"Togliete la parola uomo dalle cariche militari". Sui social network marines in rivolta
di GIAMPAOLO CADALANUL'ordine di Ray Mabus, segretario alla Marina Usa, contestato nei forum: "Basta con il politicamente corretto"
Politicamente corretto e mitologia della virilità sono difficili da armonizzare. Ray Mabus, segretario alla Marina degli Stati Uniti, se n’è accorto solo dopo aver provato a cambiare l’intestazione di alcune figure professionali del corpo dei Marines.
L’idea era quella di sostituire la parola “man”, uomo, considerata evidentemente troppo denotata dal punto di vista del genere, con un termine più rispettoso della “gender equality”. E siccome la versione equidistante della parola Infantryman, cioè fante, suonava orribile come “Infantryperson”, alla fine il suggerimento – o meglio: l’ordine preciso – è stato di usare tout court la parola “Marine”.
In realtà alcune eccezioni erano contemplate: Rifleman, fuciliere, sarebbe rimasta com’era, e così pure Mortarman, mortaista. Ma anche con questo genere di prudenza la scelta linguistica &egrav…
L’idea era quella di sostituire la parola “man”, uomo, considerata evidentemente troppo denotata dal punto di vista del genere, con un termine più rispettoso della “gender equality”. E siccome la versione equidistante della parola Infantryman, cioè fante, suonava orribile come “Infantryperson”, alla fine il suggerimento – o meglio: l’ordine preciso – è stato di usare tout court la parola “Marine”.
In realtà alcune eccezioni erano contemplate: Rifleman, fuciliere, sarebbe rimasta com’era, e così pure Mortarman, mortaista. Ma anche con questo genere di prudenza la scelta linguistica &egrav…
Politicamente corretto e mitologia della virilità sono difficili da armonizzare. Ray Mabus, segretario alla Marina degli Stati Uniti, se n’è accorto solo dopo aver provato a cambiare l’intestazione di alcune figure professionali del corpo dei Marines.
L’idea era quella di sostituire la parola “man”, uomo, considerata evidentemente troppo denotata dal punto di vista del genere, con un termine più rispettoso della “gender equality”. E siccome la versione equidistante della parola Infantryman, cioè fante, suonava orribile come “Infantryperson”, alla fine il suggerimento – o meglio: l’ordine preciso – è stato di usare tout court la parola “Marine”.
In realtà alcune eccezioni erano contemplate: Rifleman, fuciliere, sarebbe rimasta com’era, e così pure Mortarman, mortaista. Ma anche con questo genere di prudenza la scelta linguistica è stata accolta da un diluvio di critiche sui forum dei militari e sui social network. Anni fa al “politicamente corretto” era stato persino dedicato un libro intitolato, non a caso, “La cultura del piagnisteo”. E non era difficile immaginare che questa cultura si sarebbe inserita molto male sulla mitologia guerriera dei Marines, fra motto “Semper fi” (sempre fedele) e capelli tagliati a rasoio.
Metter mano ai simboli è sempre rischioso: sui social la decisione è stata definita “follia pura”, senza però che nessuno mettesse in discussione il ruolo femminile nel Corpo. Porte aperte alle donne, anche nei compiti più difficili, e senza precauzioni linguistiche eccessive: a richiederlo, secondo il britannico Telegraph, sono anche le donne arruolate, pronte ad affrontare sfide concrete più che sognare l’emulazione di Demi Moore nei panni di GI Jane.
È vero che la lingua riflette la cultura, e che il linguaggio militare, per ovvi motivi storici, è erede di una tradizione quasi esclusivamente maschile. Ma anche la declinazione dei termini è controversa e discussa anche dalle donne, esattamente come nella vita civile. Per ora comunque nel nostro Paese nessun militare uomo ha mai preteso di essere chiamato “sentinello”.
L’idea era quella di sostituire la parola “man”, uomo, considerata evidentemente troppo denotata dal punto di vista del genere, con un termine più rispettoso della “gender equality”. E siccome la versione equidistante della parola Infantryman, cioè fante, suonava orribile come “Infantryperson”, alla fine il suggerimento – o meglio: l’ordine preciso – è stato di usare tout court la parola “Marine”.
In realtà alcune eccezioni erano contemplate: Rifleman, fuciliere, sarebbe rimasta com’era, e così pure Mortarman, mortaista. Ma anche con questo genere di prudenza la scelta linguistica è stata accolta da un diluvio di critiche sui forum dei militari e sui social network. Anni fa al “politicamente corretto” era stato persino dedicato un libro intitolato, non a caso, “La cultura del piagnisteo”. E non era difficile immaginare che questa cultura si sarebbe inserita molto male sulla mitologia guerriera dei Marines, fra motto “Semper fi” (sempre fedele) e capelli tagliati a rasoio.
Metter mano ai simboli è sempre rischioso: sui social la decisione è stata definita “follia pura”, senza però che nessuno mettesse in discussione il ruolo femminile nel Corpo. Porte aperte alle donne, anche nei compiti più difficili, e senza precauzioni linguistiche eccessive: a richiederlo, secondo il britannico Telegraph, sono anche le donne arruolate, pronte ad affrontare sfide concrete più che sognare l’emulazione di Demi Moore nei panni di GI Jane.
È vero che la lingua riflette la cultura, e che il linguaggio militare, per ovvi motivi storici, è erede di una tradizione quasi esclusivamente maschile. Ma anche la declinazione dei termini è controversa e discussa anche dalle donne, esattamente come nella vita civile. Per ora comunque nel nostro Paese nessun militare uomo ha mai preteso di essere chiamato “sentinello”.