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Hong Kong, il leader di Occupy 2014 dall'arresto al parlamento: "Indipendenza? Vogliamo decidere sul nostro futuro"

Nathan Law, lo studente che due anni fa guidò la 'rivoluzione degli ombrelli', è stato eletto nel consiglio cittadino: "Il messaggio è chiaro: non accettiamo più di essere dominati dall'autoritarismo comunista cinese"

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HONG KONG - "Ormai a Hong Kong il popolo è più forte del potere di Pechino e pretende di assumere realmente e direttamente le decisioni che riguardano il proprio futuro: dopo questo incredibile successo, il prossimo passo sarà il referendum per l'autodeterminazione". Nathan Law non pronuncia la parola "indipendenza", ma quando lo fanno i suoi sostenitori, in festa nel palazzone della commissione elettorale, sorride e annuisce. "Il messaggio politico del voto di domenica - dice - è chiaro: gli hongkonghesi non accettano più di essere dominati dall'autoritarismo comunista cinese. Vogliono ripensare dalle fondamenta la relazione con la Cina continentale e noi reduci dalla rivolta del 2014 ci impegniamo a riscrivere la storia della democrazia in Asia". Due anni fa Nathan Law è stato arrestato in quanto tra i leader studenteschi della "rivoluzione degli ombrelli". Ha cercato di raggiungere Pechino per un faccia a faccia con i leader rossi, ma è stato bloccato in aeroporto dopo la sospensione del visto d'ingresso nel suo stesso Paese. Lo scorso 15 agosto è stato condannato a 1200 ore di lavoro nei servizi sociali per "assembramento illegale", sempre a causa di Occupy 2014. Ora, camicia bianca e jeans nocciola, occhiali neri e scarpe da ginnastica, sorriso da bambino e tagliolini liofilizzati in bocca dopo una notte insonne, a 23 anni il leader di "Demosisto", studente di letteratura, è il più giovane deputato eletto nella storia di Hong Kong.

Finalmente potrà entrare nel palazzo del consiglio legislativo, che ha assediato per 79 giorni: lo fa da dissidente?
"Se vivessi nella Cina continentale, giuridicamente potrei essere definito così. A Hong Kong, ancora per qualche anno, sono invece solo un oppositore dell'establishment agli ordini di Pechino. Lavorerò affinché nessun hongkonghese che si ispira ai valori democratici venga mai trasformato in un dissidente".

Cosa significa, a due anni dall'arresto e dalla repressione della "rivolta degli ombrelli", essere eletto nel consiglio cittadino?
"Sono ancora sotto shock, nel 2014 sembrava inimmaginabile. Vuole dire che quello spirito di cambiamento, grazie ai giovani, non è stato disperso".

Ora, per garantire la democrazia della metropoli, chiederà l'indipendenza?
"La priorità è unire le forze democratiche che vogliono cambiare, dalla Costituzione locale al modello "un Paese, due sistemi". Sono accordi del secolo scorso, Deng Xiaoping e Margareth Thatcher sono morti, il mondo è cambiato. Hong Kong e Pechino devono ripensare il loro futuro e un dialogo con chi ambisce all'autogoverno, unica via per non essere schiacciati da cinesizzazione e autoritarismo, è naturale".

Pechino minaccia di incriminare chi parla di autodeterminazione, sei candidati pro-indipendenza sono stati esclusi dal voto: teme di essere arrestato un'altra volta, pur da eletto nel Legco (il Consiglio legislativo ndr)?
"Mi pare che la crescente repressione degli ultimi due anni, voluta dal "chief executive" Leung Chun-ying, dimostri che il metodo-Pechino a Hong Kong causa disastri. L'economia è in crisi, la maggioranza della popolazione vuole cambiare: arrestare chi vuole salvare Hong Kong, renderebbe la situazione esplosiva".

Pensa davvero che gli hongkonghesi vogliano dire addio a Pechino?
"E' sotto gli occhi di tutto il mondo: qui c'è una generazione nuova consapevole di non poter restare ostaggio del passato, dello scontro tra colonialismo e autoritarismo. Cambiare e aggiornare il futuro è un'urgenza che non sentono solo giovani e studenti. Se ne rende conto anche il business: il futuro di Hong Kong va ridefinito qui, con i nostri valori democratici, non a Pechino con l'ideologia del partito-Stato".

E' una sfida diretta contro il presidente Xi Jinping?
"Al potere cinese continueremo a chiedere un confronto, il diritto di esprimere le nostre opinioni. Hong Kong non è Taiwan e non è il Tibet, ogni realtà ha storie diverse: ma dopo il 2047, scaduto lo statuto speciale, è impensabile assistere passivamente al venir meno di democrazia e libertà, come davanti ad una candela che inesorabilmente si consuma".

Teme che l'Occidente, economicamente più fragile e politicamente diviso, neghi a Hong Kong il sostegno che per decenni ha concesso a Taipei e a Lhasa?
"Prendo atto che al G20 di Hangzhou i leader dei Paesi più deboli hanno fatto la fila, nel nome degli affari, per omaggiare acriticamente Pechino. E' evidente che dall'interno, pur con la lente particolare di Hong Kong, la realtà cinese appare diversa che dall'estero. Ma nella comunità internazionale colgo segnali importanti, la visione della Cina non è più quella di due anni fa e al momento giusto non resteremo soli".

Pechino avverte che l'autodeterminazione condurrà al caos: in futuro c'è il rischio di una repressione violenta?
"Non lo vedo. La prospettiva è garantire a Hong Kong la stabilità e i valori considerati validi fino a oggi. Ciò che voi definite "indipendenza" per noi è solo la tensione a conservare una democrazia ultra-secolare".