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Zyad, vi svelo la jihad mediatica dell'Isis

Una scena del film di Alexis Marant 
Il documentario. "Terror Studios" sarà trasmesso questa sera sul canale Nove e alle 21.15 in streaming su Repubblica.it, con il commento di Saviano. Svela i retroscena dei video della propaganda e dell'orrore. "Supertecnologia e vittime costrette a muoversi come attori"
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Zyad è stato un cameraman dell'Isis. Originario di Raqqa, 28 anni, ha scelto le milizie di Al Baghdadi perché le considerava più determinate contro il regime di Assad che lui stesso aveva provato a destituire partecipando alla rivolta pacifica. Deluso dal fallimento di quell'esperienza e dall'indifferenza europea, Zyad voleva realizzare il suo sogno: fotografare, filmare, fare documentari. E l'Isis gli ha permesso di realzzare il suo sogno.

Contatto Zyad attraverso Alexis Marant, talentuoso documentarista parigino. E gli chiedo qual è il motivo che l'ha portato a diventare un miliziano dell'Isis. "Mi sono unito al reparto media dell'Isis perché mi piacciono i mezzi di comunicazione e mi piaceva il modo in cui si erano organizzati". La sua adesione al jihadismo è artistica: vuole studiare e manipolare la comunicazione, utilizzare strumenti tecnologici efficienti e costosi. Zyad conosce bene il media center…
Zyad è stato un cameraman dell'Isis. Originario di Raqqa, 28 anni, ha scelto le milizie di Al Baghdadi perché le considerava più determinate contro il regime di Assad che lui stesso aveva provato a destituire partecipando alla rivolta pacifica. Deluso dal fallimento di quell'esperienza e dall'indifferenza europea, Zyad voleva realizzare il suo sogno: fotografare, filmare, fare documentari. E l'Isis gli ha permesso di realzzare il suo sogno.

Contatto Zyad attraverso Alexis Marant, talentuoso documentarista parigino. E gli chiedo qual è il motivo che l'ha portato a diventare un miliziano dell'Isis. "Mi sono unito al reparto media dell'Isis perché mi piacciono i mezzi di comunicazione e mi piaceva il modo in cui si erano organizzati". La sua adesione al jihadismo è artistica: vuole studiare e manipolare la comunicazione, utilizzare strumenti tecnologici efficienti e costosi. Zyad conosce bene il media center Isis di Raqqa: "Un grande centro di produzione internazionale, dotato di strumentazioni all'avanguardia e gestito da professionisti del settore". Lì vengono registrati i video, prodotti i film, mandate in onda le trasmissioni radiofoniche. Lì arrivano le immagini girate in battaglia o durante le esecuzioni: qualcuno si occupa di visionare il materiale, scegliere le immagini, montarle. Lavori da professionisti. Sapendo che la persona con cui sto parlando è stata proprio lì faccio la domanda più scontata ma inevitabile: non sei rimasto shockato da ciò che hai visto e da quel che hai filmato? Sangue, esecuzioni, sparatorie, uccisioni: non eri terrorizzato? O hai mantenuto la giusta distanza come fossero film di finzione? "Non ero sorpreso quando ho visto le esecuzioni, gli omicidi", risponde freddo. Ma poi sente la necessità di precisare: "Come siriani ormai siamo abituati a vedere il sangue ovunque e se i soldati del regime vengono uccisi siamo felici, perché loro hanno ucciso i nostri bambini, e nel mio caso anche alcuni miei parenti ammazzati in battaglia".

Al centro media Isis di Raqqa non puoi "collaborare" come consulente esterno. Devi essere coinvolto nelle produzioni: nessuno può entrare nello studio, difeso da un livello di segretezza altissimo. Il cuore del Califfato non è strutturato intorno a una caserma o ai pozzi di petrolio. Ma a un centro media. "È uno studio del terrore, che può diventare uno studio della morte in ogni momento. Perché un'immagine può decidere la sorte di una persona". In effetti, se è lì che vengono scritte le sceneggiature dei docufilm dell'Isis, significa che viene deciso anche come un prigioniero dovrà essere ucciso, cosa dovrà subire prima di morire, chi sarà a togliergli la vita. Queste parole Zyad le ha pronunciate davanti a una telecamera, a viso coperto nel film documentario Terror Studios di Alexis Marant. Un lavoro straordinario che indaga la macchina di propaganda dell'Isis.

Sigle paramilitari e terroristiche richiedono decenni di azioni simboliche per essere conosciute, l'Isis invece scala in fretta lo share televisivio, la potenza degli hashtag, il meccanismo della condivisione. Marant me lo dice chiaramente: "L'Isis ha un termine per questo: "Jihad mediatica". Questo dimostra l'importanza della battaglia mediatica nella loro strategia globale". Quelli di Al Qaeda lo teorizzarono per primi, a metà degli anni Duemila, rendendosi conto delle potenzialità di Internet per diffondere le loro idee senza limiti né censure. Lo disse Al Zawahiri, successore di Bin Laden: "La Jihad mediatica costituisce metà della battaglia". E i leader dell'Isis sono andati oltre, costruendo una macchina di propaganda molto più potente di quella di Al Qaeda.

Zyad ha partecipato all'offensiva contro la 17esima divisione dell'esercito siriano: per riprenderla l'Isis aveva mandato al seguito dei soldati anche 5 cameramen armati di telecamere professionali, oltre a una trentina di videocamere GoPro che erano state montate sulle teste o sulle armi dei combattenti per raccontare la battaglia in soggettiva. Per ogni battaglia Isis schiera i cosiddetti reporter-fighters, importanti quanto i soldati che combattono con le armi. Esistono manuali anche per loro, video che ne esaltano coraggio e professionalità. Chiedo a Zyad com'è composta una troupe dell'Isis. "In caso di un'offensiva si mobilitano 12 persone. Per il filmato di un'esecuzione, ne bastano cinque".

