BELGRADO - Allarme rosso antiterrorismo a Belgrado: in un pesante clima da thrilling degno di John Le Carré o di Tom Clancy, forze oscure - un partito armato dai lineamenti incerti e con chi sa quanti alleati e fiancheggiatori d’ogni colore ed etnia - hanno tentato almeno due volte negli ultimi giorni di organizzare attentati contro l’uomo-chiave della stabilità dei Balcani, il premier riformatore ed europeista serbo Aleksandar Vucic. E nel mirino sembra essere anche suo fratello Andrej, uomo-chiave del partito di maggioranza e legatissimo ad Aleksandar.
Prima un arsenale con bazooka, Kalashnikov e bombe è stato scoperto la settimana scorsa da un blitz degli efficienti servizi. Poi ieri gli 007 serbi hanno scoperto un secondo deposito di armi preparate per colpire e uccidere, insieme a un’auto blindata rubata. Ieri per la prima volta da quando, liberamente eletto e poi rieletto alla guida della Serbia cuore antico dell’ex Jugoslavia promettendo una nuova Serbia, europeista e moderna e decisa all’addio al passato nazionalista, Vucic non si è presentato nel modesto ufficio dove lavora nel bel centro di Belgrado, ulice Nemanjina numero 11. Non pochi dicono che egli, come suo fratello,le famiglie, i loro collaboratori più stretti, siano ben protetti in luoghi segreti, difesi dai migliori e più leali soldati di forze armate e corpi speciali della polizia, i giovani fieri eredi dell’esercito partigiano di Tito.
Chi vuole colpire Aleksandar Vucic, complottando per assassinarlo oppure distruggendolo nell’animo ammazzando suo fratello Andrej? La domanda pesa sui Balcani interi, non solo sulla Serbia che ha nell’Italia il partner più importante. Inquieti, i media serbi ricordano che già una volta un leader riformatore finì assassinato dai nemici della svolta. Si chiamava Zoran Djindjic, io lo conobbi. Dopo che Milosevic uscì sconfitto dall’ultima delle sue guerre contro la Nato, lui amico dei rivoluzionari pacifici polacchi e cecoslovacchi Michnik e Geremek e Vaclav Havel e stimato nell’Europa occidentale guidò la rivoluzione pacifica giovanile che rovesciò ‘Slobo’ il dittatore e distruttore di quell’àncora di stabilità chiamata Jugoslavia dagli anni Venti a tutta la guerra fredda.
Zoran prese il timone, provò a guidare un paese a terra e devastato dalle guerre nella lunga marcia della pace con l’Europa. Ne sarebbe stato capace, ma non gli dettero il tempo. Un commando (nostalgici e mafiosi insieme, si disse) con Kalashnikov bombe e auto blindate lo uccise in strada come una bestia al macello. Il precedente esiste, insistono i media serbi. “Siete liberi di fare le speculazioni che vorrete su perché il premier oggi non è andato al lavoro in ufficio”, ha dichiarato all’Ansa ieri Suzana Vasiljevic, la bravissima, influente portavoce di Vucic. Lei che è nel mirino degli ultrà e col suo ruolo-chiave si mostra sempre professionale e tranquilla, ricorda spesso che con Vucic al potere la Serbia (con l’Italia primo partner economico) è tornata alla crescita e a conti sovrani in ordine, e per l’anno prossimo, per mitigare i costi sociali dell’austerità e delle riforme, appronta aumenti di retribuzioni e pensioni.
Ma altissime fonti di Belgrado narrano storie terrificanti, in odore di congiure per togliere di mezzo Vucic personalmente o politicamente. Congiure, aggiungiamo noi a livello di analisi, magari ordite insieme dai troppi nemici interni del premier europeista e riformatore: i nostalgici russofili miloseviciani a casa, aizzati dal criminale di guerra Radovan Karadzic dal carcere dell’Aja o dal nazionalista Vojslav Seselj in Parlamento. Non solo: nei paesi confinanti boicottano ogni giorno Vucic i nazionalisti di destra antiserbi e nostalgici dell’Asse in Croazia, oligarchi in Montenegro, sciovinisti che Kosovo confiscano senza scrupoli miniere di proprietà serba da secoli. E altre forze simili in molte altre parti della compianta ex Jugoslavia.
