Autorevole, tradizionalista, relativamente giovane: Haibatullah Akhundzada, il nuovo capo dei Taliban afgani, è un nome che indica scelte strategiche importanti. Habaitullah ha fra i 45 e i 50 anni e non è un mullah, come i due predecessori, il fondatore del movimento Omar e il successore Mansour, appena ucciso da un Reaper americano. Il nuovo leader è un maulawi, cioè uno studioso degli affari religiosi che ha compiuto tutto il suo percorso di apprendimento. E' uno sheikh ul-hadith, un esperto di interpretazione degli scritti del Profeta: in altre parole, è un punto di riferimento dottrinale più alto, che rappresenta un ritorno a contenuti più rigorosi.
Al suo fianco sono due luogotenenti espressione di tendenze opposte: Sirajuddin Haqqani, erede della rete che porta il nome della sua famiglia, e Mohammed Yakoub, figlio del mullah Omar. Il primo, figlio di Jalaluddin, è diventato leader di una fazione Taliban in parte dissidente da quella "centrale" e caratterizzata da una estrema propensione alla violenza: la rete Haqqani è considerata protagonista degli attentati più sanguinosi (compresa l'autobomba che ha ucciso sei paracadutisti italiani nel 2009), ha stretto un patto d'azione con Al Qaeda e non si tira indietro di fronte alla possibilità di perdite di civili musulmani.
Il secondo, invece, deve portare sulle spalle il mandato paterno, con il riferimento alla Shura, l'assemblea dei capi, di Quetta, che segue la tradizione del movimento nato a Kandahar negli anni della guerra civile. Yakoub non aveva accettato la nomina di Mansour, adesso invece ritorna nei ranghi e esprime il suo sostegno ad Habaitullah.
L'accordo fra le fazioni indica una volontà molto precisa: quella di superare le divisioni per battere la concorrenza del sedicente Stato islamico. Negli ultimi mesi gli uomini di Al Baghdadi hanno mostrato grande attivismo in Afghanistan, conquistando a Daesh la fedeltà di alcuni capi guerriglieri intermedi. Ma il radicamento territoriale e culturale dei Taliban e la loro capacità di manovra nella società afgana non sono per ora alla portata della nuova leva jihadista. Il problema semmai sono le divisioni nate all'indomani della morte del mullah Omar: alcuni capi integralisti non hanno mai accettato la nomina di Mansour, e c'è stato addirittura chi, come il dissidente Rassul, se ne è attribuito l'uccisione, contestando la versione che parla di un missile lanciato da un drone Usa.
Forse non è un caso che all'indomani della nomina di Habaitullah gli "studenti coranici" abbiano inaugurato la nuova stagione con un sanguinoso attentato dentro Kabul, uccidendo dieci persone con un'autobomba lanciata contro l'autobus che trasportava il personale della Corte d'Appello. I Taliban, che avevano minacciato la magistratura afgana dopo la ripresa delle esecuzioni capitali, hanno sempre gestito direttamente i territori controllati, amministrando loro la giustizia secondo la sha'ria. E proprio Habaitullah era uno dei responsabili della giustizia dei Taliban. L'attentato è dunque un segnale di nuovo attivismo, alla ricerca dell'egemonia jihadista. Ma allo stesso tempo chiarisce che, qualsiasi scelta sia fatta dal nuovo leader sui negoziati di riconciliazione, la scia di morte non si interromperà.
Al suo fianco sono due luogotenenti espressione di tendenze opposte: Sirajuddin Haqqani, erede della rete che porta il nome della sua famiglia, e Mohammed Yakoub, figlio del mullah Omar. Il primo, figlio di Jalaluddin, è diventato leader di una fazione Taliban in parte dissidente da quella "centrale" e caratterizzata da una estrema propensione alla violenza: la rete Haqqani è considerata protagonista degli attentati più sanguinosi (compresa l'autobomba che ha ucciso sei paracadutisti italiani nel 2009), ha stretto un patto d'azione con Al Qaeda e non si tira indietro di fronte alla possibilità di perdite di civili musulmani.
Il secondo, invece, deve portare sulle spalle il mandato paterno, con il riferimento alla Shura, l'assemblea dei capi, di Quetta, che segue la tradizione del movimento nato a Kandahar negli anni della guerra civile. Yakoub non aveva accettato la nomina di Mansour, adesso invece ritorna nei ranghi e esprime il suo sostegno ad Habaitullah.
L'accordo fra le fazioni indica una volontà molto precisa: quella di superare le divisioni per battere la concorrenza del sedicente Stato islamico. Negli ultimi mesi gli uomini di Al Baghdadi hanno mostrato grande attivismo in Afghanistan, conquistando a Daesh la fedeltà di alcuni capi guerriglieri intermedi. Ma il radicamento territoriale e culturale dei Taliban e la loro capacità di manovra nella società afgana non sono per ora alla portata della nuova leva jihadista. Il problema semmai sono le divisioni nate all'indomani della morte del mullah Omar: alcuni capi integralisti non hanno mai accettato la nomina di Mansour, e c'è stato addirittura chi, come il dissidente Rassul, se ne è attribuito l'uccisione, contestando la versione che parla di un missile lanciato da un drone Usa.
Forse non è un caso che all'indomani della nomina di Habaitullah gli "studenti coranici" abbiano inaugurato la nuova stagione con un sanguinoso attentato dentro Kabul, uccidendo dieci persone con un'autobomba lanciata contro l'autobus che trasportava il personale della Corte d'Appello. I Taliban, che avevano minacciato la magistratura afgana dopo la ripresa delle esecuzioni capitali, hanno sempre gestito direttamente i territori controllati, amministrando loro la giustizia secondo la sha'ria. E proprio Habaitullah era uno dei responsabili della giustizia dei Taliban. L'attentato è dunque un segnale di nuovo attivismo, alla ricerca dell'egemonia jihadista. Ma allo stesso tempo chiarisce che, qualsiasi scelta sia fatta dal nuovo leader sui negoziati di riconciliazione, la scia di morte non si interromperà.