"La Germania che vota il partito anti-migranti è un Paese egoista. Questa è una vera catastrofe emozionale, è la vittoria della paura, ed è solo mettendo in campo le emozioni che potremo ribaltare le cose". Timur Vermes è riuscito a trasformare Hitler in satira, riportandolo in vita negli anni Duemila con il suo romanzo bestseller "Lui è tornato". Non stupisce che lo scrittore tedesco riesca anche a trasformare la sconfitta di Angela Merkel in Meclemburgo in metafora calcistica. "La cancelliera ha sempre saputo come si vincono le partite in Germania - dice lui - e cioè schierando un'ottima difesa e limitando gli errori". Stavolta però la leader più potente d'Europa ha sbagliato ai rigori: proprio nella sua circoscrizione elettorale, si è lasciata sorpassare dalla destra estrema di Alternative fur Deutschland.
Cos'è andato storto in questa partita elettorale?
"Vede, la gente non ha mai amato la Merkel, ma l'ha votata per un decennio perché - come nel calcio - vinci se fai pochi errori e se schieri un'ottima difesa. Con la questione rifugiati, per la prima volta la cancelliera ha corso un rischio. Ha detto: "Dobbiamo affrontare il problema, e farlo in modo umano". Insomma si è comportata da vera leader, perché è questo che un vero leader fa: assumersi un rischio, in nome di una giusta causa. Peccato che su questo gli elettori non l'abbiano seguita".
Perché? Cosa spinge un Land con una così bassa presenza di rifugiati a prestare un tale consenso al partito antimigranti?
"La paura. Il tema dei rifugiati è la chiave con cui leggo quel voto. L'Afd non ha schierato buone ragioni, ma ha messo in campo le emozioni. Si è comportata come il peggior condomino, quello che in riunione dice: "Perché buttare a turno la spazzatura? Semplicemente, smettiamo di farlo". Peccato che in ogni condominio qualcuno la spazzatura debba buttarla. E allo stesso modo, un Paese i problemi deve affrontarli. Non è certo sparando al confine, come minaccia di fare l'Afd, che si impediscono le grandi trasformazioni di questo mondo".
Ma i rifugiati sono davvero soltanto un fardello? La Merkel ha sempre sostenuto che possono essere anche una risorsa, economica in primis.
"Il mio popolo ha paura del cambiamento. Il vero problema non è mai la paura del diverso in sé, la xenofobia, ma la paura di perdere qualcosa: perdere la propria pur modesta ricchezza, soprattutto se non hai molto, oppure veder minacciata la propria identità, per esempio".
Lei descrive un Paese egoista.
"Esattamente: egoista è la parola giusta".
Da quando lo è diventato? Il suo romanzo riporta in vita l'incubo del totalitarismo - o meglio, il suo protagonista, Hitler - al giorno d'oggi. Ma il pericolo non era scampato?
"La Germania non è diventata egoista. Lo è sempre stata. Finché Merkel diceva all'Europa: "Non spendete troppo", alla sua gente la cosa piaceva, perché siamo un popolo di risparmiatori. Anche per quel che riguarda i rifugiati, prima dell'emergenza attuale c'è stata una lunga, silente crisi. Abbiamo lasciato che fossero la Grecia o l'Italia a sobbarcarsela. Non solo il mio Paese, ma la stessa Unione europea è stata troppo a lungo egoista. Merkel ha scelto poi una strada diversa, e il voto l'ha punita".
Che scenario immaginare ora? Una Merkel sempre più indebolita? L'ascesa dell'Afd anche alle presidenziali?
"Sicuramente Merkel è debole, certamente l'Afd diventerà più forte, e lo sarà ancor più se Merkel & co. cederanno alle sue sirene. Ma una cosa va detta: il partito di Frauke Petry non mette in campo argomenti, gioca la carta della paura. Siamo di fronte a una vera catastrofe emozionale. Sa come può uscirne la cancelliera? Proprio con le emozioni".
Eppure Merkel non è molto amata, dice lei. E dovrà fronteggiare anche il dissenso interno. Può davvero giocarsi la carta delle emozioni?
