Siria, "l'eroe di Kobane" stavolta non ce l'ha fatta
Gianluca Di Feo , di GIANLUCA DI FEOFaisal Abu Layla aveva fama di "immortale". Leggendario capo dell'offensiva anti-Is, protagonista di decine di video e di gesta memorabili, era più volte sopravvissuto a ferite gravissime. La settimana scorsa un cecchino l'ha colpito in fronte. E l'attacco per la riconquista di Manbij ha preso il suo nome
Sorrideva sempre, anche nel momento più feroce dei combattimenti. Anche quando per l'ennesima volta veniva ferito. Una leggenda. Che i suoi uomini credevano "immortale". Che persino i nemici del Daesh rispettavano. Ma dopo due anni di battaglie Faisal Abu Layla è caduto, centrato da un cecchino durante la grande offensiva contro lo Stato Islamico.
Abu Layla è "l'eroe di Kobane", con gesta narrate in decine di video postati su Youtube. Ha preso le armi quando le milizie del Califfato hanno attaccato la sua città, per difendere la sua gente. E intorno a lui si è radunato un battaglione di curdi, arabi e turkmeni uniti dal desiderio di respingere gli invasori. In inglese la sua unità è chiamata North Sun Brigade, inquadrata nei ranghi del corpo di autodifesa dei curdi siriani, quel Ypg che ha ottenuto i risultati più importanti nei combattimenti contro l'Is.
Layla non è diventato …
Abu Layla è "l'eroe di Kobane", con gesta narrate in decine di video postati su Youtube. Ha preso le armi quando le milizie del Califfato hanno attaccato la sua città, per difendere la sua gente. E intorno a lui si è radunato un battaglione di curdi, arabi e turkmeni uniti dal desiderio di respingere gli invasori. In inglese la sua unità è chiamata North Sun Brigade, inquadrata nei ranghi del corpo di autodifesa dei curdi siriani, quel Ypg che ha ottenuto i risultati più importanti nei combattimenti contro l'Is.
Layla non è diventato …
Sorrideva sempre, anche nel momento più feroce dei combattimenti. Anche quando per l'ennesima volta veniva ferito. Una leggenda. Che i suoi uomini credevano "immortale". Che persino i nemici del Daesh rispettavano. Ma dopo due anni di battaglie Faisal Abu Layla è caduto, centrato da un cecchino durante la grande offensiva contro lo Stato Islamico.
Abu Layla è "l'eroe di Kobane", con gesta narrate in decine di video postati su Youtube. Ha preso le armi quando le milizie del Califfato hanno attaccato la sua città, per difendere la sua gente. E intorno a lui si è radunato un battaglione di curdi, arabi e turkmeni uniti dal desiderio di respingere gli invasori. In inglese la sua unità è chiamata North Sun Brigade, inquadrata nei ranghi del corpo di autodifesa dei curdi siriani, quel Ypg che ha ottenuto i risultati più importanti nei combattimenti contro l'Is.
Layla non è diventato celebre per i meriti guerrieri ma per un atto di clemenza. Il 7 novembre 2014 un soldato del Daesh è rimasto intrappolato nelle macerie di una casa distrutta dai bombardieri americani. Un pilastro di cemento imprigionava le gambe e lui ha lottato per salvarlo. Perché lo ha fatto? "Volevo fare vedere al mondo che noi amiamo tutti gli uomini, contrariamente a loro che odiano e seminano morte dovunque vanno. Noi lo salveremo, lo cureremo e lo manderemo dalla sua famiglia".
La scena ripresa dalle telecamere è diventata virale su Internet, la migliore risposta alla propaganda del Califfato. Come le immagini dell'assedio di Kobane che lo mostrano sempre sulla linea del fuoco, imbracciando ogni genere di fucile. Sempre sorridente, come un folle sufi, incurante delle raffiche, cantava ad alta voce le ballate del suo popolo. Nel febbraio 2015, quando i nemici che sembravano avere rinunciato all'assedio, a sorpresa invece hanno lanciato l'ultimo attacco. E lui è stato il primo ad accorrere sulla breccia per fermarli. Ma in quella corsa frenetica una granata lo ha bloccato, colpendolo alle gambe.
Fino ad allora, si era sempre messo in posa per mostrare le ferite. Sorridendo, faceva vedere il colpo alla testa, le schegge sulle dita, il proiettile sul braccio. Quel giorno invece sembrava arrivato il momento dell'addio alle armi: lo attendeva una lunga convalescenza sulle stampelle.
