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Calais, continua lo sgombero della 'Giungla', tra indifferenza e scetticismo

Lo sgombero della 'Giungla' a Calais, in Francia (lapresse)
Per gli abitanti della cittadina francese l'accampamento era solo un problema, per i profughi un punto di sosta temporanea. Ma c'è chi crede che prima o poi i migranti torneranno, come è successo anche in passato
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CALAIS - "Kaput, è finita", grida ridendo Pierre, il proprietario di un bar sulla stradina che porta alla "Giungla", la baraccopoli dei migranti alla periferia di Calais, quando gli chiediamo come arrivarci. "La Jungle? C'est fini", ripete poco più avanti una signora a passeggio. Era almeno da un anno e mezzo che la gente di Calais, circa 120 mila abitanti, estremo nord della Francia e ultima cittadina prima del tunnel della Manica che porta in Gran Bretagna, attendeva lo smantellamento della baraccopoli. Ed è evidente che festeggia l'inizio dell'operazione ma senza clamori, con discrezione, come qualcosa che andava fatto e basta. D'altra parte Calais e la Giungla si sono sempre voltati le spalle. Da una parte una bella cittadina francese, con i suoi viali tirati a lucido e i negozi chic, le villette unifamiliari, la piazza, una splendida chiesa di Notre Dame. Dall'altra l'inferno di una favela di legno e strac…
CALAIS - "Kaput, è finita", grida ridendo Pierre, il proprietario di un bar sulla stradina che porta alla "Giungla", la baraccopoli dei migranti alla periferia di Calais, quando gli chiediamo come arrivarci. "La Jungle? C'est fini", ripete poco più avanti una signora a passeggio. Era almeno da un anno e mezzo che la gente di Calais, circa 120 mila abitanti, estremo nord della Francia e ultima cittadina prima del tunnel della Manica che porta in Gran Bretagna, attendeva lo smantellamento della baraccopoli. Ed è evidente che festeggia l'inizio dell'operazione ma senza clamori, con discrezione, come qualcosa che andava fatto e basta. D'altra parte Calais e la Giungla si sono sempre voltati le spalle. Da una parte una bella cittadina francese, con i suoi viali tirati a lucido e i negozi chic, le villette unifamiliari, la piazza, una splendida chiesa di Notre Dame. Dall'altra l'inferno di una favela di legno e stracci sotto il ponte dell'autostrada che porta al tunnel della Manica, sulle dune di sabbia vicino al mare. Ma lontano, a quattro chilometri dal centro cittadino. Tanto che bastava voltarsi dall'altra parte per non vederli nemmeno. Qualcuno, tra i migranti, s'avventurava in città, ma la maggior parte restava nell'immenso spiazzo sulle dune in attesa del passaggio buono, del camion dove nascondersi e sbarcare in Inghilterra, a Dover, appena 50 chilometri più in là. Cosi in realtà le relazioni tra i cittadini di Calais e i migranti non sono mai state troppe. Per i francesi erano solo un bubbone fuori città, per i migranti, afghani, eritrei, sudanesi, la sabbia di Calais era solo una sosta, inevitabile, ma nei loro pensieri del tutto temporanea.
 
Katherine, una bella signora che gestisce nel centro di Calais un fast food della catena "La mie Câline", invece è scettica. "Non è finito niente - dice - purtroppo. Adesso smantellano la bidonville, ma quei poveracci ritorneranno o ne ritorneranno altri, è così ormai da vent'anni". La prima crisi umanitaria a Calais infatti risale al 1995, quando arrivarono i primi rifugiati in fuga dalla guerra in Bosnia. Poi, nel '98, fu il Kosovo. Poi tutti gli altri fino al 2002 quando ci fu il primo smantellamento del campo, grazie a un accordo fra l'allora ministro degli Interni, Sarkozy, e Londra per spartirsi la responsabilità dei rifugiati: due terzi in Gran Bretagna, un terzo in Francia. Ma l'Europa che inizia a Lampedusa, finisce a Calais. E gli accampamenti rinascono ogni volta. Fino a quest'ultima quando la cosiddetta "Jungla" è arrivata a contenere tra i 6 e i 10mila migranti.  Forse è per questo che molti abitanti di Calais guardano anche loro allo smantellamento in corso con rassegnazione come se fosse soltanto un passaggio.
 
In due giorni, dall'inizio dell'evacuazione, sono 2.700 - secondi i dati del ministero degli Interni francese - le persone che hanno accettato il trasferimento verso centri d'accoglienza disseminati in tutta la Francia. E oggi pomeriggio è iniziata anche la distruzione di alcune baracche. I portavoce del governo francese continuano a ripetere che in nessun caso sarà utilizzata la violenza per costringere tutti i migranti a lasciare la Giungla. "Li convinceremo", ripetono. Dalle baracche della Giungla ai container montati dal governo per registrare i migranti che accettano di andarsene c'è un lungo stradone asfaltato e anche oggi erano diversi quelli che lo percorrevano con le valige. Un'intera famiglia eritrea trasportava tutte le proprie cose su un carrello di supermercato. Percorrere lo stradone è come un lungo addio. Si fermano spesso per salutare, e in qualcuno, che abbraccia i volontari delle Ong che lo hanno convinto a partire, c'è anche l'emozione di un nuovo inizio.