Brexit, Corbyn sfida May: quattro condizioni per il sì al "divorzio" dall'Europa
Enrico Franceschini, dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINISul futuro della Gran Bretagna il leader laburista è chiaro: il Regno Unito resti nel mercato comune, garanzie sui diritti Ue dei lavoratori, dei consumatori e dell'ambiente e risarcimento, da parte del governo britannico, degli investimenti perduti
LONDRA - Jeremy Corbyn sfida Theresa May. Forse per la prima volta dal giorno del referendum, il leader laburista presenta una posizione chiara e battagliera sul futuro della Gran Bretagna. Commentando la sentenza dell’Alta Corte dei giorni scorsi, secondo cui il Parlamento dovrà votare per approvare il via alla Brexit, Corbyn annuncia le condizioni del suo partito per esprimersi a favore dell’uscita dall'Unione Europea: il Regno Unito dovrà restare dentro il mercato comune, "per difendere l’industria e i lavoratori britannici"; i diritti dei lavoratori attualmente protetti dalle leggi europee non dovranno essere toccati; le garanzie Ue sui diritti dei consumatori e dell’ambiente dovranno essere salvaguardate; e il governo britannico dovrà pagare di tasca propria qualunque investimento Ue che andrà perduto.
Se questi quattro obiettivi non saranno raggiunti, avverte Corbyn, allora il Labour voterà contro l’…
Se questi quattro obiettivi non saranno raggiunti, avverte Corbyn, allora il Labour voterà contro l’…
LONDRA - Jeremy Corbyn sfida Theresa May. Forse per la prima volta dal giorno del referendum, il leader laburista presenta una posizione chiara e battagliera sul futuro della Gran Bretagna. Commentando la sentenza dell’Alta Corte dei giorni scorsi, secondo cui il Parlamento dovrà votare per approvare il via alla Brexit, Corbyn annuncia le condizioni del suo partito per esprimersi a favore dell’uscita dall'Unione Europea: il Regno Unito dovrà restare dentro il mercato comune, "per difendere l’industria e i lavoratori britannici"; i diritti dei lavoratori attualmente protetti dalle leggi europee non dovranno essere toccati; le garanzie Ue sui diritti dei consumatori e dell’ambiente dovranno essere salvaguardate; e il governo britannico dovrà pagare di tasca propria qualunque investimento Ue che andrà perduto.
Se questi quattro obiettivi non saranno raggiunti, avverte Corbyn, allora il Labour voterà contro l’articolo 50 del Trattato di Lisbona con cui Theresa May vorrebbe avviare nel marzo prossimo la procedura di "divorzio" dall’Europa. E se la premier, davanti al rischio di perdere il voto in Parlamento, convocherà elezioni anticipate nella speranza di ottenere una maggioranza conservatrice più ampia di quella attuale e un mandato per realizzare la Brexit come vuole lei, il leader laburista si dice pronto alla campagna elettorale e convinto di poterla vincere.
“Noi accettiamo il risultato del referendum”, dice Corbyn in un’intervista al Sunday Mirror. “Non chiediamo un secondo referendum per ribaltare il risultato del primo. Ma chiediamo che l’industria britannica continui ad avere accesso al mercato europeo”. È una posizione che potrebbe rivelarsi politicamente astuta. A chi ha votato per la Brexit, il leader laburista offre rispetto. Ma a chi ha votato contro, e a chi ha votato a favore ma ora ha qualche ripensamento, temendo di doverne pagare i danni in inflazione, calo della sterlina e aumento della disoccupazione, offre un’alternativa: uscire dalla Ue ma restare nel mercato comune. Il cosiddetto "modello Norvegia", un altro paese che non è membro dell’Unione Europea ma ha pieno accesso al singolo mercato.
Naturalmente l’accesso al singolo mercato comporta la libertà di movimento per i lavoratori della Ue, ovvero nessun limite all’immigrazione. E proprio il desiderio di ridurre l’immigrazione era uno dei principali obiettivi della campagna per la Brexit. Davanti ai rischi che ora emergono, tuttavia, l’elettorato britannico potrebbe ripensarci. E la posizione di compromesso offerta da Corbyn può apparire politicamente attraente, una via di mezzo ragionevole fra cancellare il risultato del referendum e una "hard Brexit", un taglio netto e totale all’Europa.
Nell’odierna camera dei Comuni, i conservatori hanno una maggioranza di appena 12 seggi. Una ventina di loro deputati sono europeisti e potrebbero votare, come Corbyn, per una "soft Brexit", un’uscita morbida, parziale: fuori dalla Ue, ma dentro il mercato comune, sacrificando per così dire la possibilità di mettere limiti all’immigrazione, una promessa peraltro dettata più dal populismo che dai fatti, poiché tutti gli studi più autorevoli indicano che l’immigrazione dall’Europa ha portato più soldi alle casse dello stato britannico di quanti ne abbia presi.
