CAMBRIDGE - Affisso a una porta del dipartimento di economia dell'università di Cambridge, c'è un poster che rappresenta un piccolo gruppo di persone disposte a forma di simbolo dell'euro. E' la pubblicità di un progetto di ricerca finanziato dall'UE sul futuro dell'eurozona e in cui l'ateneo che ha ospitato i padri della teoria economica moderna, da Alfred Marshall a John Maynard Keynes, è coinvolto insieme ad altre sette università europee. Ma il voto del 23 giugno, con cui la Gran Bretagna ha deciso di lasciare l'UE, ha messo a rischio la partecipazione futura delle università britanniche in queste collaborazioni. Il rischio è che Brexit possa arrecare gravi danni a uno dei migliori sistemi universitari del mondo.
"I finanziamenti per il nostro progetto sono al sicuro," dice Charles Brendon, un giovane professore di economia coinvolto nel progetto 'ADEMU'. "Ma se l'UE ricevesse oggi una domanda di finanziamento simile da un'università britannica, come si comporterebbe?". Cambridge riceve ogni anno almeno 45 milioni dall'UE. Fino a novembre dell'anno scorso, nessuna università in Europa aveva vinto più finanziamenti da parte del Consiglio di Ricerca Europeo - ben 155. Tra il 2007 e il 2014 un quarto dei fondi di ricerca dell'ateneo sono arrivati da Bruxelles. Non sorprende pertanto che, nel referendum del 23 giugno, quasi tre quarti della popolazione di Cambridge si sia scherata per il "Remain", ben oltre il risultato nazionale del 48%.
"Non conosco docenti che abbiano votato 'Leave'," dice ancora Brendon. "Ho addirittura visto auto con le bandierine dell'UE attaccate agli specchietti. Molti portieri degli edifici dell'università, invece, hanno votato per uscire. Dicono di averlo fatto per i loro figli". Nella sala dei professori di Queen's, uno dei 31 collegi dell'ateneo, la preoccupazione è palpabile. Il timore è che il rapporto tra Regno Unito e UE sia come il Ponte "Matematico" sul fiume Cam che si intravede dalla finestra: secondo la leggenda, il fisico Isaac Newton lo costruì senza dadi né bulloni. Una volta smontato, però, gli studenti non riuscirono più a rimontarlo com'era.
"Nei prossimi mesi, ci sarà inevitabilmente grande incertezza," dice Jonathan Spence, un ex banchiere che oggi gestisce le finanze del collegio. "Nessuno si aspettava 'Brexit' e nessuno ha un piano. Tutto dipenderà da che accordi prenderemo con l'UE". Anthony Lasenby è un professore di astrofisica che studia le radiazioni cosmiche che continuano a propagarsi dopo la nascita dell'universo. Da marzo, ha ricevuto un finanziamento europeo per mettere insieme i dati provenienti da un telescopio impiantato a Tenerife con quelli del telescopio spaziale Planck. "Dal 2008, il governo di Londra ha ridotto i finanziamenti per la ricerca, ed è stata l'UE a compensare in parte i tagli," ci dice. "Se i fondi europei dovessero scomparire, l'impatto sarebbe significativo, anche per un'università con la nostra tradizione".
Subito dopo la vittoria del "Leave", il rettore Sir Leszek Borysiewicz, ha cercato di rassicurare studenti e ricercatori che, per ora, l'impatto del referendum sarà minimo. Il governo di David Cameron non ha intenzione di invocare l'articolo 50 dei trattati europei che farebbe scattare la procedura di uscita, e in molti credono la Gran Bretagna resterà un membro dell'UE almeno fino al 2019. "I finanziamenti e i contratti in essere saranno onorati," ha scritto il rettore in una lettera aperta. "Le istituzioni accademiche britanniche potranno continuare a fare domanda ai finanziamenti europei".
Per alcuni ricercatori, l'impatto di Brexit è però già avvenuto. Edoardo Gallo è un economista italiano che studia come le reti sociali modifichino i comportamenti individuali. Pochi mesi fa ha deciso di prendere la cittadinanza britannica, anche perché temeva il risultato del voto. Gallo aveva in mente di fare domanda per un finanziamento europeo, ma ci sta ripensando. "Si tratta di una domanda complessa, di oltre 20 pagine," ci dice. "La Gran Bretagna era uno dei Paesi col più alto numero di finanziamenti vinti, ma dubito che dopo Brexit l'UE continuerà a essere così generosa. Sto pensando di non farla". Silvia Vignolini, una ricercatrice di chimica, è invece più ottimista. "Può darsi che cambi tutto per non cambiare niente," dice. "Per ora non vedo la ragione per essere presa dal panico e spostarmi. Vediamo che decide la classe politica, ora tocca a loro".
