Iraq, viaggio tra le rovine di Ramadi: liberata dall'Is, distrutta dalle bombe
Daniele Mastrogiacomo
(ap)
Da sempre considerato ribelle e difficile da governare, il capoluogo sunnita della provincia di al Anbar è stato dominato dagli uomini di abu Musab al Zarkawi, il capo del ramo iracheno dell'organizzazione fondata da Bin Laden. E' stato lui a gettare le basi del Califfato. C'è voluto un anno per riconquistarla. Ma gli effetti della pioggia di raid aerei e degli ordigni eplosivi disseminati dai miliziani dell'Is prima di fuggire hanno trasformato la città. La reazione del governatore davanti ai giornalisti arrivati per un'intervista: "Andate subito via, restare è un suicidio"
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Una città spettrale, trafitta da migliaia di enormi crateri e montagne di terra sollevate dalla forza delle esplosioni. Bombe piovute dall’alto, cariche di tritolo degli ordigni piazzati dai miliziani dell’Is in fuga. Basta scorrere le immagini di questa gallery per capire la devastazione subita dalla capitale della provincia irachena di al Anbar. Da sempre feudo sunnita, Ramadi si è distinta per la sua indole ribelle sin dai tempi di Saddam Hussein. Immersa nel deserto che si apre a ovest del paese, è stata sempre considerata una città difficile da gestire. Confina con la più nota Falluja che nel 2004, tre anni dopo l’invasione dell’Iraq da parte della Coalizione internazionale a guida Usa, venne assediata da 4 mila carri armati e diventata per questo il simbolo della resistenza.
Iraq, Ramadi libera dallo Stato Islamico ma la città è distrutta
Le immagini satellitari fornite dalla società di analisi Digital Globe e dall'agenzia fotografica Associated Press mostrano la distruzione della città di Ramadi, capoluogo della provincia occidentale dell'Iraq a maggioranza sunnita a 130 chilometri da Baghdad. La devastazione è il risultato di mesi di bombardamenti della coalizione guidata dagli Usa e dalle forze irachene che hanno liberato la città intrappolata dall'avanzata dell'Is.
Ci si arriva percorrendo l’autostrada che collega Bagdad al confine con la Giordania. Una lunga arteria usata da frotte di giornalisti, volontari e avventurieri a bordo di convogli che viaggiavano sempre in colonna per motivi di sicurezza. Uno dei punti più rischiosi in questo viaggio che poteva durare fino a 12 ore, era appunto lo svincolo tra Ramadi e Falluja, un centinaio di chilometri dalla capitale irachena. Sfrecciando a oltre 140 chilometri l’ora si cercava di evitare soste inopportune e si tirava dritto verso Bagdad. Ma non era raro vedersi affiancare, a quella velocità, da auto scure con a bordo civili in armi che ti scrutavano e spesso tentavano di farti finire fuori strada o a obbligarti a fermare. Per derubarti o rapirti.
Iraq: "Ramadi liberata", l'annuncio in tv del portavoce dell'esercito
Per coprire il conflitto e la fasi caotiche dei primi anni dopo la sconfitta dell’esercito di Saddam Hussein era utile andarci e raccontare come la popolazione viveva quei momenti. I sunniti erano stati emarginati. Fedeli al dittatore, in fuga e nascosto verso la sua città natale Tikrit, si erano rifugiati nel loro capoluogo e da qui studiavano gli sviluppi della situazione a Bagdad. La sede del Governatorato sembrava un porto di mare. La gente entrava e usciva da questo palazzo a sei piani che sorgeva nella piazza principale. Gli uffici, le stanze e i corridoi, erano invasi da uomini e donne con in mano fogli, documenti, registri, libroni, schede. Ognuno aveva bisogno di qualcosa.
La tensione si respirava nell’aria. Tutto era incerto: il presente e il futuro. C’era una costante atmosfera di assedio. Una mattina ci entrammo anche noi. Chiedemmo del governatore. Ci indicarono una stanza: la più grande. L’uomo, seduto ad una scrivania, era attorniato da gente che lamentava ingiustizie o sollecitava una pratica. Il governatore si accorse della nostra presenza. Eravamo chiaramente degli estranei. “Chi siete, cosa ci fate qui?”, chiese allarmato. Ci qualificammo. Saltò sulla sedia. Reagì con furia. Era spaventato. “Non potete rimanere, dovete andare subito via. La città pullula di miliziani di al Qaeda”. All’epoca, era il 2003, l’intero Iraq era scosso dagli attentati di abu Musab al Zarqawi, il capo della rete fondata da Bin Laden in Mesopotamia. L’uomo che avrebbe gettato le basi per la nascita, 10 anni dopo, dello Stato Islamico.
Gli uomini del Califfato l’hanno occupata per quasi due anni. La conquista di Ramadi è stata forse più importante della stessa Mosul. Tagliava le vie di rifornimento dell’esercito iracheno e stringeva in una morsa la stessa capitale. Per liberarla c’è voluto un anno di scontri e di battaglie devastanti. Con centinaia di raid aerei e decine di assalti via terra.
Il risultato sono le immagini che vediamo in queste foto. Ricostruirla richiederà anni e una montagna di quattrini. I soldati dell’Is, prima di ritirarsi, l’hanno disseminata di trappole esplosive. Una tecnica usata in ogni territorio o città che abbandonano: ritarda l’avanzata e consente di infliggere perdite al nemico. A rimetterci, come sempre, è la popolazione. Chi non aveva i mezzi, il tempo e la possibilità di fuggire è dovuto rimanere. Intrappolato tra due fuochi, incapace di reagire. Timoroso di schierarsi, preoccupato delle vendette, inevitabili, dei nuovi padroni. Con una città devastata: buchi al posto di case, macerie invece degli uffici, strade e piazze trasformate in detriti. Con una sola certezza: Ramadi resterà sempre la capitale sunnita dell’Iraq.