BANGKOK - Il referendum tra i cittadini della Thailandia per la nuova Costituzione si è concluso con oltre il 61 per cento di sì alle riforme scritte dai militari, che aumentano il peso dell’esercito e di riflesso della famiglia reale. Mancano ancora i dati ufficiali di mercoledì, ma un funzionario governativo si è già spinto ad annunciare che, dopo questo plebiscito “in favore della stabilità", ci sarà un governo democraticamente eletto entro il dicembre del 2017.
Per il voto sulla nuova Costituzione, al quale ha partecipato poco più del 55 per cento degli aventi diritto, non si poteva fare propaganda né a favore né contro. In un campus universitario notoriamente ribelle, gruppi di studenti sono stati fermati per aver fatto volare un pallone con su scritto: “Fare campagna non è sbagliato”. Ma anche stavolta il Paese si è visto schierato politicamente, con i “no” concentrati nelle province del nord est fedeli all’ex premier esule Thaksin Shinawatra, contro la cui dinastia accusata di corruzione sono stati condotti gli ultimi golpe, l’ultimo nel 2014. Contrari anche i musulmani del sud, dove è in corso da 15 anni una guerriglia quotidiana per l’autonomia delle tre province islamiche lungo i confini con la Malesia.
Molti analisti hanno ricordato lo spettro dei lunghi anni di tensioni e sanguinosi disordini nelle strade di Bangkok, ancora tale da giustificare la voglia emersa dalle urne di non veder ripetere la storia. L’opinione diffusa è che – viste le circostanze - solo un governo di destra col sostegno delle forze armate puo’ garantire la pace sociale. Su questo fattore ha puntato il premier-generale Prayut Chan Ocha per intascare una vittoria ben organizzata che dovrebbe rafforzare per molti anni a venire, oltre alla presenza militare nella politica nazionale, anche l’economia di un Paese ai vertici di molti settori d’export con 30 milioni di turisti presenti l’anno. Le borse hanno subìto non a caso un'immediata impennata.
Tra le nuove norme sostenute dagli elettori ce n’è una che assegna in Senato posti riservati ai comandanti militari come nel parlamento birmano. Una seconda domanda sottoposta a ballottaggio ha vinto con un ampio margine e permetterà allo stesso Senato di eleggere il primo ministro, senza escludere uno dei militari-senatori, “in collaborazione con la Camera bassa”. "Anche se molti sospettano che la nuova Carta potrà minare i diritti democratici precedentemente ottenuti – ha detto John Garrett, analista della Economist intelligence unit – era pur sempre meno attraente il rischio percepito da tutti di maggiore incertezza politica e instabilità economica in caso di bocciatura della Costituzione".
L’ambizione dei militari attualmente al governo era ottenere consenso popolare per rendere i futuri colpi di Stato inutili, indebolendo i partiti politici e di conseguenza i governi futuri assegnando loro per legge un piano di sviluppo nazionale già impostato per i prossimi 20 anni. Gli esponenti dei diritti umani temono che adesso sarà molto difficile emendare la Costituzione viste le restrizioni imposte. Anche in questo caso descrivono una situazione simile a quella della Birmania, dove i militari hanno scritto una “road map”, un percorso obbligato verso la democrazia, al quale deve attenersi la nuova leader del Paese Aung San Suu Kyi con pochi margini di manovra.
Chiunque andrà al governo entro il 2017 in Thailandia avrà almeno altrettanti limiti, e non basterà aver prodotto profitti o mantenuto la stabilità per restare sulle poltrone dei ministeri. L’esercito potrà intervenire ogni qual volta riterrà che la sicurezza del regno possa messa in pericolo. A totale discrezione dei comandi supremi.
Per il voto sulla nuova Costituzione, al quale ha partecipato poco più del 55 per cento degli aventi diritto, non si poteva fare propaganda né a favore né contro. In un campus universitario notoriamente ribelle, gruppi di studenti sono stati fermati per aver fatto volare un pallone con su scritto: “Fare campagna non è sbagliato”. Ma anche stavolta il Paese si è visto schierato politicamente, con i “no” concentrati nelle province del nord est fedeli all’ex premier esule Thaksin Shinawatra, contro la cui dinastia accusata di corruzione sono stati condotti gli ultimi golpe, l’ultimo nel 2014. Contrari anche i musulmani del sud, dove è in corso da 15 anni una guerriglia quotidiana per l’autonomia delle tre province islamiche lungo i confini con la Malesia.
Molti analisti hanno ricordato lo spettro dei lunghi anni di tensioni e sanguinosi disordini nelle strade di Bangkok, ancora tale da giustificare la voglia emersa dalle urne di non veder ripetere la storia. L’opinione diffusa è che – viste le circostanze - solo un governo di destra col sostegno delle forze armate puo’ garantire la pace sociale. Su questo fattore ha puntato il premier-generale Prayut Chan Ocha per intascare una vittoria ben organizzata che dovrebbe rafforzare per molti anni a venire, oltre alla presenza militare nella politica nazionale, anche l’economia di un Paese ai vertici di molti settori d’export con 30 milioni di turisti presenti l’anno. Le borse hanno subìto non a caso un'immediata impennata.
Tra le nuove norme sostenute dagli elettori ce n’è una che assegna in Senato posti riservati ai comandanti militari come nel parlamento birmano. Una seconda domanda sottoposta a ballottaggio ha vinto con un ampio margine e permetterà allo stesso Senato di eleggere il primo ministro, senza escludere uno dei militari-senatori, “in collaborazione con la Camera bassa”. "Anche se molti sospettano che la nuova Carta potrà minare i diritti democratici precedentemente ottenuti – ha detto John Garrett, analista della Economist intelligence unit – era pur sempre meno attraente il rischio percepito da tutti di maggiore incertezza politica e instabilità economica in caso di bocciatura della Costituzione".
L’ambizione dei militari attualmente al governo era ottenere consenso popolare per rendere i futuri colpi di Stato inutili, indebolendo i partiti politici e di conseguenza i governi futuri assegnando loro per legge un piano di sviluppo nazionale già impostato per i prossimi 20 anni. Gli esponenti dei diritti umani temono che adesso sarà molto difficile emendare la Costituzione viste le restrizioni imposte. Anche in questo caso descrivono una situazione simile a quella della Birmania, dove i militari hanno scritto una “road map”, un percorso obbligato verso la democrazia, al quale deve attenersi la nuova leader del Paese Aung San Suu Kyi con pochi margini di manovra.
Chiunque andrà al governo entro il 2017 in Thailandia avrà almeno altrettanti limiti, e non basterà aver prodotto profitti o mantenuto la stabilità per restare sulle poltrone dei ministeri. L’esercito potrà intervenire ogni qual volta riterrà che la sicurezza del regno possa messa in pericolo. A totale discrezione dei comandi supremi.