"Contro l'Isis per difendere i valori della democrazia". Karim Franceschi, il "partigiano" italiano in Siria
Marco Mathieu, di MARCO MATHIEU
Ha 27 anni, ha combattuto partecipando alla liberazione di Kobane. E nello Ypg, l'"Unità di protezione del popolo", ha incontrato tanti altri giovani europei e americani. La sua storia è diventata un libro, ora anche un documentario che sarà presentato alla Mostra di Venezia
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CAGLIARI - "Non chiamateci foreign fighter, siamo semplicemente esseri umani che hanno fatto la scelta di combattere l'Isis per difendere i nostri valori democratici". Karim Franceschi, anni 27, occhi scuri e profondi, parla con voce calma mentre spiega cosa spinge gli "internazionali" come lui ad arruolarsi nelle milizie curde dello YPG (Unità di protezione del popolo) nel Rojava, la regione autonoma del nord della Siria. "Non so quanti siano là adesso, molti vanno e poi tornano, come ho fatto io, ma posso dire che almeno 400 tra europei e americani hanno combattuto con lo Ypg", aggiunge prima di salire sul palco del Marina Café Noir di Cagliari, il "Festival di letterature applicate" che l'ha invitato a raccontare la sua esperienza.
Our War, il videoclip in anteprima
Karim è nato a Casablanca, Marocco, da padre italiano (ex partigiano) e madre marocchina. Vive …
CAGLIARI - "Non chiamateci foreign fighter, siamo semplicemente esseri umani che hanno fatto la scelta di combattere l'Isis per difendere i nostri valori democratici". Karim Franceschi, anni 27, occhi scuri e profondi, parla con voce calma mentre spiega cosa spinge gli "internazionali" come lui ad arruolarsi nelle milizie curde dello YPG (Unità di protezione del popolo) nel Rojava, la regione autonoma del nord della Siria. "Non so quanti siano là adesso, molti vanno e poi tornano, come ho fatto io, ma posso dire che almeno 400 tra europei e americani hanno combattuto con lo Ypg", aggiunge prima di salire sul palco del Marina Café Noir di Cagliari, il "Festival di letterature applicate" che l'ha invitato a raccontare la sua esperienza.
Our War, il videoclip in anteprima
Karim è nato a Casablanca, Marocco, da padre italiano (ex partigiano) e madre marocchina. Vive a Senigallia, si dichiara "comunista e attivista politico dei centri sociali" e ha combattuto in Siria, partecipando alla liberazione di Kobane dall'Isis. La sua storia, già diventata un libro (Il combattente, Bur, 2016) è ora anche parte del documentario (Our war, di Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravalloti e Claudio Jampaglia: verrà presentato alla Mostra del cinema di Venezia venerdì 9 settembre) che racconta le vicende di tre "internazionali" sul fronte siriano. A pochi giorni dalle polemiche che hanno accompagnato la diffusione del video di un militante torinese dei centri sociali in uniforme Ypg (video). "Sono sorpreso dal fatto che sia stata rivelata la sua identità - dice Franceschi - si copriva il volto per evitare eventuali reazioni e rappresaglie da parte dell'Isis. Credo che bisogna avere rispetto di chi mette in pericolo la propria vita per aiutare una popolazione che combatte l'Isis e lotta per la democrazia in Siria".
Karim Franceschi, quante volte è stato a combattere laggiù?
"Due, per un totale di sei mesi e mezzo. Sono tornato in Italia con il peso delle morti in battaglia dei miei compagni, ma con la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta: la popolazione del Rojava ci accoglieva e sosteneva. Perché eravamo, siamo, i loro partigiani".
Sente di essere diventato un soldato?
"A Kobane ho imparato a usare le armi, ma non ho mai provato orgoglio o soddisfazione di tipo militare: sparavo per la sopravvivenza mia e dei miei compagni, le armi sono semplici strumenti per un fine politico, ideologico".
Ci spiega le motivazioni dei giovani europei e americani che entrano nello Ypg?
"Ognuno ha le sue, ma posso testimoniare che chi va lì a combattere sente un legame diretto con l'esperienza delle brigate internazionali della Guerra di Spagna. La scelta è profondamente politica: non a caso tra i nomi di battaglia più usati c'è Guevara. Credo sia importante riconoscere le proprie radici: come italiano sento un profondo legame con la guerra partigiana".
Come pensa che sia percepita la vostra scelta tra gli italiani?
"Posso fare riferimento solo alla mia esperienza diretta e ho sentito ovunque un grande sostegno, da persone di sinistra ma anche di destra. Credo che se si interrogassero davvero gli italiani su questo tema, in maggioranza sarebbero con noi".
Perché?
"Sanno che a Kobane le forze democratiche del Rojava hanno combattuto e sconfitto l'Isis, un'organizzazione che chiama Stato quella che in realtà è una regione tenuta in ostaggio a colpi di massacri. All'interno dello Ypg non ci sono solo curdi ma anche arabi e il femminismo è un principio fondante di un'esperienza socialista che si basa sul rispetto reciproco e non antepone la religione ai diritti umani".
Ha combattuto contro di loro, li ha visti da vicino: chi sono davvero i miliziani dell'Isis?
"Quello è un esercito da 60mila combattenti provenienti da tutto il mondo. Non si può generalizzare, tra loro c'è di tutto: dall'americano che non capisce cosa ci sia nel Corano al giovane criminale in fuga, dal francese radicalizzato pur venendo da una famiglia cristiana ai veterani di guerra ceceni. Ma quelli sono i semplici combattenti. Poi ci sono i 'quadri', comandanti che gestiscono potere e comunicazione dell'Isis. Tra questi non ci sono europei, ma iracheni ex baathisti, jihadisti afgani: gente molto preparata, esperti militari, persone con formazioni universitarie importanti".
Nelle ultime settimane la Turchia ha scatenato un'offensiva contro l'Isis in cui però ha deciso di colpire anche Pkk e Ypg, che considera organizzazioni terroristiche.
"L'esercito turco è entrato via terra in Siria: un fatto senza precedenti. E la riconquista di Jarabulus lascia molti sospetti: di fatto non è stato sparato un singolo colpo da parte dell'Isis. Il pericolo di invasione turca aleggiava da tempo, gli americani però finora li avevano tenuti a bada, poi dopo il golpe fallito Erdogan ha accelerato e rotto gli equilibri. Le forze democratiche curde avevano liberato Manbij che era una città chiave per rompere i rifornimenti dell'Isis, ma l'iniziativa militare turca rischia di rallentare l'offensiva su Raqqa e mette a rischio la sopravvivenza stessa dei curdi e di chi combatte con loro per la democrazia. Quel che mi auguro è un'ondata di indignazione pubblica in Italia, in Europa e negli Stati Uniti perché la gente non sa quello che sta accadendo, l'Occidente chiude un occhio sul fatto che la Turchia ora combatte proprio chi ha lottato contro l'Isis".
Tornerà a combattere?
"Non lo so. Ma sono certo che continuerò a sostenere quegli ideali, quella rivoluzione, anche da qui. Perché sono italiano, questa è la mia patria e il luogo dove impegnarmi per cambiare le cose, facendo politica".