Esteri

Germania, infuria la polemica sul suicidio del presunto terrorista islamico

Il Paese è diviso. C'è chi, come l'opposizione di sinistra, considera la polizia sassone colpevole quantomeno di negligenza per non aver impedito che Jaber Albakr si impiccasse nella sua cella del carcere di Lipsia. E chi, a cominciare dal governatore della Sassonia e dal suo ministro della Giustizia, la pensa in modo opposto

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BERLINO - Ormai siamo al cavillo tautologico. "Che uno sia un attentatore suicida non vuol dire automaticamente che si voglia suicidare". In una Germania ormai spaccata tra colpevolisti e innocentisti, Peter Naumann, esperto di terrorismo, ha cercato di spiegare senza un filo di ironia alla FAZ online perché la polizia sassone non ha sbagliato sul caso Albakr. 
 
Man mano che emergono i dettagli delle ultime del sospetto terrorista islamico, che è riuscito incredibilmente a impiccarsi mercoledì scorso nella sua cella del carcere di Lipsia, diventa però sempre più complicato difendere chi avrebbe dovuto impedire quel suicidio. Persino il governatore della Sassonia, Stanislaw Tillich, si è sentito in dovere di proteggere il suo ministro della Giustizia dalle pesanti bordate piovute da Berlino: "Mi fido di lui", ha dichiarato. Oggi ha aggiunto in un discorso al Bundesrat che ci sono stati errori, ma ha rifiutato anche la proposta di una commissione d'indagine: "Sono contrario".

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Per il ministro dell'Interno, Thomas De Maizière, è chiaro che la morte del fondamentalista islamico ha "reso più difficili le indagini", mentre per il capogruppo della Spd al Bundestag, Thomas Oppermann, è evidente che in Sassonia "mancano totalmente i presupposti per una lotta seria al terrorismo". Per l'opposizione dei Verdi e della Linke (sinistra) con il caso Albakr siamo tout court dinanzi a "un fallimento della giustizia". L'unica dichiarazione pregnante che si registri nelle ultime ore dall'oggetto principale delle stilettate, il ministro della Giustizia sassone Sebastian Gemkow è "non sarebbe dovuto succedere". Altra tautologia. E ovviamente il politico Cdu continua a sostenere che non vi fosse il rischio di un suicidio e non vede alcun motivo per dimettersi.
 
Una convinzione, quella che Jaber Albakr non desse segni di squilibrio, che sembra contrastare con i dettagli della ricostruzione forniti dal direttore del carcere, dal capo della procura e dalla polizia. La ricostruzione delle sue ultime ore è un compendio di ottusa ostinazione a non vedere l'ovvio. Primo, lo stesso direttore del carcere, Rolf Jacob, aveva ordinato immediatamente di farlo monitorare "ogni 15 minuti", su indicazione della giudice che aveva firmato l'ordine di arresto, già convinta che Albakr fosse a rischio suicidio. Dopo aver sentito il parere di una psicologa, Jacob aveva allungato gli intervalli a 30 minuti. In secondo luogo, anche il suo avvocato, Alexander Huebner, era in allarme: il suo cliente aveva cominciato uno sciopero della fame e "stava male", come ha ripetuto anche ai giornali tedeschi. Durante la detenzione aveva bevuto un solo bicchiere d'acqua.
 
Terzo, prima di impiccarsi con una t-shirt alle sbarre della sua cella, il siriano aveva rotto una lampada e aveva cercato di tagliarsi le vene con i vetri. Un gesto che le guardie carcerarie avevano bollato come "vandalismo". Infine, quando Albakr era andato a farsi la doccia, mercoledì mattina, la sua cella era stata perquisita e anche dopo aver trovato la presa elettrica visibilmente manipolata, a nessuna guardia era venuto in mente che potesse trattarsi di un tentativo di suicidio. Con teutonica ostinazione, gli agenti avevano annotato ancora una volta che il carcerato più prezioso della Germania nella difficile lotta al terrorismo si era prodotto in un gesto "vandalico". Poco prima delle otto, quando lo hanno trovato appeso alle sbarre della cella, deve essere stata una vera sorpresa.