Esteri

Obama: "Ecco cosa vuol dire essere femminista"

Il presidente americano scrive per la rivista Glamour un lungo articolo in cui spiega la sua visione del mondo femminile, la centralità della figura di Michelle, il ruolo di modello maschile per le sue figlie: "Quel che hanno diritto di aspettarsi dagli uomini che incontreranno"
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L'UOMO CHE deve tutto alle donne dà l'addio all'America femmina proclamandosi femminista. Nell'attesa di una possibile prima presidente donna, gli Stati Uniti scoprono di avere avuto in Barack Hussein Obama il primo presidente femminista. Non proprio la stessa cosa, ma già una buona approssimazione. Come di Bill Clinton fu detto dalla scrittrice Toni Morrison che era "il primo presidente nero" degli Stati Uniti, così Obama ha voluto passare alla storia segnalandosi, in un articolo che porta la sua firma sulla rivista Glamour, come un "femminista militante", convinto che "non bastino le leggi per cambiare la società, ma che sia necessario cambiare il nostro modo maschile di vedere le donne". Il sospetto di un assist a Hillary Clinton è legittimo, ma il breve saggio-confessione di Obama affidato al magazine femminile è coerente con la sua vita e con la sua esperienza di uomo cresciuto da donne e tra le donne, da quando fu partorito da una madre di fatto single alle Hawaii fino ai giorni della Presidenza vissuta accanto a moglie, due figlie e suocera. E che vinse per due volte le elezioni grazie alla maggioranza a suo favore del voto femminile, per 6 a 4 sugli avversari repubblicani.
 
Mai nessun presidente, neppure quel Nixon che ricordò la "santa mamma" piangendo al momento di lasciare la Casa Bianca, e neppure "Giorgino" Bush, cresciuto all'ombra della matriarca Barbara dalla grande aureola bianca, avevano dovuto tanto del proprio successo alle donne. E avevano sentito la necessità di riconoscerlo, in un manifesto di gratitudine e di addio come questo di Obama, un testamento femminista. "Questo - scrive - è un tempo straordinario per essere una donna. Il progresso fatto negli ultimi 100 e poi 50 e poi, lasciatemelo dire, in questi ultimi 8 anni, ha reso la vita infinitamente migliore per le mie figlie di quanto fosse per mia nonna". Il dettaglio che le sue ragazze, Sasha e Malia, siano state avvantaggiate dall'essere figlie di un presidente, non cambia il fatto che ora quelle due giovani donne "si aspettino da tutti gli uomini che incontreranno che siano femministi come il loro padre". Autoattestati e proclamazioni di femminismo da parte di maschi espongono facilmente gli autori ad accuse di opportunismo e di ipocrisia, ma anche le critiche femminili hanno riconosciuto la straordinarietà di questo testamento culturale e la sua autenticità.

Brenda Weber, preside degli studi "di genere" all'Indiana University ha detto al New York Times di essere "deliziata" dall'articolo di Obama e la direttrice di Glamour vi legge molto più "delle solite frasi da bollito misto che i politici servono alle donne". Il cuore del "femminismo" obamiano è in un'affermazione che ricalca esattamente quello che Hillary Clinton ha fatto alla Convention Democratica: "Quando le donne acquistano la loro libertà, tutti siamo più liberi. Quando le donne acquistano la loro uguaglianza, tutti siamo più uguali". E per arrivare a questo traguardo, non bastano leggi che ne difendano i diritti: "È necessario cambiare l'atteggiamento di noi uomini verso di loro per spezzare gli stereotipi che cominciano dal momento in cui l'ostetrica annuncia: è femmina". Più facile da descrivere in un articolo di 1.500 parole che in una realtà dove ai comizi di Trump si sente gridare "Ammazza quella cagna" e "Fotti quella puttana, Donald", l'evoluzione culturale che Obama chiede lasciando la Casa Bianca è il conto che un uomo dalla vita straordinaria salda con le donne che l'hanno resa possibile. Con Ann Dunham, la madre irrequieta e indipendente, originaria del tradizionalissimo Kansas, che lo concepì alle Hawaii con uno studente africano e che lui vide morire nella sofferenza di un cancro al seno per il quale l'assicurazione rifiutò di pagare. Con Madelyn, la nonna materna, che lo accudì e lo allevò a Honolulu, mantenendolo con il suo stipendio di vicedirettrice di banca mai promossa direttrice e morì 2 giorni prima dell'elezione del nipote alla Casa Bianca nel novembre 2008.
 
Con Michelle Robinson, l'avvocato di Chicago che resistette alla corte di uno strapelato Obama, diffidando di quel giovane squattrinato che la portava in giro - ricorderà - su un'auto sfondata dalla quale si vedeva scorrere sotto i piedi l'asfalto. Con Marian, la madre della First Lady, la suocera, ospitata alla Casa Bianca per volontà di Michelle, nella doppia funzione di nonna delle bambine e tranquillante per la figlia insofferente della Presidenza. E le due figlie, Malia, la più grande, che andrà a studiare ad Harvard sulle orme di mamma e papà dopo essersi presa un anno sabbatico per conoscere il mondo e Sasha, che in questi giorni serve pesce fritto come cameriera in un ristorante a Martha's Vineyard, per la quale gli Obama resteranno a vivere da privati nella capitale Washington, scelta inedita per un ex presidente che non vede l'ora di allontanarsene. Di donne, con donne, per donne è stata la vita del primo presidente maschio femminista d'America, come la fiaba del figlio di nessuno salvato da streghe buone che hanno tessuto per lui la tela della fortuna, sperando che un giorno ricompensasse tutte le donne. Magari facendosi sostituire da una donna alla Casa Bianca.