Esteri

La guerra di Topolino tra Shanghai e Hong Kong

Pronto il parco Disney cinese voluto da Pechino, il più moderno, grande e ricco del mondo

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PECHINO – Dalla Borsa alle montagne russe: lo scontro tra Shanghai e Hong Kong per la leadership asiatica del business accende i riflettori del divertimento sul palcoscenico della finanza. Sulla Cina incombe la 'guerra di Topolino' e la data del suo inizio, più volte rinviata, adesso è fissata. Il 16 giugno saranno aperti i cancelli del nuovo parco Disney di Shanghai, il più moderno, grande e ricco del mondo, e nel vecchio resort tematico dell’ex colonia britannica sono già partite le lettere di licenziamento per i dipendenti in esubero. Non è solo una lotta economica e turistica. Sulle giostre di ultima generazione e sui divi dei cartoon made in Usa, lungo il triangolo Pechino-Shanghai-Hong Kong, si gioca la più delicata delle partite politiche affrontata dai leader rossi a partire dal 1989, l’anno di piazza Tiananmen. La Cina, anche grazie al soft-power dell’industria culturale, vuole trasformare Shanghai nella capitale globale degli affari.

Shanghai, tra gru e cascate: così nasce il maxi parco Disney in Cina

La missione è conferire un’immagine avanzata e felice al comunismo di mercato, per assicurare al partito-Stato il potere anche in questo secolo. Per riuscirci, un parco Disney non basta: oltre 350 milioni di cinesi a meno di due ore di viaggio dalle attrazioni, a cui si aggiungono le famiglie della classe media dell’intera Asia, però aiutano. Dirottare su Shanghai questo fiume di denaro e di consenso, rappresenta così prima di tutto un messaggio chiaro per Hong Kong, restituita alla 'madrepatria' nel 1997: il 'sogno cinese' di Pechino è oggi nelle condizioni di ridimensionare potere e benessere dell’ex colonia ed è decisa a decretarne il tramonto se dovessero prevalere le aspirazioni indipendentiste di giovani e filo-democratici. Il braccio di ferro tra il 'Re Leone' di Shanghai e la 'Cenerentola' di Hong Kong si consumerà a colpi di biglietti dentro i castelli delle principesse e sulle navi dei pirati, ma il ciclone politico del modello Disney, fondato sulla spettacolarità americana della competizione, si è già abbattuto sugli antichi riti autoritari della Città Proibita. Il parco di Hong Kong, inaugurato nel 2005, dà lavoro a quasi 8 mila persone, vale mezzo punto di Pil per l’ex colonia e ha generato un indotto di circa 10 miliardi di dollari. Per Pechino avrebbe dovuto rappresentare la vetrina dell’occidentalizzazione cinese, rassicurando residenti e comunità internazionale sulle aperture del partito alle libertà universali. Obiettivo fallito: mai come oggi Hong Kong è scossa da fermenti anti-cinesi e solo nel 2015 i turisti della Cina continentale sono crollati di un quarto. Di qui l’accelerazione sulle luci di Shanghai e su quella che viene presentata come la prima e autentica 'Chinadisney': 10 chilometri quadrati di divertimento tra i grattacieli di Pudong, costi esplosi da 5 a 9 miliardi di dollari, hotel, shopping center, cinema, altri parchi a tema (come quello dedicato a Michael Jackson), aeroporti, treni-missile e banchina per la navi da crociera.

Un concentrato di America e di consumismo occidentale, per la prima volta di proprietà a maggioranza cinese, innestato nel cuore della nuova Cina hi-tech e opposto al 'declino separatista' di una Hong Kong "arenata tra le nostalgie coloniali del Novecento". Anche scegliere tra Mulan e Shrek, tra una gita sull’isola orientale di Pudong o su quella meridionale di Lantau, da sogno turistico diventa un atto politico. Su un fronte Shanghai, sull’altro Hong Kong: a decidere il futuro della Cina, grazie al business Usa fondato sul potere dei bambini, questa volta però c’è solo Pechino.