Filippine, Duterte è il nuovo presidente. Gli avversari: "Rischio dittatura"
Raimondo Bultrini
Il candidato outsider dal passato burrascoso ha vinto con quasi il 39% dei voti. E ha già annunciato di voler riscrivere la Costituzione e dare più poteri al governo
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BANGKOK - Milioni di filippini hanno votato per eleggere il nuovo presidente della Repubblica e l'esito del voto potrebbe cambiare lo scenario politico al termine del mandato di Benigno Aquino, un leader moderato figlio dell'ex premier Corazon e del martire Benigno senior, fatto uccidere dal dittatore Ferdinando Marcos. I risultati confermano quanto dicevano quasi tutti i sondaggi: il vincitore, con quasi il 39 per cento dei consensi, è un outsider dal passato burrascoso, l'ex sindaco di Davao di nome Rodrigo Duterte detto Digong. Rieletto nella popolosa città meridionale per 22 anni consecutivi, Duterte ora passa al governo nazionale promettendo di usare gli stessi metodi del passato, una lotta feroce alla criminalità e ai trafficanti di droga attraverso l'uso indiscriminato di vigilantes e polizie speciali, che sotto la sua amministrazione hanno ucciso oltre 1.000 persone "sospette". Noto gaffeur e dichiaratamente "sciupafemmine", Duterte considera la lotta al crimine e alla corruzione il primo passo per ogni riforma, e non ha fatto mistero di voler riscrivere la Costituzione per attribuire più poteri al governo rispetto al Parlamento.
Il presidente uscente Aquino, i partiti tradizionali, diversi ambienti economici e la stessa chiesa cattolica, temono il ritorno di una nuova forma di dittatura, anche considerando che l'uomo più accreditato alla vicepresidenza è il figlio di Marcos, Ferdinando junior. Molti paventano perfino un possibile colpo di Stato per fermare Duterte, se dovesse applicare la regola degli assassinii extragiudiziari. Senza un programma economico ben definito, ma sorretto da un vasto movimento popolare stanco di corruzione e ingiustizie, l'ex sindaco è stato anche avvantaggiato dal fatto che le opposizioni si sono presentate frammentate con quattro candidati alla presidenza: l'ex ministro dell'Interno Manuel "Mar" Roxas, a sua volta figlio di un ex presidente, e la senatrice Grace Poe, figlia adottiva di due star del cinema, erano i più accreditati dai sondaggi, seguiti a distanza dall'attuale vicepresidente Jejomar Binay e dalla senatrice Miriam Defensor Santiago.
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Il voto di oggi non ha riguardato però solo la presidenza e vicepresidenza. C'erano 18.069 incarichi da ricoprire nelle varie istituzioni dell'arcipelago cattolico da 100 milioni di abitanti, compresi 12 senatori, 58 rappresentanti di partito, 253 deputati, 81 governatori e altrettanti vice, 772 consiglieri provinciali, 144 sindaci e via elencando. La pletora di candidati ha visto il ritorno di ex presidenti e personaggi dal discusso passato. Per la carica di sindaco della città meridionale di Shariff Aguak (Maguindanao) correva ad esempio Sajid Ampatuan, membro del clan accusato nel 2009 - e parzialmente prosciolto in un clima di intimidazioni e minacce - di aver ordinato sotto elezioni il massacro di 58 persone tra le quali oppositori politici e 34 giornalisti. Si sono ricandidati anche gli ex presidenti condannati per corruzione. Gloria Arroyo, ancora agli arresti, sarà rieletta per la terza volta in Parlamento dalla sua circoscrizione dove non ha oppositori, mentre Joseph Estrada - da lei destituito e poi riabilitato - si è ripresentato con sondaggi favorevoli per il secondo mandato a sindaco di Manila.