Citiamo ancora le alte fonti nella sostanza, senza poter attribuire. Abbiamo passato una giornata d’inferno…falso allarme alla bomba alla direzione della compagnia di bandiera Air Serbia, poi soprattutto il secondo arsenale scoperto dall’intelligence vicino a un appartamento di proprietà del premier a Novi Beograd (NDR la parte nuova della vivace ex capitale jugoslava). Non è finita: bombe e armi d’ogni genere, continuano le nostre fonti, sono piazzate in questo o quel posto per essere usate. Probabilmente per un complotto per assassinare non il premier bensì suo fratello Andrej, cui Aleksandar è molto legato e che assicura la gestione del partito di maggioranza. Dettaglio inquietante, citiamo ancora le altissime fonti anonime: i complotti sono stati scoperti poche ore dopo che il premier Vucic aveva dichiarato guerra alla mafia montenegrina. Cioè si era impegnato, coerentemente con i suoi impegni nel negoziato con Bruxelles, a continuare la lotta senza quartiere contro crimine e corruzione, in cui nell’Italia con task forces speciali da Roma e frequenti visite di Cantone ha l’alleato-chiave. Colpire il fratello del premier, continuano le fonti, significherebbe distruggere Vucic nell’animo e quindi nella capacità di governare il paese, e anche nella capacità di tenere sotto controllo partito e governo. E uccidere il fratello del premier è più facile che uccidere il premier stesso, sottolineano le alte voci di Belgrado. “Andrej, il fratello del premier, vive da tempo tranquillo nella casa del weekend solo insieme alla figlioletta”. Cioè è un bersaglio più facile.
Poi parole sussurrate: “Se ciò accadesse, il nostro leader pur non cadendo di persona vittime di attentati non sarebbe più capace di vivere da persona normale”. Allarmi cauti precisi ed espressi con responsabilità dai vertici serbi. Insieme a un elemento rassicurante: si dicono pressoché sicuri che forze armate, intelligence, polizia, siano leali al premier liberamente eletto, giovane padre del decollo serbo. Ma l’allarme per l’oscura minaccia delle congiure (forse incrociate) contro Vucic, magari tra forze ex jugoslave rivali e ostili tra loro secondo il motto ‘il nemico del mio nemico è mio amico’, lo troviamo condiviso da altissime fonti diplomatiche di un paese-chiave di Ue e Nato. “Il premier, per il suo grande disegno di rinnovamento e riforma, ha nemici in più locations, nemici eterogenei ma magari pronti a unirsi per fermarlo e arrestare la sua voglia di chiudere col passato”. Poi ancora: “Vucic non dubita della lealtà di forze armate servizi e polizia, ma il suo fido ministro dell’Interno Nebojsa Stefanovic li ha attaccati per la loro incapacità di prevenire i complotti e di scoprire prima quegli arsenali di morte nascosti”.
Giallo e mistero a Belgrado che risanata con successo attira sempre più investimenti globali, e sono i migliori a rischiare il peggio. Dalle prossime ore, nuove tensioni indirette casuali: in Montenegro inizieranno manovre militari con la Nato, in Serbia le consuete esercitazioni ‘slavic brotherhood’ (Fratellanza slava) tra le piccole ma professionali forze armate serbe e contingenti scelti russi. Nel giorno delle recenti elezioni, proprio l’autocrate non riformista del Montenegro, Djukanovic, aveva cercato di guadagnare più voti denunciando una imprecisata congiura di ultrà serbi contro di lui. Ma poi non ne ha più parlato. Contro questi pericoli presunti o reali si sono mossi solo gli 007 serbi, arrestando e (si dice) poi riconsegnando ai russi sospetti agenti dell’intelligence di Putin, sempre pronto in collisione frontale con la Nato a sabotare il decollo dei Balcani voluto da Vucic. Fastidioso per troppe forze del passato. Nella regione, c’è solo un altro premier riformista e moderno che ha colto la mano tesa di Vucic per un nuovo mercato comune e un futuro di pace postjugoslavo.
