#PrayforTurkey: sui social la strage di Istanbul incrina il cinismo dell'Occidente
di GIAMPAOLO CADALANU
Su Twitter e Facebook proliferano i messaggi di solidarietà alla Turchia dopo l'attentato all'aeroporto Atatürk
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Sarà arrivato il momento di leggere nei cartelli e in Rete: “Je suis Atatürk”? Forse, alla fine, l’ultima strage in Turchia ha smosso qualche cosa, incrinando la regola cinica secondo cui le disgrazie contano solo se riguardano qualcuno che c’è vicino, geograficamente o culturalmente. È una nuova botta a quei vicini che l’Europa ha sempre lasciato sulla porta di casa, così lontani nella tutela dei diritti da ricordarci in modo imbarazzante com’eravamo non più di trent’anni fa. E alla fine, la scorza di superficialità sembra finalmente messa in discussione.
Nelle redazioni si teorizza, e nemmeno per scherzo, il criterio spietato del morto/chilometro. È quello per cui la scazzottata nel palazzo di fronte per suscitare lo stesso interesse deve diventare sparatoria se si svolge in un altro quartiere, omicidio plurimo se in un’altra città, e così di seguito, fino alla brutalità di prevedere rilievo solo ai genocidi se avvenuti in paesi lontani dagli occhi e dal cuore. Insomma, sembrerebbe quasi ovvio che i massacri esotici restino, per l’appunto, esotici, fuori dall’interesse generale.
#PrayForTurkey, il cordoglio sui social per le vittime dell'attentato a Istanbul
All'indomani dell'attentato che ha ucciso decine di persone nell'aeroporto Ataturk di Istanbul, gli utenti dei social network esprimono il loro cordoglio e la vicinanza a parenti e familiari delle vittime. Un attentato di probabile matrice jihadista che ha colpito il cuore di uno stato a maggioranza musulmana nel mese sacro del Ramadan.
E naturalmente agli attentati francesi, belgi o americani sono dedicate decine di pagine e ore di diretta. Gli attacchi su altri paesi, suggerisce questa routine, sono in fondo in fondo solo l’ennesima dimostrazione di barbarie, uno sfogo tribale di popoli semi-selvaggi, che ancora non hanno fatto un percorso di civilizzazione adeguato, o, peggio, che avrebbero bisogno di insegnamento altrui.
Ma forse qualcosa sta cambiando. L'hashtag #PrayforTurkey è seguitissimo in Paesi già colpiti da attentati come Francia, Belgio e Gran Bretagna. Non è facile capire quale sia la differenza fra la tragedia dell’aeroporto Atatürk o le sale del Bardo a Tunisi o le strade di Beirut straziate da un’autobomba nelle stesse ore degli attacchi al parigino Bataclan. Però evidentemente un punto di svolta è stato superato. On line la solidarietà costa poco, è vero, ma il proliferare di messaggi sui social network è prova che un primo passo è stato compiuto.
Anche un fronte distante dalle nostre città resta un fronte: che si decida di affrontare le minacce e le nuove sfide con un approccio politico o invece ci si rifugi nella scorciatoia della forza, non importa. Alla fine si fa largo un barlume di idea promettente, quella che la globalizzazione del terrore vada affrontata con risposte, mobilitazioni e anche solo emozioni altrettanto globali. “Je suis”, insomma, non vale solo per casa nostra.