Ciò che mi interessa di questo ragazzo siriano è la sua chiara visione della strategia mediatica dell'Isis. Il giornalista Wassim Nasr esperto in comunicazione jihadista, sostiene che l'Isis è consapevole di come la guerra in Siria, a differenza dell'Afghanistan, venga percepita più vicina e quindi mediaticamente più attraente dall'Occidente: "È una vetrina, un teatro con un valore inestimabile". Secondo Zyad, le produzioni dell'Isis superano quelle americane in qualità tecnologica: la dimostrazione è che le truppe del califfato abbandonano spesso nella fuga videocamere e microfoni di altissima qualità.

In Terror Studios per la prima volta si racconta come tra i professionisti del montaggio e della fotografia nel centro media di Raqqa ci siano anche giovani che hanno lavorato per gli studios attirati dalla possibilità di combattere, grazie alle loro competenze, una guerra mediatica. In un misto di delirio sperimentale e militanza, tra ansia di realizzarsi attraverso le immagini e lavorare con gli strumenti che altrove sono semplice intrattenimento. Tutto molto distante da una scelta religiosa. Lo stesso Zyad mi risponde, a proposito della religione: "Ero un musulmano praticante, ma non estremista. E andavo in moschea, ma non regolarmente". Zyad vede tutta questa storia come una rivincita del mondo islamico sulla cinematografia occidentale: "Noi arabi siamo sempre dipinti come degli stupidi nei film hollywoodiani. Ma ogni azione ha una reazione e questa è la reazione di Daesh: ora sono meglio degli americani. Nei film d'azione hollywoodiani ci sono persone pazze che si divertono a uccidere. Anche con l'Isis è lo stesso. Ma qui non è un gioco, è reale".

Zyad ha rivelato l'esistenza di una squadra d'élite: professionisti americani, britannici e sauditi che realizzano i video più importanti, quelli attraverso cui l'Isis vuole mandare messaggi al resto del mondo. Sono loro che hanno girato l'esecuzione del pilota giordano bruciato vivo in una gabbia vestito con la tuta arancione identica a quelle fatte indossare dagli americani ai prigionieri di Guantanamo. Nel team che ha realizzato quel video c'era Abu Missab, detto "il giordano": in Terror Studios Zyad rivela che al pilota era stato detto come muoversi sulla "scena", quasi fosse un attore. Gli chiedo se guarda i gangster movie e mi dà una risposta inaspettata: "Non mi piacciono, perché non mi piace chi abusa dell'autorità e del potere". Una risposta in totale contraddizione con la militanza nelle file dell'Isis. "Per questo motivo me ne sono andato", risponde alla mia perplessità. "Non riuscivo più a lavorare con loro, il mio unico obiettivo era fare delle riprese di qualità e migliorarmi, ma poi hanno iniziato a degenerare e a uccidere chiunque".

Il sogno di Zyad è quello di divenare un documentarista e dimostra supponenza, quasi fastidio per il cinema inteso come intrattenimento. Sembra avere lo stesso atteggiamento che negli anni 60 e 70 avevano i militanti più intransigenti dei movimenti politici europei e americani che consideravano tutto ciò che non fosse impegnato come inutile intrattenimento al servizio del capitalismo. Me ne accorgo quando risponde sprezzante alla mia domanda in cerca di una sua bibliografia culturale personale: "Non guardo film d'azione". Gli chiedo se pensa che, in Occidente, noi abbiamo una percezione dell'Isis corrispondente alla realtà. "Voi non avete ancora capito quel che significano quei video", risponde piccato. "Hanno un messaggio per voi, ma continuate a ignorarli".

Zyad vuole tornare a combattere in Siria, le mie parole lo hanno raggiunto mentre è in viaggio dall'Europa verso Raqqa, vuole unirsi al Fronte Al Nusra e anche questa volta le ragioni mediatiche non sono estranee. Al Nusra, gruppo affiliato ad Al Qaeda, sfrutta infatti l'attenzione mediatica data all'Isis e per ottenere più rispetto dai siriani porta avanti una comunicazione soltanto locale. Mostrano di essere più interessati a parlare ai siriani che al mondo, più nelle strade che sul web. Vengono percepiti da molti giovani come "concreti" in contrapposizione all'Isis e alla sua comunicazione "da pubblicitari". Zyad forse sente che lì c'è spazio per una nuova forma di comunicazione contro "l'imperialismo" come lui definisce tutto ciò che non risponde alla sua interpretazione del mondo. Negli ultimi due anni Al Nusra è diventato il vero fenomeno siriano perché hanno conquistato territori e consenso nel silenzio praticamente totale: non fanno notizia, quindi pochi raccontano dei loro crimini riuscendo a mettere radici ovunque, in ogni villaggio e avendo persone di fiducia nei clan familiari più importanti.

Tutto questo come finirà? Risponde così il regista di Terror Studios. "Penso che probabilmente l'Isis verrà sconfitto sul campo, come Al Qaeda dopo l'11 settembre, ma rimarrà attivo come organizzazione jihadista e potrebbe ritornare altrove in futuro, in base alle opportunità. La sua propaganda rimarrà comunque forte sul web, sebbene il volume sia calato. Penso che il jihadismo in senso lato rimarrà a lungo, considerato che la maggior parte della cause reali della sua esistenza non sono state affrontate né risolte".