Esteri

Trump, rapporti sempre più tesi con i repubblicani. E rischia di perdere i fondi del partito

Il tycoon, sempre più debole nei sondaggi, prova a fare marcia indietro sull'ultima sortita contro Obama e Hillary Clinton. Ma lo stile della sua campagna elettorale proprio non piace al Gop. E si innesca una battaglia fratricida che ha ripercussioni anche finanziarie

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NEW YORK. Donald Trump fa marcia indietro anche sull’ultima sua provocazione. “Ero sarcastico quando dicevo che Barack Obama e Hillary Clinton erano stati i fondatori dello Stato Islamico”, dice adesso il candidato repubblicano, che fino a giovedì sera, invece, aveva difeso alla lettera quelle accuse, accolte con ovvia perplessità dall’opinione pubblica.

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Mentre continua questo balletto trumpiano tra provocazioni e smentite, il tycoon precipita nei sondaggi provocando un crescente malessere tra i repubblicani. A Orlando, in Florida, è stato programmato un confronto tra i dirigenti del partito e i collaboratori del miliardario newyorkese. Obiettivo ufficiale: coordinare meglio gli sforzi. Ma in realtà l’incontro è l’occasione per mettere in guardia il candidato sui guasti provocati dalle sue provocazioni e sul rischio che il partito, preoccupato delle sorti del voto e irritato per l’indisciplina di Trump, possa negargli alcuni finanziamenti. Se loro mi tagliano i fondi, io bloccherò i contributi che ricevano attraverso di me”, ha minacciato Trump prima dell’incontro, facendo capire la gravità delle tensioni tra i due campi. La realtà è che adesso, quasi all’improvviso, si è inceppato quel meccanismo perverso che aveva fatto emergere Trump nelle primarie. E assieme a profonde divisioni nella destra, si è spianata la strada per una vittoria di Clinton a novembre, che potrebbe anche contagiare il voto per il rinnovo del Congresso, privando i repubblicani della maggioranza parlamentare.

Trump ha sempre cercato di far notizia, attirare i media e distruggere gli avversari, dicendo qualsiasi cosa, anche la più oltraggiosa, in nome dell’anti-politically correct. Una strategia, questa, che ha funzionato bene durante le primarie, quando poteva giocare sulle divisioni tra i sedici rivali, e al tempo stesso far leva sullo zoccolo duro dei suoi sostenitori: uomini bianchi marginalizzati dalla globalizzazione, amanti delle armi o addirittura suprematisti bianchi. Ma adesso, per vincere tra 90 giorni nelle presidenziali, dovrebbe allargare il consenso e costruire alleanze. E invece continua con la vecchia solfa senza alcuna intenzione – lo ha detto chiaramente - di “cambiare stile”: anche se ciò dovesse costargli la Casa Bianca.

Nell’ultima settimana le sue provocazioni sono state a raffica. Prima Trump ha deriso i genitori di un capitano musulmano morto in Iraq, sollevando le proteste di ex-combattenti e di repubblicani vicini al Pentagono. Poi ha rifiutato l’endorsement a due leader di primo piano della destra, Paul Ryan e John McCain (salvo poi concederlo in extremis). Poi ancora ha ipotizzato che il “popolo del secondo emendamento” (cioè quelli che difendono il diritto alle armi a go-go, come gli iscritti alla Nra, la lobby delle pistole), potesse bloccare con la violenza l’ascesa della Clinton.

“Tutto questo non è più uno scherzo”, ha scritto il Daily News in prima pagina: “Trump deve ritirarsi. E, se non lo fa i repubblicani devono abbandonarlo”. Del resto sembra un processo già in atto. A destra continuano le defezioni: l’ultima è la senatrice del Maine, Susan Collins, che non voterà per il candidato del partito. Stessa scelta per 50 esponenti governativi di spicco dell’intelligence e della difesa negli anni di George Bush, da John Negroponte a Michael Hayden, da Tom Ridge a Robert Zoellick: “Trump – hanno scritto in una lettera aperta - è un rischio per la sicurezza nazionale”.

Intanto i sondaggi sono impietosi. L’ultimo della Nbc mostra che il divario tra i due candidati è salito da 8 a dieci punti. Trump è in vantaggio solo in qualche stato conservatore del midwest, mentre non sfonda nei “swing state”, dove di solito l’elettorato è diviso e che quindi sono i più importanti nel determinare la vittoria. Sempre secondo il sondaggio Nbc, il tycoon è molto indietro alla Clinton nella Carolina del Nord, in Virginia e Colorado, mentre in Florida il distacco è minore, anche se Trump è sempre in svantaggio, incapace di far breccia tra le donne, tra i giovani, tra le fasce più istruite degli elettori e soprattutto tra le minoranze.

A complicare ulteriormente le cose per Trump ci sarà la “mina” delle tasse: rompendo una lunga tradizione di trasparenza della politica americana, il candidato repubblicano si rifiuta di rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi, con la scusa di essere sotto accertamento. Ha qualcosa da nascondere, come molti pensano? Ha sempre pagato poco o niente al fisco? In compenso Hillary Clinton ha reso noto proprio ieri di aver versato nel 2015 il 34,2 per cento del reddito in tasse federali e il 43,2 complessivo per l’insieme delle tasse, federali, statali e locali. E ora i democratici si preparano ad alzare la voce e pretendere che anche il tycoon faccia il suo dovere.