L’albanese Edi Rama, con cui Vucic sta costruendo un disgelo storico dopo secoli di odii e guerre. Bello, ma può non bastare. E dà fastidio nell’ex Jugoslavia a troppi nostalgici d’ogni colore del passato di sangue, con rischi per la ue intera. “Solo l’Europa può aiutarci a salvarci”, aveva detto Vucic in una recente intervista
esclusiva a Repubblica. Aveva ragione, lo conferma il fatto che da oggi per sicurezza non si sa dove lui e suo fratello lavorino vivano e dormano.
Prima un arsenale con bazooka, Kalashnikov e bombe è stato scoperto la settimana scorsa da un blitz degli efficienti servizi. Poi ieri gli 007 serbi hanno scoperto un secondo deposito di armi preparate per colpire e uccidere, insieme a un’auto blindata rubata. Ieri per la prima volta da quando, liberamente eletto e poi rieletto alla guida della Serbia cuore antico dell’ex Jugoslavia promettendo una nuova Serbia, europeista e moderna e decisa all’addio al passato nazionalista, Vucic non si è presentato nel modesto ufficio dove lavora nel bel centro di Belgrado, ulice Nemanjina numero 11. Non pochi dicono che egli, come suo fratello,le famiglie, i loro collaboratori più stretti, siano ben protetti in luoghi segreti, difesi dai migliori e più leali soldati di forze armate e corpi speciali della polizia, i giovani fieri eredi dell’esercito partigiano di Tito.
Chi vuole colpire Aleksandar Vucic, complottando per assassinarlo oppure distruggendolo nell’animo ammazzando suo fratello Andrej? La domanda pesa sui Balcani interi, non solo sulla Serbia che ha nell’Italia il partner più importante. Inquieti, i media serbi ricordano che già una volta un leader riformatore finì assassinato dai nemici della svolta. Si chiamava Zoran Djindjic, io lo conobbi. Dopo che Milosevic uscì sconfitto dall’ultima delle sue guerre contro la Nato, lui amico dei rivoluzionari pacifici polacchi e cecoslovacchi Michnik e Geremek e Vaclav Havel e stimato nell’Europa occidentale guidò la rivoluzione pacifica giovanile che rovesciò ‘Slobo’ il dittatore e distruttore di quell’àncora di stabilità chiamata Jugoslavia dagli anni Venti a tutta la guerra fredda.
Zoran prese il timone, provò a guidare un paese a terra e devastato dalle guerre nella lunga marcia della pace con l’Europa. Ne sarebbe stato capace, ma non gli dettero il tempo. Un commando (nostalgici e mafiosi insieme, si disse) con Kalashnikov bombe e auto blindate lo uccise in strada come una bestia al macello. Il precedente esiste, insistono i media serbi. “Siete liberi di fare le speculazioni che vorrete su perché il premier oggi non è andato al lavoro in ufficio”, ha dichiarato all’Ansa ieri Suzana Vasiljevic, la bravissima, influente portavoce di Vucic. Lei che è nel mirino degli ultrà e col suo ruolo-chiave si mostra sempre professionale e tranquilla, ricorda spesso che con Vucic al potere la Serbia (con l’Italia primo partner economico) è tornata alla crescita e a conti sovrani in ordine, e per l’anno prossimo, per mitigare i costi sociali dell’austerità e delle riforme, appronta aumenti di retribuzioni e pensioni.
Ma altissime fonti di Belgrado narrano storie terrificanti, in odore di congiure per togliere di mezzo Vucic personalmente o politicamente. Congiure, aggiungiamo noi a livello di analisi, magari ordite insieme dai troppi nemici interni del premier europeista e riformatore: i nostalgici russofili miloseviciani a casa, aizzati dal criminale di guerra Radovan Karadzic dal carcere dell’Aja o dal nazionalista Vojslav Seselj in Parlamento. Non solo: nei paesi confinanti boicottano ogni giorno Vucic i nazionalisti di destra antiserbi e nostalgici dell’Asse in Croazia, oligarchi in Montenegro, sciovinisti che Kosovo confiscano senza scrupoli miniere di proprietà serba da secoli. E altre forze simili in molte altre parti della compianta ex Jugoslavia.
