Il tempo per capire, per riflettere, per decidere cosa fare si è ridotto a zero: siamo entrati ufficialmente nel tempo della diretta.
Non sappiamo se Micah Xavier Johnson, reduce della guerra in Afghanistan, sia stato anche lui sul sedile di quell'auto, non sappiamo se la molla che lo ha spinto a sparare sui poliziotti bianchi sia stata la rabbia scatenata da quella diretta e dai video sempre più frequenti in cui si assiste alla morte di neri americani. Sappiamo che i manifestanti di Dallas, circondati dai poliziotti poi divenuti bersaglio, erano scesi in piazza per protestare proprio spinti da quei video e sappiamo che anche la mattanza di quegli agenti è stata trasmessa in diretta dallo smartphone di un passante.
Usa, afroamericani uccisi dalla polizia: la testimonianza nei video amatoriali
Un cellulare, una telecamera di sorveglianza, una body cam. I video amatoriali hanno filmato i più controversi interventi di polizia negli Stati Uniti. Quelli diretti contro gli afroamericani, quelli che sono culminati con morti insensate, evitabili. Che hanno scatenato proteste, generato scontri, fomentato l'odio razziale. Immagini che diventano testimonianza: a portata di tutti, perché diffuse sui social network. Fino a Facebook Live, ultima frontiera digitale, usato dalla compagna di Philando Castile, ucciso da un agente bianco in Minnesota. Più di una volta questi video sono stati fondamentali per accertare i fatti, per fare giustizia. Contro azioni avventate, abusi di potere. E per punire chi ha sparato, senza ragione. Il New York Times ha compilato la tragica lista dei video che hanno scosso prima un Paese, poi il mondo intero
Soltanto dieci anni fa una storia come quella di Philando sarebbe stata completamente diversa: Diamond avrebbe denunciato l'uccisione del suo compagno, avrebbe cercato di ottenere giustizia, forse un comitato di cittadini l'avrebbe sostenuta, si sarebbe sgolata in un'aula di tribunale e forse la verità a fatica si sarebbe fatta strada al termine di un processo. Questo ci spinge a dire che la diretta video è strumento di verità e giustizia, capace di dare voce a chi non l'avrebbe avuta, scatenare reazioni forti e decise, spingere un presidente riflessivo come Obama a dichiarare la sua indignazione a caldo. È qualcosa di innegabile. Ma questo flusso di emozioni fortissime cancella i contesti, le possibilità di difesa e scatena reazioni difficilmente gestibili. Oggi la sentenza arriva in diretta.
Sempre da Dallas, più di mezzo secolo fa, arrivarono i fotogrammi che mostravano la morte di un presidente tra i più amati. Ma erano lontani, rallentati e sono stati rivisti milioni di volte alla ricerca del dettaglio che spiegasse il senso di un omicidio. Diventarono materiale per le commissioni d'inchiesta e per i libri di storia.
Oggi siamo spettatori immersi nella scena e le conseguenze sono imprevedibili.
Ne avevamo avuto un anticipo 25 anni fa, quando Rodney King, un tassista nero di Los Angeles fermato per eccesso di velocità, venne picchiato selvaggiamente dagli agenti di due pattuglie anche se era inerme a terra. La scena venne ripresa da un videoamatore che vendette le immagini ai principali network televisivi. Quando il 29 aprile del 1992 il processo di primo grado si concluse con quattro assoluzioni a Los Angeles scoppiò una rivolta che lasciò 54 morti sulla strada, fece duemila feriti e fu domata sei giorni dopo solo con il coprifuoco e l'intervento di oltre 13mila soldati.
Da allora abbiamo visto di tutto, le Torri Gemelle sbriciolarsi dopo essere state centrate da aerei commerciali, esecuzioni di prigionieri vestiti con la tuta arancione in Siria, Libia e Iraq, attentati terroristici nelle strade di Parigi e ogni volta le nostre paure sono cresciute.
Il New York Times ieri ha messo in fila 16 video amatoriali che negli ultimi tre anni hanno mostrato abusi di potere e violenza della polizia americana che hanno portato alla morte di altrettanti cittadini afroamericani.
Video fondamentali per ottenere giustizia, per denunciare il razzismo delle divise bianche, per punire chi ha sparato senza motivo, ma fondamentali anche nello scatenare proteste e scontri e nel riaccendere lo scontro razziale in America.
Nell'epoca del primo presidente nero l'America ha riscoperto divisioni e fratture che l'elezione di Obama aveva illuso potessero essere superate e consegnate alla Storia.
Possiamo sperare di tornare indietro, possiamo essere tentati di coprirci gli occhi per non vedere e per sperare che le reazioni non finiscano per avvelenare e disorientare ancor di più le nostre società?
Sarebbe non solo impossibile ma anche sbagliato farlo. Questa è la società in cui viviamo e la luce che può essere fatta in luoghi in cui fino a oggi vincevano buio e opacità è una conquista che va tenuta accesa.
Di questi tre giorni di dirette ci restano da piangere sette morti. Ma per comprendere il mondo in diretta, evitare che ogni morte chiami altro sangue, e convivere nella società delle emozioni è richiesta una dose maggiore di responsabilità. E una capacità di reazione e di chiarezza cui la politica, l'informazione e l'opinione pubblica non sono formati.
Il politico francese Michel Rocard, scomparso una settimana fa, nell'ultima intervista della sua vita era stato illuminante: "Per dirigere una società bisogna capirla. Altrimenti non riusciamo nemmeno a capirci fra noi. La sera torniamo tutti a casa e guardiamo le notizie. Il sessanta per cento sono resoconti di cronaca. Non ci viene data né la materia né il tempo per capire. E anche la stampa scritta si lascia travolgere dall'informazione continua, televisione, Internet...".
Non aveva avuto il tempo di fare i conti con le dirette Facebook, ma sapeva che solo la capacità di comprendere, di spegnere un attimo il video e provare a riflettere ci potrà salvare.