Esteri

Corbyn e l'orgoglio Labour: "Red flag" in coro, sul palco con il leader

Attorniato dai militati a pugno chiuso, il leader del partito laburista ha chiuso così il congresso annuale. Dopo aver spiegato "il mondo che ho in mente: vogliamo costruire il socialismo del XXI secolo"

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LONDRA - E’ finita con Jeremy Corbyn che canta Red Flag, la Bandiera rossa inglese, attorniato dai militanti a pugno chiuso. Un’immagine che vale mille parole sulla direzione verso cui il leader, appena rieletto alla guida del partito laburista nelle seconde elezioni primarie nel giro di un anno, vuole portare la sinistra britannica e possibilmente l’intera Gran Bretagna.

Gb, Corbyn chiude congresso partito laburista cantando "Red Flag"


Ma le parole sono altrettanto esplicite: “Il socialismo in cui credo è quando tutti lavorano per lo stesso obiettivo”, dice Corbyn a conclusione del suo discorso al congresso annuale del Labour. Un termine che il numero due di fatto del partito, John McDonnell, aveva già riportato apertamente in auge nel suo intervento due giorni prima, affermando: “Non dobbiamo vergognarci di dire che il nostro scopo è il socialismo”. E che un’anziana sostenitrice esprime nella scritta sulla maglietta che indossa, “Proud to be socialist” ("orgoglioso di essere socialista"), mentre canta anche lei, accanto a Corbyn, sul palco del congresso, dove il leader ha invitato gli iscritti a raggiungerlo, al termine della sua applauditissima orazione.
 
Socialdemocrazia, riformismo, Terza Via finiscono dunque definitivamente in archivio, nel laburismo corbyniano. “I vecchi modelli non hanno funzionato, siamo in una nuova era”, proclama lui e poi spiega che cos’è “il mondo che ho in mente”. Un mondo in cui i salari crescono, a cominciare dal salario minimo. Un mondo in cui i ricchi e il business paga più tasse, per finanziare un nuovo, grande programma educativo con il fine di rilanciare la scuola gratuita di stato – e in cui gli evasori sono severamente puniti, così come vengono chiuse le scappatoie che permettono alle multinazionali di pagare zero o ridicole imposte. Un mondo in cui “si combatte l’ineguaglianza, il grande scandalo del nostro tempo”. Nel quale non sono ammissibili le violazioni dei diritti umani: “Un governo laburista cancellerà le vendite di armi all’Arabia Saudita”, annuncia in proposito. E in cui i conflitti si risolvono con la diplomazia, per riportare la pace, non con la guerra, “come ha dimostrato la nostra fallimentare avventura in Iraq” – un colpo a Tony Blair senza bisogno di nominarlo.
 
Ma Corbyn riserva un colpo anche al suo vice, il più moderato Tom Watson, che ieri si era azzardato ad affermare: “Il capitalismo non è il nemico”. Il capitalismo, con i suoi folli sistemi finanziari alla ricerca di speculazioni e profitti sempre più alti, è invece l’opinione del leader, “ha prodotto la più grave crisi economica degli ultimi decenni, costringendo lo stato a intervenire per salvare le banche che hanno speculato”. E un colpetto lo tira pure a Sadiq Khan, il sindaco di Londra, che nel suo discorso, 24 ore prima, aveva ripetuto 28 volte la parola “potere”, per sottolineare che il Labour, se non va al potere, non può ottenere niente. “Siamo un partito di protesta e di potere”, lo punzecchia Corbyn, dicendosi pronto per affrontare possibili elezioni anticipate l’anno prossimo e fiducioso di battere i conservatori di Theresa May, checché ne dicano i sondaggi (secondo i quali ha 11 punti di distacco dai Tories). Su Brexit afferma che non potranno esserci limiti all’immigrazione, ma che bisogna rispettare il risultato del referendum e cercare con la Ue il migliore accordo possibile “nell’interesse dei lavoratori”.
 
“Costruiremo - riassume alla fine Corbyn - un socialismo per il 21esimo secolo”, investendo nella ricerca e nell’industria, mettendo fine all’ingiustizia, rappresentando gli interessi di tutti e non di pochi, all’insegna della solidarietà umana che lui apprese da giovane, quando andò per due anni a fare l’insegnante volontario in Giamaica, e scoprì come quelle pur povere comunità si aiutavano a vicenda. Non tutti sono convinti: “Non ha offerto piani concreti”, commenta la Bbc. “Non ha spiegato come pensa di conquistare il potere”, commenta un militante dell’ala riformista. Peter Mandelson, ex-braccio destro di Blair, si augura che ci siano elezioni nella primavera 2017, che il Labour le perda e che a quel punto Corbyn sia costretto a dimettersi – anche se le nuove regole che danno diritto di votare per la leadership a tutti gli iscritti e i registrati per le primarie potrebbero consegnare per sempre il partito laburista alla maggioranza di militanti di sinistra che ora lo compone.
 
Proprio tra quei militanti scoppia un nuovo caso: Jackie Walker, la vice leader di Momentum, il movimento giovanile che è diventato l’avanguardia del corbynismo, è accusata di antisemitismo dal Jewish Labour Movement per essersi lamentata che Holocaust Day, il giorno di commemorazione dell’Olocausto, ricorda “solo le vittime ebree”. Qualche mese fa la Walker era stata sospesa dal partito laburista per avere detto che “gli ebrei furono i finanziatori dello schiavismo”, ma poi, dopo un’inchiesta, è stata riammessa. Ora potrebbe scoppiare di nuovo la questione dell’antisemitismo nel partito, già esplosa con dichiarazioni su “Hitler sionista” fatte dall’ex-sindaco di Londra Ken Livingstone.
 
Ma sono polemiche distanti dal palazzo dei congressi di Liverpool, dove è tutto un tripudio per Jeremy Corbyn, fra pugni chiusi e canti di “bandiera rossa”.