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Un calcio all'Is: in Belgio la lotta ai foreign fighters inizia dallo sport

Un sindaco socialdemocratico ha costruito campi da calcetto e basket a Vilvoord, comune a nord di Bruxelles, una delle "capitali" dei foreign fighter. E da quasi due anni non parte più nessuno 

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Da Vilvoorde non parte più nessuno. L'ultimo se n'è andato 23 mesi fa, convinto che i veri musulmani debbano per forza raggiungere il Califfato. Lui era il numero 28. Poi, basta. Perché nel comune dove non c'è niente, un campo di calcetto costruito sotto un'autostrada e un borgomastro socialista convinto della forza del dialogo sono riusciti a fermare l'emorragia di una generazione smarrita.
 
La capitale dei foreign fighter
Vilvoorde, 43mila abitanti di cui 11mila immigrati per lo più di origine magrebina. La chiamano la "capitale dei foreign fighters". Nessun altro comune europeo ha un tasso così alto di partenze per la Siria come questa cittadella fiamminga a nord di Bruxelles: 28 jihadisti spariti dall'inizio del 2012 al maggio 2014, uno ogni 1.535 abitanti. Nemmeno Aarhus in Danimarca (34 casi su 340.000 cittadini) che è stata costretta a lanciare programmi di deradicalizzazione, o la stessa Anversa dove anni fa si è acceso il focolaio di Sharia4Belgium, hanno una concentrazione così alta.

"Sono tutti nati a Vilvoorde, alcuni andavano a scuola con mia figlia. Sono scomparsi dal giorno alla notte: il più giovane ha 17 anni, il più anziano non supera i 30". Hans Bonte negli anni Ottanta lavorava nei servizi sociali di Molenbeek. Fa parte del Sp.A, il partito socialdemocratico fiammingo, e da 3 anni e mezzo è sindaco di Vilvoorde. L'ha vissuta tutta, la stagione delle partenze. "Non erano musulmani praticanti, non frequentavano la moschea né osservavano il ramadam. Quasi tutti avevano forti conflitti in famiglia o precedenti penali per spaccio o piccoli reati". Il bacino del disagio dove ha pescato a piene mani l'imam reclutatore Fouad Belkacem, fondatore di Sharia4Belgium. Una presenza costanze a Vilvoorde tra il 2010 e il 2012.

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Il campo di calcetto
"Li conosco personalmente tutti, uno per uno", racconta Moad El Booudati, seduto su una panchina sotto il ponte dell'autostrada che passa a un centinaio di metri dal municipio di Vilvoorde. "Il primo  a partire fu un 19enne di origini marocchine molto carismatico". Alle spalle di Moad, dei ragazzi stanno inseguendo un pallone su un tappeto di erba sintetica con le porte di ferro. Al posto del cielo, il cemento armato scanalato del viadotto.

"Questi campi di calcetto e di basket sono l'unico centro di aggregazione per i giovani di Vilvoorde", dice Moad, che ha 26 anni e collabora con il comune per tenere la sua generazione lontano dalla jihad. C'è sempre qualcuno sotto il ponte: minorenni che giocano, mamme con i passeggini, gli studenti quando escono dalle tre scuole superiori della città. "Da quando sono stati ristrutturati i campetti, le partenze sono diminuite. Ma ancora mancano ong, associazioni, centri ricreativi... La vicina Mechelen, che certe strutture le l'ha, ha il doppio di musulmani e neanche un foreign fighter".
 
I settanta che sono rimasti
Trovare spazi per la gioventù di Vilvoorde è stato il primo punto del programma del socialdemocratico Hans Bonte. Un campo di calcetto incastonato tra i piloni di un'autostrada non poteva bastare a bloccare il flusso verso la Siria, ovviamente. Allora ha messo in piedi una "rete di salvataggio", coinvolgendo le scuole, i club sportivi, la polizia, la moschea, i servizi sociali: l'idea è stata convogliare tutte le segnalazioni di comportamenti a rischio al deradicaliseringsambtenaar, l'ufficio comunale per la de-radicalizzazione. "Abbiamo raccolto alert su una settantina di ragazzi - spiega Bonte - li abbiamo incontrati, ci abbiamo parlato e li abbiamo aiutati a trovare un lavoro. Qualcuno aveva cominciato a simpatizzare per l'Is, o a girare in compagnia di soggetti già radicalizzati, oppure si era fissato coi filmati del Califfato. Due ragazzine di 15 e 16 anni erano affascinate dall'ideale del guerriero islamista: erano pronte ad andare in Siria, ma le abbiamo convinte che stavano per fare una sciocchezza. Non abbiamo avuto più partenze dal maggio del 2014".
 
I Kamikaze Raiders
Altra misura decisa dal borgmastro, che è anche capo della polizia locale, è stata togliere la cittadinanza ai foreign fighters. Dei 28, ne sono tornati 7: tre sono in carcere, uno è in libertà perché "perfettamente reinserito nella società", due sono in ospedale, uno è morto in uno strano incidente di moto. Su quest'ultima storia vale la pena soffermarsi, perché intreccia quella dei Kamikaze Raiders, una banda di bikers fondata dal predicatore salafita Said Souati arrestato nel dicembre scorso perché sospettato di preparare un attentato a Bruxelles. Per la polizia belga i Kamikaze Raiders non si limitano alle scorribande sulle strade, sono dei veri reclutatori di jihadisti. E sarebbero coinvolti, secondo indagini ancora in corso, con la morte del reduce.
 
Le radici dell'odio
Ma perché Vilvoorde? Cos'ha di particolare questo borgo anonimo, che non naviga nell'oro ma nemmeno è poi così degradato? Moad non ha dimenticato come è cominciato il biennio dell'"emorragia". "Dopo le iniziative del predicatore Belkacem, ci fu uno scontro alla moschea: un gruppo di fanatici guidati da Jean-Louis Denis distribuiva volantini pro al Qaeda all'ingresso, fino a quando non è uscito l'imam Mimoun e li ha cacciati. Tra loro c'era anche un ragazzo che si vede nei video in Siria di Abdelhamid Abaaud". Il punto è che usavano argomenti che potevano far presa, nel clima generale di quel periodo. "Il Belgio aveva vietato alle donne musulmane di indossare l'hijab e il burqa, poi decise di appoggiare gli Stati Uniti in Afghanistan: tutto ciò era visto come un attacco all'Islam". E' così che Vilvoorde ha perso una ventina dei suoi ragazzi.