La Casa Bianca ha mancato l'obiettivo. Solo 2.500 dei diecimila rifugiati che l'amministrazione Obama aveva promesso di accogliere a settembre sono stati effetticamente dislocati sul territorio americano. E' il più autorevole quotidiano statunitense, il New York Times, a sbattere in prima pagina il fallimento, proprio pochi giorni dopo che l'Europa, per voce del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, ha rivolto un appello ai grandi del mondo chiedendo solidarietà nella gestione dei flussi migratori.
Le accuse. Procedure di sicurezza troppo farraginose, l'ostruzionismo anche tra i democratici per semplificarle: sarebbero questi gli ostacoli incontrati da Washington nel mettere in pratica il piano di ricollocamento. Risultato: soltanto 1 rifugiato su 4 ha trovato effettivamente accoglienza sul suolo americano. Eppure Obama sui rifugiati ha "messo la faccia": "Immigrati e rifugiati sono linfa vitale per gli Stati Uniti", non ha mancato di ribadire più volte il presidente. Ma i critici attaccano: non solo l'obiettivo dei 10mila non è stato raggiunto, dicono le organizzazioni umanitarie, ma ora "come possiamo dare lezioni di accoglienza agli altri, nel mondo, quando poi noi stessi adottiamo una strategia per dissuadere i migranti dall'arrivare in Usa dal confine Sud?", commenta Kevin Appleby del Center for Migration Studies dalle colonne del Nyt.
L'Europa e Trump. Dopo che l'Unione europea ha sollecitato la collaborazione degli Stati Uniti in occasione del G7 in Giappone, il tema diventa ancora più urgente, e a ricordarlo a Obama sono gli stessi democratici. Un gruppo di ventisette dem, capeggiato dal senatore Richard Durbin, ha espresso le proprie preoccupazioni in una lettera al presidente. "Siamo profondamente costernati riguardo allo svolgimento lentissimo delle procedure di ammissione dei rifugiati siriani in oltre sette mesi", scrivono. Sullo sfondo, due grandi contraddizioni. La prima, ricorda il Nyt, riguarda la credibilità sul piano internazionale: al summit delle Nazioni Unite sui rifugiati, previsto a settembre, Obama si presenterà all'appello con un obiettivo mancato, dunque con meno influenza. Il secondo "effetto collaterale" è tutto interno: in vista delle elezioni, "bisognerebbe respingere i sentimenti anti-immigrati", aveva detto lo stesso presidente in carica alludendo alle posizioni del candidato repubblicano Donald Trump. Eppure sul fronte dell'accoglienza - dicono i numeri - la Casa Bianca è decisamente in ritardo.
Le accuse. Procedure di sicurezza troppo farraginose, l'ostruzionismo anche tra i democratici per semplificarle: sarebbero questi gli ostacoli incontrati da Washington nel mettere in pratica il piano di ricollocamento. Risultato: soltanto 1 rifugiato su 4 ha trovato effettivamente accoglienza sul suolo americano. Eppure Obama sui rifugiati ha "messo la faccia": "Immigrati e rifugiati sono linfa vitale per gli Stati Uniti", non ha mancato di ribadire più volte il presidente. Ma i critici attaccano: non solo l'obiettivo dei 10mila non è stato raggiunto, dicono le organizzazioni umanitarie, ma ora "come possiamo dare lezioni di accoglienza agli altri, nel mondo, quando poi noi stessi adottiamo una strategia per dissuadere i migranti dall'arrivare in Usa dal confine Sud?", commenta Kevin Appleby del Center for Migration Studies dalle colonne del Nyt.
L'Europa e Trump. Dopo che l'Unione europea ha sollecitato la collaborazione degli Stati Uniti in occasione del G7 in Giappone, il tema diventa ancora più urgente, e a ricordarlo a Obama sono gli stessi democratici. Un gruppo di ventisette dem, capeggiato dal senatore Richard Durbin, ha espresso le proprie preoccupazioni in una lettera al presidente. "Siamo profondamente costernati riguardo allo svolgimento lentissimo delle procedure di ammissione dei rifugiati siriani in oltre sette mesi", scrivono. Sullo sfondo, due grandi contraddizioni. La prima, ricorda il Nyt, riguarda la credibilità sul piano internazionale: al summit delle Nazioni Unite sui rifugiati, previsto a settembre, Obama si presenterà all'appello con un obiettivo mancato, dunque con meno influenza. Il secondo "effetto collaterale" è tutto interno: in vista delle elezioni, "bisognerebbe respingere i sentimenti anti-immigrati", aveva detto lo stesso presidente in carica alludendo alle posizioni del candidato repubblicano Donald Trump. Eppure sul fronte dell'accoglienza - dicono i numeri - la Casa Bianca è decisamente in ritardo.