Londra, l'altra Oxford street: viaggio nel centro di riabilitazione per jihadisti
Enrico Franceschini, dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINIAccanto alla via dello shopping la sede di Ave, l'associazione privata Against Violent Extremism i cui membri sono tutti ex-estremisti. Il motto: “Aiutiamo ex-terroristi a reinserirsi e ogni membro acquisito è un estremista di meno nelle strade”
LONDRA – “Per dieci anni ho organizzato l’infiltrazione di jihadisti nella polizia e nell’esercito dei paesi arabi moderati con l’obiettivo di creare un grande Califfato islamico. Per dieci anni ho reclutato jihadisti in Inghilterra. Adesso cerco di convincere i giovani musulmani, qui e in Medio Oriente, che la guerra santa non è la risposta ai loro problemi”. Barbetta sul mento e sguardo sfuggente, Rashad è un ex-terrorista passato all’antiterrorismo. Ma la poltrona su cui è seduto non si trova negli uffici del servizio segreto britannico: è in un’anonima palazzina all’angolo con Oxford street, la via dello shopping londinese, nella sede di Ave, acronimo di Against Violent Extremism, una “charity” ovvero un’associazione di beneficenza privata i cui membri sono tutti ex-estremisti. Di ogni parte del mondo. Di ogni orientamento. Nel cubicolo di vetro accanto al suo, c’è un e…
LONDRA – “Per dieci anni ho organizzato l’infiltrazione di jihadisti nella polizia e nell’esercito dei paesi arabi moderati con l’obiettivo di creare un grande Califfato islamico. Per dieci anni ho reclutato jihadisti in Inghilterra. Adesso cerco di convincere i giovani musulmani, qui e in Medio Oriente, che la guerra santa non è la risposta ai loro problemi”. Barbetta sul mento e sguardo sfuggente, Rashad è un ex-terrorista passato all’antiterrorismo. Ma la poltrona su cui è seduto non si trova negli uffici del servizio segreto britannico: è in un’anonima palazzina all’angolo con Oxford street, la via dello shopping londinese, nella sede di Ave, acronimo di Against Violent Extremism, una “charity” ovvero un’associazione di beneficenza privata i cui membri sono tutti ex-estremisti. Di ogni parte del mondo. Di ogni orientamento. Nel cubicolo di vetro accanto al suo, c’è un ex-suprematista bianco. Nel successivo, un ex-guerrigliero dell’Ira, il dissolto esercito clandestino indipendentista nord-irlandese. Più in là, un ex-affiliato a una gang di strada della periferia di Londra: anche la violenza indiscriminata è estremismo. Parafrasando Marx, in effetti, il motto di Ave potrebbe essere: estremisti di tutto il mondo, unitevi. Per combattere l’estremismo.
Considerato chi sono, incontrarli non è semplicissimo. Sul sito di Ave non c’è indirizzo. Sul campanello del portone dove ti dirige un email, c’è il nome di un’altra società. In ascensore, il pulsante del piano corrispondente è l’unico senza targhetta di identificazione. Niente targhe neanche alla porta d’ingresso. Ti aspetteresti, quando finalmente si apre, di essere perquisito da un corpulento buttafuori. Invece ad aprirla è una ragazza bionda, occhi azzurri, minigonna, aspetto da fotomodella. L’aspetto inganna: Tanya Silverman ha un padre ebreo metà polacco e metà russo, una madre musulmana turca, un diploma in una scuola cattolica e un master in relazioni internazionali. E’ insomma perfetta per la parte di coordinatore mediatico dell’organizzazione. “Teniamo un basso profilo”, ammette. “Ho chiesto l’autorizzazione a un superiore, prima di riceverla”.
Spiega che Ave fa parte dell’Institute for Strategic Dialogue, una think tank operativa dal 2012, nel cui consiglio di amministrazione siedono ex-generali delle forze armate britanniche, ex-funzionari della Casa Bianca, docenti universitari, esperti di geopolitica. I loro finanziamenti non vengono da governi o istituzioni pubbliche, bensì da Google, Facebook, Twitter e GenNext, “prossima generazione”, una fondazione americana privata di cui fanno parte alcuni cervelloni dell’economia digitale. “Collaboriamo con i servizi di sicurezza su vari progetti di antiterrorismo”, afferma Tanya, “ma restiamo indipendenti. Identificarci con un governo ci farebbe perdere credibilità tra il nostro pubblico di riferimento”.
L’obiettivo di Ave è contrastare ogni forma di estremismo. Su internet, dove l’estremismo dilaga – perciò i giganti del web sostengono l’iniziativa. E nella società. “Aiutiamo ex-estremisti a reinserirsi e ogni membro acquisito da Ave è un estremista di meno nelle strade”, precisa la coordinatrice. “E organizziamo incontri informali, campagne digitali, attività nelle scuole, nei quartieri, nelle moschee, in cui i nostri membri raccontano la propria esperienza. Sentirsi dire da un ex-terrorista che il terrorismo è sbagliato può suonare più convincente che se a dirlo è un poliziotto”.
E’ una missione pericolosa? Non c’è il rischio di essere accusati di tradimento, di subire vendette? “E’ più pericoloso fare la vita dell’estremista”, risponde Rashad, l’ex-reclutare di infiltrati e jihadisti. “Ritrovarsi con persone che hanno fatto il medesimo percorso, passate dall’impegno per la violenza all’impegno per la pace, è un grande conforto. Lasciare un’organizzazione estremista può farti sentire isolato. Qui troviamo comprensione e solidarietà”. Cosa spinse lui, giovane musulmano britannico, ad arruolarsi in Hizbut Tahzir, il gruppo rivoluzionario islamista vicino all’Is che aspira a creare un Califfato globale? “Non ero contento di me stesso. Non mi piaceva come il mondo trattava me e i miei simili. Credevo ingenuamente che la costruzione di un mondo migliore passasse per una sanguinaria rivoluzione mondiale”. E cosa gli ha fatto cambiare idea? “Gradualmente ho capito che l’ideologia estremista era falsa sotto ogni punto di vista, politico, economico, religioso. Sono sempre musulmano, ma non penso più che tutti i cristiani e gli ebrei siano miei nemici”.
