Esteri

"L'Egitto scarceri Shawkan", i genitori di Regeni firmano per Amnesty

Il caso. Il reporter detenuto da mille giorni per le foto a un si-in organizzato dalla Fratellanza musulmana. La madre e il padre del ricercatore italiano ucciso al Cairo primi sostenitori dell'appello per il suo rilascio

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ROMA -  "Sono da mille giorni in una prigione senza aver potuto mai vedere un giudice. Mille giorni in una cella grande come una scatola di cerini. Sono innocente e per questo mi rivolgo a voi". Comincia così l'ultima lettera che il fotografo Mahmoud Abu Zeid, detto Shawkan, ha mandato ad Amnesty e che poche ore dopo era sul tavolo della famiglia Regeni. Una lettera che domani sarà alla base all'appello che Amnesty lancerà al procuratore generale egiziano Nabil Sadeq, lo stesso che si occupa del caso di Giulio, e che avrà proprio come primi firmatari Paola e Claudio Regeni, oltre ai loro legali Alessandra Ballerini e Gianluca Vitale.

Lo faranno perché la storia di Shawkan è "quella di troppi cittadini in Egitto" e perché, spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty, "Mahmoud Abu Zeid è un prigioniero di coscienza, in carcere solo per aver esercitato in modo pacifico il diritto alla libertà d'espressione e aver svolto la sua attività professionale". Shawkan è stato arrestato il 14 agosto 2013 mentre era al lavoro. Per conto dell'agenzia londinese Demotix, stava documentando un sit-in convocato dalla Fratellanza musulmana a Rabaa al-Adawiya, uno dei quartieri del Cairo. Doveva essere una manifestazione e invece si trasformò in una mattanza: intervenne la polizia per lo sgombero e negli scontri furono uccise tra le 600 e le 700 persone. "Il peggiore omicidio di massa della storia moderna dell'Egitto" diranno le Organizzazioni non governative. Chi si salvò dalla strage fu arrestato, e tra loro anche Shawkan che come unica colpa aveva quella di aver documentato tutto con la sua macchina fotografica.

Da quel giorno è ancora in carcere in attesa di un giudizio: la prima udienza era prevista due settimane fa ma è stata rimandata perché la cella in cui era rinchiuso, nell'aula di giustizia, era troppo piena. "Perché il governo egiziano - scrive nella sua lettera - ha deciso di lasciare in pace i nemici della Fratellanza e dell'Is per impartire una dura lezione a un giornalista che non ha affiliazione politica se non quella alla sua professione, un giornalista che ha risposto alle richieste del governo di seguire lo sgombero del sit-in di Rabaa al-Adaweya? Mi chiedo: non è abbastanza aver trascorso 1.000 giorni in una detenzione ingiusta? Mille e una notte? Perché impediscono ai miei anziani genitori di vedermi dopo aver fatto un viaggio di quasi un giorno e mezzo per portarmi cose di cui avevo bisogno? Sono solo un giornalista che svolgeva il suo dovere lasciato a marcire in una prigione per mille giorni senza poter vedere un giudice".

Le accuse rivolte a Shawkan sono le più varie: si va dall'adesione a un'organizzazione criminale all'omicidio, ma soprattutto gli viene contestata "la partecipazione a un raduno a scopo di intimidazione per creare terrore" e il "tentativo di rovesciare il governo". "Noi chiediamo - dice Amnesty nell'appello - che le accuse nei suoi confronti vengano annullate e che, in attesa del rilascio, riceva tutte le cure mediche di cui possa aver bisogno".

(c.b. e g.f.)