Libia, gli attacchi Usa all'Is un successo politico per Serraj
Vincenzo Nigro
I raid americani non sono soltanto un rilevante appoggio militare. Ma chiedendoli l'esecutivo di accordo nazionale voluto dall'Onu ha dimostrato che "respinge qualsiasi intervento straniero senza la sua autorizzazione". Un monito alla Francia
2 minuti di lettura
Per il governo Serraj, per le città e le milizie libiche che appoggiano il primo ministro voluto dall'Onu, gli attacchi americani contro l'Is sono un successo politico di grande rilievo. Innanzitutto perché sono un aiuto militare importantissimo contro lo Stato islamico. Ma non solo per questo.
Nelle ultime settimane il governo di accordo nazionale libico, e in particolare il suo "esercito" (ovvero le milizie guidate da Misurata), aveva provato a mettere a segno un colpo decisivo. Riuscire a liberate Sirte dall'Is prima che dall'Est si avvicinasse il generale Haftar. Liberare la città da soli, senza il sostegno a terra di eserciti alleati. I rivoluzionari di Misurata praticamente ci sono riusciti, ma da settimane l'offensiva si era insabbiata, e ogni giorno Misurata, Zlitan e le altre città che sostengono il premier Serraj perdevano soldati e miliziani a decine. Giovani libici colpiti dai cecchini del Califfato, o straziati dai colpi di mortaio che partivano dai quartieri di Sirte assediati dal governo.
Alcuni numeri li ha dati il generale Mohamed al Ghasri, il portavoce dell'operazione militare: "Da maggio, quando abbiamo lanciato l'operazione militare, abbiamo avuto 350 morti e almeno 2.000 feriti". Un carico troppo pesante per le milizie leali al governo sostenuto dall'Onu: anche per questo il governo Serraj alla fine ha chiesto l'intervento dei caccia e degli elicotteri americani.
"Dobbiamo proteggere i nostri figli e il popolo libico che sostiene questa operazione", ha detto il generale Ghasri, "Daesh possiede armi sofisticate e per questo motivo dobbiamo chiedere aiuto a chi ha una tecnologia militare che sia in grado di colpire minuziosamente determinati obiettivi. Chi è contro questo intervento americano di fatto sostiene il Daesh, i terroristi", ha chiuso il generale.
Nella conferenza stampa con cui ha annunciato gli attacchi, il primo ministro Fajez Serraj ha detto chiaramente che l'intervento americano è stato e sarà soltanto un sostegno dall'aria. Questo perché nessun leader libico può permettersi di rimanere al potere col sostegno di truppe straniere schierate sul territorio libico. E dopo quasi tre mesi di combattimenti durissimi contro l'Is, tutti i libici di buona volontà non solo hanno accettato ma quasi hanno invocato un aiuto americano per farla finita col Daesh.
Raid Libia, il premier Serraj: "Abbiamo chiesto l'intervento degli Stati Uniti"
Ma Serraj nella sua conferenza stampa ha ripetuto un avvertimento preciso, dicendo che "il governo di accordo nazionale respinge qualsiasi intervento straniero senza la sua autorizzazione". Il riferimento è chiaro, la morte dieci giorni fa di tre soldati delle forze speciali francesi abbattuti su un elicottero in Cirenaica mentre collaboravano con la milizia del generale Haftar, un ex ufficiale gheddafiano che due anni fa dichiarò un colpo di Stato a Tripoli e poi si spostò a Bengasi, dove, appoggiato dagli egiziani, ha provato a costruirsi come nuovo uomo forte della Libia. La morte dei tre soldati francesi ha confermato il doppio gioco della Francia, che, a Tripoli, dichiara di appoggiare il governo Onu di Serraj, ma nell'Est del paese ha appoggiato le offensive militari di Haftar.
I blitz aerei americani hanno quindi un altro significato politico: l'amministrazione Obama nella lotta al Daesh sceglie decisamente il governo Serraj, lo aiuta in una fase decisiva della battaglia a Sirte, di fatto contribuendo a marginalizzare ancora di più il generale Haftar e lo stesso regime militare egiziano che lo aveva appoggiato. La partita in Libia è ancora lunga, ma poco alla volta i nodi più complicati si sciolgono, e forse aumenta la possibilità che un governo decentemente stabile ridimensioni il terrorismo e passi poi ad occuparsi anche dell'immigrazione e delle altre forme di illegalità che hanno dominato la Libia del dopo-Gheddafi.