GERUSALEMME - "Shimon Peres era tutto sommato era una persona abbastanza trasparente ed inoltre ben documentato, non era un uomo misterioso. Era una persona di un talento incredibile, con grandi capacità di leadership, un ottimista di tipo molto particolare, che credeva fermamente che, se si fanno le cose giuste, è possibile cambiare una situazione". Yossi Beilin, collaboratore e consigliere di Peres per 18 anni - sette come consigliere diplomatico e poi 11 anni in ruoli diversi, ma sempre sottoposto direttamente a lui, come vice ministro o direttore generale di un ministero - è certamente qualcuno che ha conosciuto bene l'uomo Peres, il politico e il sognatore. "Era una combinazione piuttosto rara fra una persona che ha un programma ben chiaro ed una con la capacità di gestire le cose affinché accadano".
Allora come spiega il fatto che a metà degli anni '70 appoggiò in maniera molto attiva la costituzione delle colonie nella Cisgiordania, contro il parere del primo ministro Rabin e del suo governo (di cui Peres era ministro della Difesa) poi, da falco spietato si è tramutato in una bianca colomba della pace?
"Si è trattato di un processo che ha coinvolto tutto il partito laburista. Pensi che quando sono diventato portavoce del partito, esisteva ancora al suo interno un circolo "per l'integrità della Terra d'Israele". Oggi una cosa del genere sembra allucinante. Dopo la Guerra dei Sei Giorni ed ancora di più, forse, dopo la Guerra di Kippur, si verificò uno spostamento verso destra anche all'interno del Partito laburista. Non bisogna dimenticare che l'inizio degli insediamenti nei territori occupati ebbe luogo quando era la potere un governo laburista (prima Levy Eshkol e poi Golda Mayer, ndr), quindi non si trattava di un fenomeno estraneo al partito. Peres era un falco, credeva nella necessità degli insediamenti: era il Mr. Security e vedeva negli insediamenti una componente della sicurezza. Ovviamente un gravissimo errore. Con il passare degli anni, però e soprattutto dopo essere diventato il capo dell'opposizione con la vittoria di Begin nel 1977, la sua prospettiva cambiò: non poteva fare il "Begin light", era il capo dell'opposizione e fu obbligato a definire le sue posizioni in contrasto a quelle del governo".
Furono gli anni dell'Internazionale socialista...
"Si, entrò nell'Internazionale Socialista, di cui facevano parte Willi Brandt e il cancelliere austriaco Bruno Kreisky ed altri leader europei, che lo accolsero a braccia aperte. L'entrata in questo "club" esclusivo, di cui divenne vice-presidente, lo mise in una posizione del tutto diversa, che alla fine influenzò anche la sua ideologia".
Ha mai riconosciuto l'"errore" fatto nel sostenere gli insediamenti?
"Non ne sono certo. All'inizio era contro il compromesso territoriale, contro le trattative con l'Olp, contro lo Stato Palestinese, esattamente come Rabin, che poi affermò che negli anni '70 tutto ciò sbagliato, ma negli anni '90, cambiando la situazione, era diventata la cosa giusta da farsi. Sia lui che Peres spiegarono a loro stessi il cambiamento, dicendo che negli anni '70 i tempi non erano maturi, poi lo sono diventati. Esattamente come Netanyahu ha scritto un libro intero contro lo Stato palestinese, poi, nel famoso discorso all'Università Bar Ilan (nel 2009, ndr) ha accettato la formula "due stati per due popoli". Si tratta quindi di cambiamenti drammatici, che essi spiegano anche a loro stessi dicendo che coloro che avevano appoggiato queste posizioni in precedenza avevano sbagliato, perché lo avevano fatto prima del tempo".
Com'era lavorare con lui?
"Molto simpatico, davvero. Era una persona molto gentile, con cui era molto facile lavorare, alle volte era fin troppo gentile, perché non ti diceva mai in faccia, direttamente, che qualcosa non andava bene o gli aveva dato fastidio, non ti criticava, bisognava indovinare. Una volta la sua segretaria mi disse che Shimon era furioso con me, perché avevo detto alla televisione di essere a favore delle trattative con l'Olp, cosa che allora non era nell'agenda laburista. Lui non mi aveva detto assolutamente nulla".
