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Karadzic, nell'aula dell'Aja la fine del sogno sanguinario che distrusse la Bosnia

Con la condanna del Tribunale penale internazionale si è consumato l'ultimo atto dell'ex leader serbo-bosniaco, riconosciuto responsabile del genocidio di Srebrenica e ideatore della pulizia etnica ai danno dei musulmani bosniaci. Fuori, decine di bosniaci venuti ad ascoltare la sentenza. Che però potrebbe vederlo uscire già tra 18 anni
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L'AJA - L'uomo che si faceva chiamare Dragan Dabic non ha battuto ciglio quando il coreano O-Gon Kwon, presidente della giuria, lo ha invitato ad alzarsi in piedi e lo ha dichiarato colpevole di genocidio, crimini di guerra e delitti contro l'umanità, condannandolo a 40 anni di detenzione. Anche con la sua smorfia di noncuranza Radovan Karadzic, pianificatore di pulizia etnica e massacratore di bosniaci, mostrava tutti i suoi 70 anni. Non c'erano più gli occhiali a specchio da golpista sudamericano, le spalle erano più curve che in passato, persino la chioma bianca sembrava meno ribelle del solito. E la consueta aria proterva del leader serbo-bosniaco sarebbe stata fuori luogo nelle sale del Tribunale dell'Aja per la ex Jugoslavia almeno quanto la tuta mimetica con cui si faceva immortalare a Pale, la sua "capitale", negli anni dal '92 al '95. Questo è un sacrario della giustizia internazionale, un punto di riferimento …
L'AJA - L'uomo che si faceva chiamare Dragan Dabic non ha battuto ciglio quando il coreano O-Gon Kwon, presidente della giuria, lo ha invitato ad alzarsi in piedi e lo ha dichiarato colpevole di genocidio, crimini di guerra e delitti contro l'umanità, condannandolo a 40 anni di detenzione. Anche con la sua smorfia di noncuranza Radovan Karadzic, pianificatore di pulizia etnica e massacratore di bosniaci, mostrava tutti i suoi 70 anni. Non c'erano più gli occhiali a specchio da golpista sudamericano, le spalle erano più curve che in passato, persino la chioma bianca sembrava meno ribelle del solito. E la consueta aria proterva del leader serbo-bosniaco sarebbe stata fuori luogo nelle sale del Tribunale dell'Aja per la ex Jugoslavia almeno quanto la tuta mimetica con cui si faceva immortalare a Pale, la sua "capitale", negli anni dal '92 al '95. Questo è un sacrario della giustizia internazionale, un punto di riferimento superstite a cui aggrappare l'Occidente frastornato, non certo uno scenario per show di demagogia nazionalista.

I giudici hanno ribadito che c'era un intento chiaro di commettere omicidi, stermini, deportazioni, secondo un piano ben organizzato. Ma alla fine la sentenza che conferma le responsabilità disumane di Karadzic e lo considera colpevole di dieci capi d'accusa su undici (un'accusa di genocidio è stata respinta, era basata su fatti di diverse località, poco omogenei) rischia di apparire clemente, anche solo di fronte al massacro a freddo nel 1995 di oltre ottomila uomini e ragazzi di Srebrenica, colpevoli soltanto di essere "abili". Non di combattere, s'intende: la condanna  per genocidio vuol dire che l'intento era sterminare un gruppo etnico. In altre parole, sono stati giustiziati tutti i maschi capaci di riprodursi, in un progetto visionario talmente folle da essere difficilmente comprensibile. La sentenza potrebbe essere considerata "leggera" anche di fronte alle sofferenze della popolazione di Sarajevo, assediata, tormentata dai cecchini, straziata dai colpi dell'artiglieria proprio su ordini di Karadzic e del suo braccio destro, il generale Ratko Mladic.

Tanto più che le regole del Tribunale per la ex Jugoslavia prevedono che i condannati debbano scontare almeno due terzi della pena dietro le sbarre. Poi, in caso di buona condotta, le porte della cella si possono aprire. E naturalmente nel computo totale vanno calcolati anche gli anni di carcere preventivo: Karadzic è stato catturato nel 2008, dopo tredici anni di latitanza, quindi ne ha già scontato otto.

Insomma, potrebbe cavarsela, mese più mese meno, con altri diciotto anni di detenzione. Resterà delusa Tima Isacovic, arrivata fin qui dal villaggio di Bratunac, a due passi da Srebrenica, che sperava nel carcere a vita.

Tima ha vinto la fatica dei suoi 73 anni per chiedere giustizia e siede su una panchina fuori dal Tribunale, accanto ad altre anziane bosniache, senza urla né lacrime. Accanto, i giovani della sua zona hanno confezionato un grande manifesto con le foto degli uomini massacrati a Potocari, a Bihac, a Derventa: tante facce contadine, qualche uniforme, e parecchi ragazzi, scomparsi nell'ultima esplosione della pazzia populista europea.

Per il procuratore Serge Blammertz, "giustizia è stata fatta" e la sentenza conferma che "la fiducia riposta da migliaia di vittime è stata onorata". Anche vent'anni dopo l'orrore dei centomila morti, la sentenza è un segnale: la volontà dell'Occidente di restare ancorato ai suoi valori, alla legge, a regole di convivenza non discutibili.
L'uomo di Pale può forse nutrire un filo di delusione, nel ricordo di quando trattava da pari a pari con Richard Holbrooke e soprattutto di quando il mediatore americano - così la racconta Karadzic - gli aveva promesso di fargli evitare un processo in cambio della disponibilità a far avanzare il processo di pace fino a Dayton. Unica condizione, che il leader serbo bosniaco sparisse del tutto dalla vita pubblica.

Karadzic aveva adempiuto, trasformandosi nel dottor Dabic, un medico alternativo con barba lunga e chioma annodata sopra la testa, che esercitava l'omeopatia nel pieno centro di Belgrado. Ma Holbrooke non c'è più, e anzi fino alla morte, nel 2010, il diplomatico Usa aveva negato di aver fatto questa promessa. La Serbia di oggi è molto lontana da quella di Slobodan Milosevic, guarda alla prospettiva dell'Europa invece che ai miti nazionalisti ancorati su Kosovo Polje, anche se non rinuncia a difendere la Republika Srpska sottolineando, per bocca del premier Aleksander Vucic, che la sentenza dell'Aja non cambia nulla per i "cugini" di Pale.

E non ha avuto nessun credito nemmeno il tentativo di Karadzic di proporsi come difensore della tradizione nell'Europa profonda, vagheggiando una minaccia islamica inesistente. Il verdetto dell'Aja fa riprendere fiducia nelle istituzioni, lente e burocratiche ma alla fine efficaci. Perché rimette nella giusta prospettiva una figura inconsistente anche nella tragedia: un piccolo truffatore, uno psichiatra che vendeva falsi certificati medici per far avere l'infermità mentale ai condannati, un aspirante poeta diventato progettista di massacri e teorico della pulizia etnica, che descriveva ai giornalisti come "un'opportunità  per cui i bosniaci dovrebbero essere grati", cioè quella di tornare a vivere fra musulmani, lontani dai serbi. L'ultimo mostro nato dalla pancia dell'Europa si conferma quello che è, un uomo piccolo piccolo.