Citiamo ancora le alte fonti nella sostanza, senza poter attribuire. Abbiamo passato una giornata d’inferno…falso allarme alla bomba alla direzione della compagnia di bandiera Air Serbia, poi soprattutto il secondo arsenale scoperto dall’intelligence vicino a un appartamento di proprietà del premier a Novi Beograd (NDR la parte nuova della vivace ex capitale jugoslava). Non è finita: bombe e armi d’ogni genere, continuano le nostre fonti, sono piazzate in questo o quel posto per essere usate. Probabilmente per un complotto per assassinare non il premier bensì suo fratello Andrej, cui Aleksandar è molto legato e che assicura la gestione del partito di maggioranza. Dettaglio inquietante, citiamo ancora le altissime fonti anonime: i complotti sono stati scoperti poche ore dopo che il premier Vucic aveva dichiarato guerra alla mafia montenegrina. Cioè si era impegnato, coerentemente con i suoi impegni nel negoziato con Bruxelles, a continuare la lotta senza quartiere contro crimine e corruzione, in cui nell’Italia con task forces speciali da Roma e frequenti visite di Cantone ha l’alleato-chiave. Colpire il fratello del premier, continuano le fonti, significherebbe distruggere Vucic nell’animo e quindi nella capacità di governare il paese, e anche nella capacità di tenere sotto controllo partito e governo. E uccidere il fratello del premier è più facile che uccidere il premier stesso, sottolineano le alte voci di Belgrado. “Andrej, il fratello del premier, vive da tempo tranquillo nella casa del weekend solo insieme alla figlioletta”. Cioè è un bersaglio più facile.
Poi parole sussurrate: “Se ciò accadesse, il nostro leader pur non cadendo di persona vittime di attentati non sarebbe più capace di vivere da persona normale”. Allarmi cauti precisi ed espressi con responsabilità dai vertici serbi. Insieme a un elemento rassicurante: si dicono pressoché sicuri che forze armate, intelligence, polizia, siano leali al premier liberamente eletto, giovane padre del decollo serbo. Ma l’allarme per l’oscura minaccia delle congiure (forse incrociate) contro Vucic, magari tra forze ex jugoslave rivali e ostili tra loro secondo il motto ‘il nemico del mio nemico è mio amico’, lo troviamo condiviso da altissime fonti diplomatiche di un paese-chiave di Ue e Nato. “Il premier, per il suo grande disegno di rinnovamento e riforma, ha nemici in più locations, nemici eterogenei ma magari pronti a unirsi per fermarlo e arrestare la sua voglia di chiudere col passato”. Poi ancora: “Vucic non dubita della lealtà di forze armate servizi e polizia, ma il suo fido ministro dell’Interno Nebojsa Stefanovic li ha attaccati per la loro incapacità di prevenire i complotti e di scoprire prima quegli arsenali di morte nascosti”.
Giallo e mistero a Belgrado che risanata con successo attira sempre più investimenti globali, e sono i migliori a rischiare il peggio. Dalle prossime ore, nuove tensioni indirette casuali: in Montenegro inizieranno manovre militari con la Nato, in Serbia le consuete esercitazioni ‘slavic brotherhood’ (Fratellanza slava) tra le piccole ma professionali forze armate serbe e contingenti scelti russi. Nel giorno delle recenti elezioni, proprio l’autocrate non riformista del Montenegro, Djukanovic, aveva cercato di guadagnare più voti denunciando una imprecisata congiura di ultrà serbi contro di lui. Ma poi non ne ha più parlato. Contro questi pericoli presunti o reali si sono mossi solo gli 007 serbi, arrestando e (si dice) poi riconsegnando ai russi sospetti agenti dell’intelligence di Putin, sempre pronto in collisione frontale con la Nato a sabotare il decollo dei Balcani voluto da Vucic. Fastidioso per troppe forze del passato. Nella regione, c’è solo un altro premier riformista e moderno che ha colto la mano tesa di Vucic per un nuovo mercato comune e un futuro di pace postjugoslavo.
L’albanese Edi Rama, con cui Vucic sta costruendo un disgelo storico dopo secoli di odii e guerre. Bello, ma può non bastare. E dà fastidio nell’ex Jugoslavia a troppi nostalgici d’ogni colore del passato di sangue, con rischi per la ue intera. “Solo l’Europa può aiutarci a salvarci”, aveva detto Vucic in una recente intervista
esclusiva a Repubblica. Aveva ragione, lo conferma il fatto che da oggi per sicurezza non si sa dove lui e suo fratello lavorino vivano e dormano.