Non amava gli scontri frontali? Certo non era una persona che si teneva destro qualcosa che non gli piaceva.
"Esatto, non gli piacevano. Soprattutto con i suoi collaboratori. La cosa più importante, però, era che dava un grande spazio di manovra ai suoi collaboratori, praticamente mano libera. Pensi che nel caso di Oslo, presi tutti i contatti a sua insaputa per una cosa a cui si era sempre opposto, però, quando gliel'ho presentato e gli è sembrato giusto, non mi ha detto "ma che cosa ti è venuto in mente di fare, non hai chiesto il permesso e non avevi nessuna autorità a procedere", ma l'ha accolto a braccia aperte. Era fatto così".
Secondo lei Peres ha lasciato un'eredità politica, ideologica, personale?
"Senz'altro. Ha scritto molti libri in cui le sue posizioni sono molto chiare e mi riferisco agli ultimi. I suoi primi libri sembrano scritti da uno del Likud. Non si tratta più dell'alternativa sicurezza o pace, bensì la pace è considerata una componente molto importante della sicurezza. In questo si può riassumere il suo cambiamento ideologico e quindi la sua eredità. La cooperazione regionale per lui era una cosa estremamente importante: Israele non può e non deve essere una "villa nella Jungla" (definizione di Ehud Barak, ndr), bensì una parte integrante del Medio Oriente e questo contribuirà sia al suo rafforzamento e alla riduzione dei pericoli che lo circondano, sia prosperità della regione, che riceverà quel genere di benefici nei campi delle start-up, agricoltura, risorse idriche che solo Israele può offrire in questo momento".
Peres è senz'altro l'uomo politico israeliano più ammirato all'estero, "il volto migliore" di Israele, tranne che in Medio Oriente. I paesi arabi vicini non hanno espresso grande apprezzamento per la sua persona...
"E' indubbio che gli arabi considerino l'integrazione di Israele nella regione auspicata da Peres una nuova forma di colonialismo. E anche questo Peres non è mai veramente riuscito a capirlo e non ha potuto accettarlo: 'Io voglio solo il loro bene - ha continuato a ripetere - non ho nessuna intenzione e nessun interesse a dominarli'".
Allora come spiega il fatto che a metà degli anni '70 appoggiò in maniera molto attiva la costituzione delle colonie nella Cisgiordania, contro il parere del primo ministro Rabin e del suo governo (di cui Peres era ministro della Difesa) poi, da falco spietato si è tramutato in una bianca colomba della pace?
"Si è trattato di un processo che ha coinvolto tutto il partito laburista. Pensi che quando sono diventato portavoce del partito, esisteva ancora al suo interno un circolo "per l'integrità della Terra d'Israele". Oggi una cosa del genere sembra allucinante. Dopo la Guerra dei Sei Giorni ed ancora di più, forse, dopo la Guerra di Kippur, si verificò uno spostamento verso destra anche all'interno del Partito laburista. Non bisogna dimenticare che l'inizio degli insediamenti nei territori occupati ebbe luogo quando era la potere un governo laburista (prima Levy Eshkol e poi Golda Mayer, ndr), quindi non si trattava di un fenomeno estraneo al partito. Peres era un falco, credeva nella necessità degli insediamenti: era il Mr. Security e vedeva negli insediamenti una componente della sicurezza. Ovviamente un gravissimo errore. Con il passare degli anni, però e soprattutto dopo essere diventato il capo dell'opposizione con la vittoria di Begin nel 1977, la sua prospettiva cambiò: non poteva fare il "Begin light", era il capo dell'opposizione e fu obbligato a definire le sue posizioni in contrasto a quelle del governo".
Furono gli anni dell'Internazionale socialista...
