precedenti il sequestro di fronte ad una circostanza che lo avrebbe dovuto allarmare (come appunto una visita della polizia). Insomma, è come se, dopo il ballon d'essai dei due fermati (poi rilasciati) il giorno stesso dell'arrivo dei nostri investigatori al Cairo, l'impressione fosse quella di un nuovo coniglio tirato fuori dal cilindro delle autorità egiziane in cerca di una via di uscita allo scacco e alla pressione internazionale in cui si trovano.
Conviene allora stare prudentemente ai fatti. E i fatti, allo stato, dicono che il giovane testimone si è presentato spontaneamente alla nostra ambasciata, dopo aver contattato nei giorni precedenti alcuni giornalisti a cui avrebbe riferito la sua storia. Iniziativa molto coraggiosa in un Paese dove chi è testimone di accusa nei confronti della polizia preferisce dimenticare anche il proprio nome. Non solo. Per decidersi al passo, il testimone ha atteso otto giorni. Ha atteso soprattutto il giorno in cui "Repubblica" ha dato conto, nell'edizione proprio di giovedì, della testimonianza, raccolta il giorno precedente, di Eddie Saade, altro condomino della palazzina in cui Giulio viveva, che riferiva di aver "sentito di una visita della polizia nei giorni precedenti la scomparsa". Inoltre, il ragazzo sarebbe stato piuttosto avaro di dettagli sulle circostanze del sequestro di Giulio. A cominciare dal tipo di macchina sui cui sarebbe stato caricato.
Si vedrà dunque se è davvero tutto oro quello che luccica. O se il "supertestimone" è l'ennesima apertura di gioco di una partita dove chi dovrebbe cooperare (le autorità egiziane) sembra governato da una sola ossessione. Capire cosa gli italiani stanno scoprendo e, possibilmente, anticiparne o accompagnarne le mosse.