"I finanziamenti per il nostro progetto sono al sicuro," dice Charles Brendon, un giovane professore di economia coinvolto nel progetto 'ADEMU'. "Ma se l'UE ricevesse oggi una domanda di finanziamento simile da un'università britannica, come si comporterebbe?". Cambridge riceve ogni anno almeno 45 milioni dall'UE. Fino a novembre dell'anno scorso, nessuna università in Europa aveva vinto più finanziamenti da parte del Consiglio di Ricerca Europeo - ben 155. Tra il 2007 e il 2014 un quarto dei fondi di ricerca dell'ateneo sono arrivati da Bruxelles. Non sorprende pertanto che, nel referendum del 23 giugno, quasi tre quarti della popolazione di Cambridge si sia scherata per il "Remain", ben oltre il risultato nazionale del 48%.
"Non conosco docenti che abbiano votato 'Leave'," dice ancora Brendon. "Ho addirittura visto auto con le bandierine dell'UE attaccate agli specchietti. Molti portieri degli edifici dell'università, invece, hanno votato per uscire. Dicono di averlo fatto per i loro figli". Nella sala dei professori di Queen's, uno dei 31 collegi dell'ateneo, la preoccupazione è palpabile. Il timore è che il rapporto tra Regno Unito e UE sia come il Ponte "Matematico" sul fiume Cam che si intravede dalla finestra: secondo la leggenda, il fisico Isaac Newton lo costruì senza dadi né bulloni. Una volta smontato, però, gli studenti non riuscirono più a rimontarlo com'era.
"Nei prossimi mesi, ci sarà inevitabilmente grande incertezza," dice Jonathan Spence, un ex banchiere che oggi gestisce le finanze del collegio. "Nessuno si aspettava 'Brexit' e nessuno ha un piano. Tutto dipenderà da che accordi prenderemo con l'UE". Anthony Lasenby è un professore di astrofisica che studia le radiazioni cosmiche che continuano a propagarsi dopo la nascita dell'universo. Da marzo, ha ricevuto un finanziamento europeo per mettere insieme i dati provenienti da un telescopio impiantato a Tenerife con quelli del telescopio spaziale Planck. "Dal 2008, il governo di Londra ha ridotto i finanziamenti per la ricerca, ed è stata l'UE a compensare in parte i tagli," ci dice. "Se i fondi europei dovessero scomparire, l'impatto sarebbe significativo, anche per un'università con la nostra tradizione".
Subito dopo la vittoria del "Leave", il rettore Sir Leszek Borysiewicz, ha cercato di rassicurare studenti e ricercatori che, per ora, l'impatto del referendum sarà minimo. Il governo di David Cameron non ha intenzione di invocare l'articolo 50 dei trattati europei che farebbe scattare la procedura di uscita, e in molti credono la Gran Bretagna resterà un membro dell'UE almeno fino al 2019. "I finanziamenti e i contratti in essere saranno onorati," ha scritto il rettore in una lettera aperta. "Le istituzioni accademiche britanniche potranno continuare a fare domanda ai finanziamenti europei".
Per alcuni ricercatori, l'impatto di Brexit è però già avvenuto. Edoardo Gallo è un economista italiano che studia come le reti sociali modifichino i comportamenti individuali. Pochi mesi fa ha deciso di prendere la cittadinanza britannica, anche perché temeva il risultato del voto. Gallo aveva in mente di fare domanda per un finanziamento europeo, ma ci sta ripensando. "Si tratta di una domanda complessa, di oltre 20 pagine," ci dice. "La Gran Bretagna era uno dei Paesi col più alto numero di finanziamenti vinti, ma dubito che dopo Brexit l'UE continuerà a essere così generosa. Sto pensando di non farla". Silvia Vignolini, una ricercatrice di chimica, è invece più ottimista. "Può darsi che cambi tutto per non cambiare niente," dice. "Per ora non vedo la ragione per essere presa dal panico e spostarmi. Vediamo che decide la classe politica, ora tocca a loro".