Ma alcuni mesi dopo il Daesh è tornato a Kobane. Il 25 giugno 2015 un'autobomba e un commando suicida hanno riportato il terrore in pieno centro. E Abu Layla non ha perso un attimo. Si è messo sul balcone di casa, si è seduto, ha poggiato le stampelle e cominciato a sparare sugli aggressori con una mitragliatrice. Esagerazioni? Tutto documentato dal video di uno smartphone, ad aumentare la fama del "comandante immortale".
Una settimana fa si è rimesso in marcia. Ha attraversato per la prima volta l'Eufrate, puntando su Manbij, l'enclave del Daesh alle spalle di Aleppo: una città chiave per il controllo della frontiera tra Siria e Turchia. Il suo reparto è l'avanguardia di una coalizione che unisce curdi e resistenza sunnita siriana, con la protezione dell'aviazione americana. Il 3 giugno un cecchino lo ha colpito in piena fronte, assieme a tre dei suoi soldati, mentre stava avanzando in uno dei villaggi a cinque chilometri dalla città. Lo hanno trasportato fino nel Kurdistan iracheno, fino a un ospedale specializzato di Sulaimaniya. Ma questa volta non ce l'ha fatta. Tutte le forze che lottano contro il Califfato adesso lo considerano "il simbolo della resistenza e dell'unione": l'attacco per liberare Manbij è stato ribattezzato "operazione martire Abu Layla".
Abu Layla è "l'eroe di Kobane", con gesta narrate in decine di video postati su Youtube. Ha preso le armi quando le milizie del Califfato hanno attaccato la sua città, per difendere la sua gente. E intorno a lui si è radunato un battaglione di curdi, arabi e turkmeni uniti dal desiderio di respingere gli invasori. In inglese la sua unità è chiamata North Sun Brigade, inquadrata nei ranghi del corpo di autodifesa dei curdi siriani, quel Ypg che ha ottenuto i risultati più importanti nei combattimenti contro l'Is.
Layla non è diventato celebre per i meriti guerrieri ma per un atto di clemenza. Il 7 novembre 2014 un soldato del Daesh è rimasto intrappolato nelle macerie di una casa distrutta dai bombardieri americani. Un pilastro di cemento imprigionava le gambe e lui ha lottato per salvarlo. Perché lo ha fatto? "Volevo fare vedere al mondo che noi amiamo tutti gli uomini, contrariamente a loro che odiano e seminano morte dovunque vanno. Noi lo salveremo, lo cureremo e lo manderemo dalla sua famiglia".
La scena ripresa dalle telecamere è diventata virale su Internet, la migliore risposta alla propaganda del Califfato. Come le immagini dell'assedio di Kobane che lo mostrano sempre sulla linea del fuoco, imbracciando ogni genere di fucile. Sempre sorridente, come un folle sufi, incurante delle raffiche, cantava ad alta voce le ballate del suo popolo. Nel febbraio 2015, quando i nemici che sembravano avere rinunciato all'assedio, a sorpresa invece hanno lanciato l'ultimo attacco. E lui è stato il primo ad accorrere sulla breccia per fermarli. Ma in quella corsa frenetica una granata lo ha bloccato, colpendolo alle gambe.
Fino ad allora, si era sempre messo in posa per mostrare le ferite. Sorridendo, faceva vedere il colpo alla testa, le schegge sulle dita, il proiettile sul braccio. Quel giorno invece sembrava arrivato il momento dell'addio alle armi: lo attendeva una lunga convalescenza sulle stampelle.
Ma alcuni mesi dopo il Daesh è tornato a Kobane. Il 25 giugno 2015 un'autobomba e un commando suicida hanno riportato il terrore in pieno centro. E Abu Layla non ha perso un attimo. Si è messo sul balcone di casa, si è seduto, ha poggiato le stampelle e cominciato a sparare sugli aggressori con una mitragliatrice. Esagerazioni? Tutto documentato dal video di uno smartphone, ad aumentare la fama del "comandante immortale".
Una settimana fa si è rimesso in marcia. Ha attraversato per la prima volta l'Eufrate, puntando su Manbij, l'enclave del Daesh alle spalle di Aleppo: una città chiave per il controllo della frontiera tra Siria e Turchia. Il suo reparto è l'avanguardia di una coalizione che unisce curdi e resistenza sunnita siriana, con la protezione dell'aviazione americana. Il 3 giugno un cecchino lo ha colpito in piena fronte, assieme a tre dei suoi soldati, mentre stava avanzando in uno dei villaggi a cinque chilometri dalla città. Lo hanno trasportato fino nel Kurdistan iracheno, fino a un ospedale specializzato di Sulaimaniya. Ma questa volta non ce l'ha fatta. Tutte le forze che lottano contro il Califfato adesso lo considerano "il simbolo della resistenza e dell'unione": l'attacco per liberare Manbij è stato ribattezzato "operazione martire Abu Layla".