"Si, entrò nell'Internazionale Socialista, di cui facevano parte Willi Brandt e il cancelliere austriaco Bruno Kreisky ed altri leader europei, che lo accolsero a braccia aperte. L'entrata in questo "club" esclusivo, di cui divenne vice-presidente, lo mise in una posizione del tutto diversa, che alla fine influenzò anche la sua ideologia".
Ha mai riconosciuto l'"errore" fatto nel sostenere gli insediamenti?
"Non ne sono certo. All'inizio era contro il compromesso territoriale, contro le trattative con l'Olp, contro lo Stato Palestinese, esattamente come Rabin, che poi affermò che negli anni '70 tutto ciò sbagliato, ma negli anni '90, cambiando la situazione, era diventata la cosa giusta da farsi. Sia lui che Peres spiegarono a loro stessi il cambiamento, dicendo che negli anni '70 i tempi non erano maturi, poi lo sono diventati. Esattamente come Netanyahu ha scritto un libro intero contro lo Stato palestinese, poi, nel famoso discorso all'Università Bar Ilan (nel 2009, ndr) ha accettato la formula "due stati per due popoli". Si tratta quindi di cambiamenti drammatici, che essi spiegano anche a loro stessi dicendo che coloro che avevano appoggiato queste posizioni in precedenza avevano sbagliato, perché lo avevano fatto prima del tempo".
Com'era lavorare con lui?
"Molto simpatico, davvero. Era una persona molto gentile, con cui era molto facile lavorare, alle volte era fin troppo gentile, perché non ti diceva mai in faccia, direttamente, che qualcosa non andava bene o gli aveva dato fastidio, non ti criticava, bisognava indovinare. Una volta la sua segretaria mi disse che Shimon era furioso con me, perché avevo detto alla televisione di essere a favore delle trattative con l'Olp, cosa che allora non era nell'agenda laburista. Lui non mi aveva detto assolutamente nulla".
Non amava gli scontri frontali? Certo non era una persona che si teneva destro qualcosa che non gli piaceva.
"Esatto, non gli piacevano. Soprattutto con i suoi collaboratori. La cosa più importante, però, era che dava un grande spazio di manovra ai suoi collaboratori, praticamente mano libera. Pensi che nel caso di Oslo, presi tutti i contatti a sua insaputa per una cosa a cui si era sempre opposto, però, quando gliel'ho presentato e gli è sembrato giusto, non mi ha detto "ma che cosa ti è venuto in mente di fare, non hai chiesto il permesso e non avevi nessuna autorità a procedere", ma l'ha accolto a braccia aperte. Era fatto così".
Secondo lei Peres ha lasciato un'eredità politica, ideologica, personale?
"Senz'altro. Ha scritto molti libri in cui le sue posizioni sono molto chiare e mi riferisco agli ultimi. I suoi primi libri sembrano scritti da uno del Likud. Non si tratta più dell'alternativa sicurezza o pace, bensì la pace è considerata una componente molto importante della sicurezza. In questo si può riassumere il suo cambiamento ideologico e quindi la sua eredità. La cooperazione regionale per lui era una cosa estremamente importante: Israele non può e non deve essere una "villa nella Jungla" (definizione di Ehud Barak, ndr), bensì una parte integrante del Medio Oriente e questo contribuirà sia al suo rafforzamento e alla riduzione dei pericoli che lo circondano, sia prosperità della regione, che riceverà quel genere di benefici nei campi delle start-up, agricoltura, risorse idriche che solo Israele può offrire in questo momento".
Peres è senz'altro l'uomo politico israeliano più ammirato all'estero, "il volto migliore" di Israele, tranne che in Medio Oriente. I paesi arabi vicini non hanno espresso grande apprezzamento per la sua persona...
"E' indubbio che gli arabi considerino l'integrazione di Israele nella regione auspicata da Peres una nuova forma di colonialismo. E anche questo Peres non è mai veramente riuscito a capirlo e non ha potuto accettarlo: 'Io voglio solo il loro bene - ha continuato a ripetere - non ho nessuna intenzione e nessun interesse a dominarli'".