"Non dico che debba farlo lei, ma dobbiamo per esempio farlo noi: intellettuali, artisti, scrittori. E devono farlo tutti, spiegando - anzitutto ai propri amici - che negare i problemi come farebbe un bambino di 4 anni, o farsi prendere dalla paura, non è un modo per risolvere un bel nulla. Non esistono altre opzioni all'accoglienza. Più tardi lo capiremo, più saremo vittime dei problemi invece di affrontarli".
Cos'è andato storto in questa partita elettorale?
"Vede, la gente non ha mai amato la Merkel, ma l'ha votata per un decennio perché - come nel calcio - vinci se fai pochi errori e se schieri un'ottima difesa. Con la questione rifugiati, per la prima volta la cancelliera ha corso un rischio. Ha detto: "Dobbiamo affrontare il problema, e farlo in modo umano". Insomma si è comportata da vera leader, perché è questo che un vero leader fa: assumersi un rischio, in nome di una giusta causa. Peccato che su questo gli elettori non l'abbiano seguita".
Perché? Cosa spinge un Land con una così bassa presenza di rifugiati a prestare un tale consenso al partito antimigranti?
"La paura. Il tema dei rifugiati è la chiave con cui leggo quel voto. L'Afd non ha schierato buone ragioni, ma ha messo in campo le emozioni. Si è comportata come il peggior condomino, quello che in riunione dice: "Perché buttare a turno la spazzatura? Semplicemente, smettiamo di farlo". Peccato che in ogni condominio qualcuno la spazzatura debba buttarla. E allo stesso modo, un Paese i problemi deve affrontarli. Non è certo sparando al confine, come minaccia di fare l'Afd, che si impediscono le grandi trasformazioni di questo mondo".
Ma i rifugiati sono davvero soltanto un fardello? La Merkel ha sempre sostenuto che possono essere anche una risorsa, economica in primis.
"Il mio popolo ha paura del cambiamento. Il vero problema non è mai la paura del diverso in sé, la xenofobia, ma la paura di perdere qualcosa: perdere la propria pur modesta ricchezza, soprattutto se non hai molto, oppure veder minacciata la propria identità, per esempio".
Lei descrive un Paese egoista.
"Esattamente: egoista è la parola giusta".
Da quando lo è diventato? Il suo romanzo riporta in vita l'incubo del totalitarismo - o meglio, il suo protagonista, Hitler - al giorno d'oggi. Ma il pericolo non era scampato?
"La Germania non è diventata egoista. Lo è sempre stata. Finché Merkel diceva all'Europa: "Non spendete troppo", alla sua gente la cosa piaceva, perché siamo un popolo di risparmiatori. Anche per quel che riguarda i rifugiati, prima dell'emergenza attuale c'è stata una lunga, silente crisi. Abbiamo lasciato che fossero la Grecia o l'Italia a sobbarcarsela. Non solo il mio Paese, ma la stessa Unione europea è stata troppo a lungo egoista. Merkel ha scelto poi una strada diversa, e il voto l'ha punita".
Che scenario immaginare ora? Una Merkel sempre più indebolita? L'ascesa dell'Afd anche alle presidenziali?
"Sicuramente Merkel è debole, certamente l'Afd diventerà più forte, e lo sarà ancor più se Merkel & co. cederanno alle sue sirene. Ma una cosa va detta: il partito di Frauke Petry non mette in campo argomenti, gioca la carta della paura. Siamo di fronte a una vera catastrofe emozionale. Sa come può uscirne la cancelliera? Proprio con le emozioni".
Eppure Merkel non è molto amata, dice lei. E dovrà fronteggiare anche il dissenso interno. Può davvero giocarsi la carta delle emozioni?
"Non dico che debba farlo lei, ma dobbiamo per esempio farlo noi: intellettuali, artisti, scrittori. E devono farlo tutti, spiegando - anzitutto ai propri amici - che negare i problemi come farebbe un bambino di 4 anni, o farsi prendere dalla paura, non è un modo per risolvere un bel nulla. Non esistono altre opzioni all'accoglienza. Più tardi lo capiremo, più saremo vittime dei problemi invece di affrontarli".