L’alternativa, per Theresa May, è indire nuove elezioni. Finora la premier ha sempre detto che non intende farlo. Ma se non avesse alternative, è verosimile che ci ripensi. Secondo i sondaggi, può ottenere una maggioranza di 100 seggi in parlamento, con la quale avrebbe buon gioco a vincere facilmente un voto sull’articolo 50: insomma a fare una “hard Brexit” o il tipo di Brexit che preferisce. Ma i sondaggi possono cambiare, specie se saranno condizionati dall’economia, e qualche rischio in un’elezione anticipata lo corre anche il governo.
Prima, tuttavia, bisogna attendere il processo di appello alla Corte Suprema, all’inizio di dicembre, sulla sentenza dell’Alta Corte. In un articolo sul Sunday Telegraph, la premier May ribadisce che il suo ricorso mira a realizzare la volontà del popolo: "È una questione di principio, il referendum ha espresso democraticamente la direzione da prendere e io intendo farla rispettare". I media inglesi interpretano le sue parole come un’eco di un famoso slogan di Margaret Thatcher: "Questa lady non ha la retromarcia". Nei panni di nuova "lady di ferro" anche Theresa May segnala ai suoi avversari: dalla Brexit non torno indietro. May contro Corbyn, dunque, con in palio il futuro della Gran Bretagna.
Se questi quattro obiettivi non saranno raggiunti, avverte Corbyn, allora il Labour voterà contro l’articolo 50 del Trattato di Lisbona con cui Theresa May vorrebbe avviare nel marzo prossimo la procedura di "divorzio" dall’Europa. E se la premier, davanti al rischio di perdere il voto in Parlamento, convocherà elezioni anticipate nella speranza di ottenere una maggioranza conservatrice più ampia di quella attuale e un mandato per realizzare la Brexit come vuole lei, il leader laburista si dice pronto alla campagna elettorale e convinto di poterla vincere.
“Noi accettiamo il risultato del referendum”, dice Corbyn in un’intervista al Sunday Mirror. “Non chiediamo un secondo referendum per ribaltare il risultato del primo. Ma chiediamo che l’industria britannica continui ad avere accesso al mercato europeo”. È una posizione che potrebbe rivelarsi politicamente astuta. A chi ha votato per la Brexit, il leader laburista offre rispetto. Ma a chi ha votato contro, e a chi ha votato a favore ma ora ha qualche ripensamento, temendo di doverne pagare i danni in inflazione, calo della sterlina e aumento della disoccupazione, offre un’alternativa: uscire dalla Ue ma restare nel mercato comune. Il cosiddetto "modello Norvegia", un altro paese che non è membro dell’Unione Europea ma ha pieno accesso al singolo mercato.
Naturalmente l’accesso al singolo mercato comporta la libertà di movimento per i lavoratori della Ue, ovvero nessun limite all’immigrazione. E proprio il desiderio di ridurre l’immigrazione era uno dei principali obiettivi della campagna per la Brexit. Davanti ai rischi che ora emergono, tuttavia, l’elettorato britannico potrebbe ripensarci. E la posizione di compromesso offerta da Corbyn può apparire politicamente attraente, una via di mezzo ragionevole fra cancellare il risultato del referendum e una "hard Brexit", un taglio netto e totale all’Europa.
Nell’odierna camera dei Comuni, i conservatori hanno una maggioranza di appena 12 seggi. Una ventina di loro deputati sono europeisti e potrebbero votare, come Corbyn, per una "soft Brexit", un’uscita morbida, parziale: fuori dalla Ue, ma dentro il mercato comune, sacrificando per così dire la possibilità di mettere limiti all’immigrazione, una promessa peraltro dettata più dal populismo che dai fatti, poiché tutti gli studi più autorevoli indicano che l’immigrazione dall’Europa ha portato più soldi alle casse dello stato britannico di quanti ne abbia presi.
L’alternativa, per Theresa May, è indire nuove elezioni. Finora la premier ha sempre detto che non intende farlo. Ma se non avesse alternative, è verosimile che ci ripensi. Secondo i sondaggi, può ottenere una maggioranza di 100 seggi in parlamento, con la quale avrebbe buon gioco a vincere facilmente un voto sull’articolo 50: insomma a fare una “hard Brexit” o il tipo di Brexit che preferisce. Ma i sondaggi possono cambiare, specie se saranno condizionati dall’economia, e qualche rischio in un’elezione anticipata lo corre anche il governo.
Prima, tuttavia, bisogna attendere il processo di appello alla Corte Suprema, all’inizio di dicembre, sulla sentenza dell’Alta Corte. In un articolo sul Sunday Telegraph, la premier May ribadisce che il suo ricorso mira a realizzare la volontà del popolo: "È una questione di principio, il referendum ha espresso democraticamente la direzione da prendere e io intendo farla rispettare". I media inglesi interpretano le sue parole come un’eco di un famoso slogan di Margaret Thatcher: "Questa lady non ha la retromarcia". Nei panni di nuova "lady di ferro" anche Theresa May segnala ai suoi avversari: dalla Brexit non torno indietro. May contro Corbyn, dunque, con in palio il futuro della Gran Bretagna.