Fece qualche passo con le mani infilate nelle tasche della vestaglia quando si accorse della presenza di una dozzina di suoi collaboratori accalcati nel parcheggio adiacente alla recinzione, e rientrò in casa. A quel punto a uscire fu il colonnello Joseíto (José Delgado), il capo della sua scorta, che andò dal gruppetto e disse, in tono di vera e propria supplica: "Signori, cazzo, vi prego di uscire da quell'ingresso e non guardare più da questa parte, così lui potrà credere di essere solo". In tutto il tempo che ho trascorso vicino o insieme a Fidel, questo è il momento più patetico che conservo nella memoria. Troppo intelligente per non sapere che la sua solitudine era impossibile, sembrava accontentarsi di credere in un'illusione. Eppure - e questo si dava per scontato - era una solitudine che veniva garantita con il dispiegamento di una compagnia rafforzata dei ranger delle Truppe speciali, portata dall'Avana per l'occasione e armata addirittura di missili antiaereo portatili.
Implicito nella scena, quel vago patetismo (termine che non uso in senso peggiorativo), è debitamente rivelatore di una personalità in lotta permanente per assicurarsi un perimetro di intimità e renderlo inviolabile. Questo veniva espresso, o per meglio dire giustificato ideologicamente, in molti modi, e tra l'altro garantiva alcuni vantaggi inaspettati. L'idea, per usare le parole dello stesso Fidel, era che la sua vita personale non doveva mischiarsi con la sua vita politica. In quel caso, per decantazione, niente di meglio che la sua guardia pretoriana per tracciare e difendere la frontiera. Era qui che faceva atto di presenza la sua vera preoccupazione: disporre del miglior servizio di scorta del mondo. Idea e scorta che più tardi gli sarebbero servite (com'era logico) per darsi alla pazza gioia in festini organizzati sfruttando le sue misteriose case di sicurezza o, come successe in un periodo, per eludere la costante persecuzione che Celia Sánchez, sua compagna di guerriglia sulla Sierra Maestra, gli scatenò contro per tutta Cuba quando seppe dei suoi amoreggiamenti con Dalia Soto del Valle.
È morto Fidel Castro: la vita del Líder Maximo icona della rivoluzione comunista
"Presto sarò come gli altri, arriva il turno di tutti". Fidel Castro è morto all'età di 90 anni e solo pochi mesi fa, lo scorso aprile, parlava così al settimo congresso del partito comunista cubano, all'Avana. Un discorso di congedo, per un uomo che aveva portato gli ideali rivoluzionari nell'isola, che li aveva coltivati e fatti crescere. Per poi vederli invecchiare, insieme a lui: quando nel 2008 il fratello Raúl ha assunto le redini del comando, avviando le riforme economiche e la normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti, si è capito che un'epoca era finita. Quella del comunismo più ortodosso e intransigente, quella della più feroce retorica antimperialista. E tuttavia, i valori rivoluzionari non sono morti, secondo il Líder Maximo: "Le idee dei comunisti cubani rimarranno come prova che su questo pianeta, se lavori molto e con dignità, puoi produrre i beni materiali e culturali di cui gli esseri umani hanno bisogno", aveva sottolineato. Dalla presa del potere nel 1959 ai legami con i leader sovietici e antistatunitensi, fino agli ultimi anni, quando ha lasciato la divisa da condottiero per le più comode tute. Una fotostoria che racconta l'uomo divenuto nel mondo icona della rivoluzione comunista
(pubblicata l'11 agosto 2016, aggiornata il 26 novembre 2016)
Tutto nasceva, originariamente, da un criterio elaborato da Fidel, che era politico (anche se lui voleva riconvertirlo in una questione di sicurezza): secondo le sue stesse parole, pronunciate molte volte nella cerchia dei suoi amici più stretti, il criterio era non contaminare la sua famiglia con il resto dei suoi subordinati.
E non valeva solo per il volgo. Nemmeno Raúl Castro per molto tempo ebbe accesso a quella famiglia e a quelle case. Raúl era pazzo di felicità il giorno in cui suo figlio Alejandro, che aveva già più di vent'anni, conobbe finalmente per caso, a una festa, due dei suoi cugini, figli di Fidel. Fu un momento di esaltazione per il generale dell'esercito e capo delle forze armate (e attuale presidente della Repubblica) quando ne fu informato, e chiamò i subordinati che stavano lì in quel momento e li mandò a cercare della vodka per brindare all'incontro. E non era solo il contatto con qualche cugino. L'accesso di Raúl e dei suoi familiari, come di qualsiasi altro cittadino, alla piscina termica coperta della famosa clinica Cimeq era proibito quando doveva usarla Dalia. Le spiegazioni per la condotta di Fidel e per il manto di protezione in cui faceva vivere la sua famiglia potevano essere molteplici, ma l'argomento di fondo andava sempre a parere, inesorabilmente, sulla Cia. È chiaro che si trattava anche di una spiegazione per l'esterno. Io direi che le ragioni possono essere intime come rivelò il colonnello Joseíto quella mattina a Harare: sentirsi solo.
Cosicché, finora, quello che abbiamo avuto è un uomo che emette segnali di distrazione in maniera costante, metodica. Insomma, un uomo rivestito di una corazza di enigmi e che poteva contare sull'apparato repressivo di uno Stato per conseguire il suo obbiettivo. Un obiettivo che ora, con il passare del tempo e nel momento in cui compie novant'anni, domani, ci appare indistinto, rarefatto. In che direzione andava? O peggio ancora, in che direzione ci portava? Novant'anni, per Dio. Se togliamo dal conto i primi, investiti nella bucolica infanzia del figlio di un latifondista, e nella sua necessaria istruzione, e nella sua attività di campione di pallacanestro sotto l'egida dei gesuiti, il resto, settant'anni e più, da quando cominciò il suo addestramento di politico e pistolero all'Università dell'Avana fino a quando si è guadagnato il posto di ultimo leader del movimento comunista internazionale, quello che ci si para davanti è un gigante, che ci sfugge dietro cortine di fumo, imbrogli, manovre di occultamento e circoli ristretti.
È curioso che quest'uomo, che tutti noi che siamo stati suoi contemporanei in qualche momento abbiamo venerato, e perfino amato, rimanga ancora un enigma, e che alla fine l'unica cosa che ci lascerà di se stesso sarà un'astrazione.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
L'autore è un giornalista e scrittore cubano