L’ex-estremista della porta accanto usa parole analoghe. “All’inizio ero a disagio a parlare con neri, musulmani, minoranze, poi li ho sentiti miei simili”, dice Arno, l’ex-razzista bianco. “Ho imparato che sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono”, dice Yasmin, una giovane con il velo islamico. “Mi avevano insegnato a credere nel Dio dell’odio, ho scoperto che Dio predica amore”, dice Abdullah, un altro ex-militante jihadista. “La violenza è come una droga, crea dipendenza”, dice Henry, l’ex-guerrigliero dell’Ira. Fuori, nel traffico indiavolato dello shopping di Oxford street, risuonano i canti di un gruppo di Hare Khrisna. Dentro la sede di Ave, ex-estremisti di tutto il mondo cercano di redimersi e di dissuadere altri dal fare la loro stessa scelta.
Considerato chi sono, incontrarli non è semplicissimo. Sul sito di Ave non c’è indirizzo. Sul campanello del portone dove ti dirige un email, c’è il nome di un’altra società. In ascensore, il pulsante del piano corrispondente è l’unico senza targhetta di identificazione. Niente targhe neanche alla porta d’ingresso. Ti aspetteresti, quando finalmente si apre, di essere perquisito da un corpulento buttafuori. Invece ad aprirla è una ragazza bionda, occhi azzurri, minigonna, aspetto da fotomodella. L’aspetto inganna: Tanya Silverman ha un padre ebreo metà polacco e metà russo, una madre musulmana turca, un diploma in una scuola cattolica e un master in relazioni internazionali. E’ insomma perfetta per la parte di coordinatore mediatico dell’organizzazione. “Teniamo un basso profilo”, ammette. “Ho chiesto l’autorizzazione a un superiore, prima di riceverla”.
Spiega che Ave fa parte dell’Institute for Strategic Dialogue, una think tank operativa dal 2012, nel cui consiglio di amministrazione siedono ex-generali delle forze armate britanniche, ex-funzionari della Casa Bianca, docenti universitari, esperti di geopolitica. I loro finanziamenti non vengono da governi o istituzioni pubbliche, bensì da Google, Facebook, Twitter e GenNext, “prossima generazione”, una fondazione americana privata di cui fanno parte alcuni cervelloni dell’economia digitale. “Collaboriamo con i servizi di sicurezza su vari progetti di antiterrorismo”, afferma Tanya, “ma restiamo indipendenti. Identificarci con un governo ci farebbe perdere credibilità tra il nostro pubblico di riferimento”.
L’obiettivo di Ave è contrastare ogni forma di estremismo. Su internet, dove l’estremismo dilaga – perciò i giganti del web sostengono l’iniziativa. E nella società. “Aiutiamo ex-estremisti a reinserirsi e ogni membro acquisito da Ave è un estremista di meno nelle strade”, precisa la coordinatrice. “E organizziamo incontri informali, campagne digitali, attività nelle scuole, nei quartieri, nelle moschee, in cui i nostri membri raccontano la propria esperienza. Sentirsi dire da un ex-terrorista che il terrorismo è sbagliato può suonare più convincente che se a dirlo è un poliziotto”.
E’ una missione pericolosa? Non c’è il rischio di essere accusati di tradimento, di subire vendette? “E’ più pericoloso fare la vita dell’estremista”, risponde Rashad, l’ex-reclutare di infiltrati e jihadisti. “Ritrovarsi con persone che hanno fatto il medesimo percorso, passate dall’impegno per la violenza all’impegno per la pace, è un grande conforto. Lasciare un’organizzazione estremista può farti sentire isolato. Qui troviamo comprensione e solidarietà”. Cosa spinse lui, giovane musulmano britannico, ad arruolarsi in Hizbut Tahzir, il gruppo rivoluzionario islamista vicino all’Is che aspira a creare un Califfato globale? “Non ero contento di me stesso. Non mi piaceva come il mondo trattava me e i miei simili. Credevo ingenuamente che la costruzione di un mondo migliore passasse per una sanguinaria rivoluzione mondiale”. E cosa gli ha fatto cambiare idea? “Gradualmente ho capito che l’ideologia estremista era falsa sotto ogni punto di vista, politico, economico, religioso. Sono sempre musulmano, ma non penso più che tutti i cristiani e gli ebrei siano miei nemici”.
L’ex-estremista della porta accanto usa parole analoghe. “All’inizio ero a disagio a parlare con neri, musulmani, minoranze, poi li ho sentiti miei simili”, dice Arno, l’ex-razzista bianco. “Ho imparato che sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono”, dice Yasmin, una giovane con il velo islamico. “Mi avevano insegnato a credere nel Dio dell’odio, ho scoperto che Dio predica amore”, dice Abdullah, un altro ex-militante jihadista. “La violenza è come una droga, crea dipendenza”, dice Henry, l’ex-guerrigliero dell’Ira. Fuori, nel traffico indiavolato dello shopping di Oxford street, risuonano i canti di un gruppo di Hare Khrisna. Dentro la sede di Ave, ex-estremisti di tutto il mondo cercano di redimersi e di dissuadere altri dal fare la loro stessa scelta.