Esteri

Attentato Dacca. "Ho sentito le urla di mia moglie Claudia. È stato terribile non poterla aiutare"

Boschetti e D'Antona il giorno del loro matrimonio (ansa)
L'intervista. Gianni Boschetti, sopravvissuto all'attacco al ristorante, racconta la sua notte di terrore. E i 20 anni trascorsi con la compagna. "Non avevamo paura, qui ci volevano tutti bene"
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DACCA - Una sola cosa Gianni Boschetti non vuole raccontare, il momento in cui ha messo piede nella sala mortuaria coi corpi delle venti vittime della strage nel ristorante caffetteria Holey allineati sotto a dei lenzuoli. Dove poteva esserci anche il suo. "Non mi faccia dire quello che ho visto lì dentro", prega in questa intervista dedicata a Claudia D'Antona, la compagna di una vita che ha sposato due anni fa dopo venti di amicizia e poi amore, uccisa dal commando armato al quale Boschetti è sfuggito grazie a una telefonata.

Avevate mai avuto prima la paura che potesse accadervi una cosa del genere?
"Mai, fino ai due omicidi di Cesare Tavella e di un giapponese lo scorso anno. Vede, a quel tempo l'ambasciata americana aveva perfino imposto il coprifuoco ai dipendenti mandandoli a casa alle 6 di sera. Ci fu una paura generalizzata, poi tutto passò e le violenze sembravano in fondo indirizzate contro obiettivi precisi, persone da sole per strada. Pensammo con Claudia che con un po' di accorgimenti si poteva continuare a vivere qui in relativa tranquillità. Invece...".

Lei si è nascosto dietro a dei cespugli vicino all'Holey, ma poteva vedere l'interno?
"Riuscivo a vedere solo una parte del ristorante e i movimenti dei terroristi che facevano avanti e indietro, ma non la zona con mia moglie e gli altri ostaggi. Li avevano fatti entrare dai tavoli del giardino spingendoli dentro tra grida ossessive. L'ultima volta che ho sentito la voce di mia moglie è stato quando ha gridato il mio nome dall'interno del locale. Non mi ero ancora nascosto quando ho notato due dei terroristi alle mie spalle e non so perché non mi abbiano visto. Ma in quel momento pensavo solo a salvare la vita".

Andavate spesso all'Holey bakery?
"Non troppo spesso. Nadia, la nostra amica uccisa anche lei, andava con i suoi clienti. Ma cenavamo con piacere di tanto in tanto perché si stava bene e ci si sentiva protetti".

Dove vi siete conosciuti con Claudia?
"In India in un piccolo villaggio nel quale Claudia produceva magliette e io ero andato a trovare una sua amica che lavorava con la mia azienda d'abbigliamento. Era un piccolo posto, e per andarci ci volevano due giorni di viaggio da Chennai dove stavo io. Poi quando mi sono trasferito a Dacca, dopo diversi anni è venuta anche lei e abbiamo cominciato a lavorare insieme".

Poi vi siete sposati, ma solo due anni fa.
"Si, vivevamo insieme, stavamo bene anche così. Ma l'ex ambasciatore italiano in Bangladesh prima della sua partenza aveva espresso piacere di farci convolare a nozze, e questo ci ha spinto al passo".

Sua moglie rinunciò all'India per stare con lei?
"Era sempre innamorata dell'India, ne apprezzava la cultura, la religione. E lì aveva cominciato la battaglia ideale della sua vita, quella contro le violenze con gli acidi che sfregiano le donne. Quando si trasferì in Bangladesh fece del tutto per portare qui i medici di Interplast a praticare la chirurga plastica ricostruttiva anche tra i poveri di questo Paese. Da allora si è data da fare come solo lei sapeva, senza risparmiarsi, e ha contribuito a creare la "Acid survival foundation" che oggi controlla grandi programmi nazionali a favore delle vittime di questa pratica terribile".

Com'era la vostra vita insieme in questa città così grande e caotica, dopo decenni di vita all'estero?
"Lavoravamo per la nostra azienda, ognuno con le proprie competenze, passando la giornata negli stessi posti. Di giorno lei si occupava dei suoi clienti e io dei miei. Mi rendo conto di quanto fosse amata in questi giorni di testimonianze d'affetto che mi arrivano da ogni posto del mondo, un bene che meritava perché quando poteva aiutava tutti".

Ci dica di quelle ore, una notte intera che lei ha passato nascosto e nel terrore.
"Una cosa orribile col cuore in gola di paura e la preoccupazione di quello che succedeva dentro, con quella sensazione angosciante di non vedere mia moglie, specialmente quando hanno spento tutte le luci. Io non osavo uscire perché i terroristi osservavano sempre fuori dalle finestre, ma quando stava per fare alba mi sono deciso e sono andato non visto al cancello d'uscita".

Non c'era caos di polizia e camionette fuori dal recinto del ristorante?
"Macché. Il primo intervento è stato all'esterno e gli agenti si sono ritirati dopo che ne hanno uccisi due e feriti parecchi. Poi solo silenzio. E di tanto in tanto delle scariche di fucile. Un delirio. Sono rimasto sdraiato tre ore senza muovere un muscolo finché ho avuto i crampi e mi sono mosso".

Quando ha capito che per sua moglie non c'era più niente da fare?
"Quando ho visto quei lenzuoli macchiati di sangue nell'obitorio. Mi creda, fino a quel momento, chissà perché, speravo che fosse viva".