Esteri

Salah, il grande bugiardo

La segnalazione diramata su Salah, ai tempi della latitanza 
Ha capovolto la linea difensiva, dopo aver annunciato una collaborazione in realtà mai iniziata. Chiede di essere estradato in Francia, in vista di una impossibile battaglia giudiziaria: i legami con la cellula della strage di Bruxelles sono evidenti
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BRUXELLES – Con la spregiudicatezza e la disperazione del baro, nell’udienza per la convalida del mandato di arresto emesso dalla Procura di Bruxelles, aperta e chiusa con l’ennesimo rinvio al 7 aprile, Salah Abdeslam rovescia il tavolo e capovolge la linea difensiva tracciata nelle ore immediatamente successive al suo arresto del 18 marzo. Attraverso il suo avvocato, Sven Mary, fa sapere di aver interrotto una collaborazione annunciata e in realtà mai iniziata con la giustizia belga. Soprattutto, improvvisamente animato da una fretta indiavolata, chiede ora di essere consegnato alla Francia – indicata fino a lunedì scorso come la tomba di un dovuto “giusto processo” – "nel più breve tempo possibile"."Entro una settimana".

Marcire in un supercarcere francese e rispondere di fronte a una Procura e a una corte di Parigi della strage di 130 innocenti appaiono all’unico superstite del commando del 13 novembre il male minore. Come se il Belgio fosse ora il suo inferno in terra. Ma nella mossa c’è del metodo. E un motivo: le stragi di Zavantem e Maelbeek, nonché quanto accaduto tra la notte di lunedì e il pomeriggio di mercoledì. Tra il primo e il secondo colloquio avuto nella sezione di massima sicurezza del carcere di Bruges con l’avvocato Sven Mary.

La sera di lunedì 22, nel carcere di Bruges, sollecitato dal suo legale che è al lavoro sui capi di imputazione contestati dalla Procura federale, Salah giura infatti di non aver mai conosciuto Khalid El Bakraoui. L’avvocato Mary non può immaginare che quell’uomo di cui chiede notizie, di lì a poche ore si farà saltare nel metrò di Maelbeek. Ma, nondimeno, è incuriosito dal possibile legame con il suo cliente. Non fosse altro perché è proprio Khalid El Bakraoui ad aver affittato l’appartamento di Forest dove, il 15 marzo, Salah è sfuggito per un’ultima volta alla cattura. Ed è sembre Khalid ad aver assicurato la disponibilità della casa di Charleroi utilizzata come appoggio la notte prima delle stragi del 13 novembre, dallo stesso Salah, dal ring leader della cellula Abdelhamid Abaaoud e da Bila Hafdi, uno dei kamikaze dello Stade De France. "No. Non conosco El Bakraoui", insiste Salah.

 La menzogna è evidente oltre ogni ragionevole dubbio. E l’avvocato Mary non se ne spiega il motivo. Almeno fino alla mattina di mercoledì quando la Procura Federale identifica Khalid come il kamikaze di Maelbeek. E suo fratello Ibrahim come quello di Zavantem.

Il quadro è a quel punto improvvisamente chiaro. La strage del martedì 22 rende l’annunciata collaborazione di Salah con la giustizia belga una barzelletta buona per i gonzi che vogliono berla. Ormai impossibile da sostenere di fronte a una domanda per la quale Salah non ha una risposta plausibile. E che suona così: perché, tra venerdì 16, giorno del suo arresto, e lunedì 21, Salah, che pure aveva annunciato di voler collaborare, non ha trovato tempo o modo di mettere al corrente Procura e Polizia delle intenzioni dei fratelli El Bakraoui? Perché non ha indicato il luogo e i piani di Najim Lachraoui, l’artificiere che aveva preparato la cintura esplosiva che Salah indossava la notte del 13 novembre a Parigi e di cui si sarebbe liberato nel momento di dare e darsi la morte (le impronte di Lachraoui sono state ritrovate su quella cintura che Salah aveva abbandonato in un cestino dell’immondizia)?

"Perché Salah non era al corrente di quei piani", ha abbozzato ieri l’avvocato Mary nel tentativo di puntellare una situazione improvvisamente disperata. E tuttavia è evidente ormai anche a lui (che, non a caso, appare da martedì scorso improvvisamente meno loquace) che il legame tra Salah e gli autori delle stragi martedì è talmente evidente che a questo punto la sua difesa rischia di restare stritolata dalla formalizzazione di una nuova accusa, quella di concorso nelle stragi del 22 . E questa volta dalla Procura di Bruxelles. Meglio dunque lasciare il Belgio prima che quella nuova contestazione arrivi per poi prepararsi a una battaglia giudiziaria che contesti le ragioni per cui a Bruxelles e Parigi si dovrebbero celebrare due diversi processi su una stessa cellula jihadista responsabile delle due stragi del 13 novembre e del 22 marzo.