Hong Kong, Pechino esclude indipendentisti dal parlamentino locale
Angelo Aquaro , dal nostro corrispondente ANGELO AQUAROSi tratta della prima vera intromissione ufficiale della madrepatria nella politica dell'ex colonia inglese. È avvenuta attraverso una "interpretazione" della Legge fondamentale che amministra la metropoli. La decisione è stata preceduta da proteste e scontri
PECHINO - C'era una volta Hong Kong. La scure di Pechino si abbatte inesorabile sulla testa del movimento democratico ispirato dai ragazzi di Occupy Central. La protesta di piazza, gli scontri, quattro arresti, il gas urticante sparato ieri sui manifestanti: nulla è servito a nulla. Il governo centrale ha deciso: i giovani indipendentisti democraticamente eletti non possono entrare nel parlamentino locale. È una decisione clamorosa e presa con tutti i crismi. Il potentissimo comitato permanente ha decretato alle 9.16 del mattino di Pechino (e di Hong Kong) che non c'è alcuno spazio per la democrazia in nessun angolo nell'impero: neppure nella metropoli semi-autonoma che da sempre rappresenta il vero ponte tra Oriente e Occidente. Quel ragazzo dal nome che a noi ricorda qualcuno, Sixtus Baggio Leung Chung-hang, chiamato così in onore del Roberto di Italia '90, e la sua collega terribile Yau Wai-ching, non potranno sedere tra gli altri deputat…
PECHINO - C'era una volta Hong Kong. La scure di Pechino si abbatte inesorabile sulla testa del movimento democratico ispirato dai ragazzi di Occupy Central. La protesta di piazza, gli scontri, quattro arresti, il gas urticante sparato ieri sui manifestanti: nulla è servito a nulla. Il governo centrale ha deciso: i giovani indipendentisti democraticamente eletti non possono entrare nel parlamentino locale. È una decisione clamorosa e presa con tutti i crismi. Il potentissimo comitato permanente ha decretato alle 9.16 del mattino di Pechino (e di Hong Kong) che non c'è alcuno spazio per la democrazia in nessun angolo nell'impero: neppure nella metropoli semi-autonoma che da sempre rappresenta il vero ponte tra Oriente e Occidente. Quel ragazzo dal nome che a noi ricorda qualcuno, Sixtus Baggio Leung Chung-hang, chiamato così in onore del Roberto di Italia '90, e la sua collega terribile Yau Wai-ching, non potranno sedere tra gli altri deputati eletti democraticamente a settembre nel Consiglio legislativo, controllato per la verità da una maggioranza, anche se sempre più stretta, fedele al Dragone.
È la prima vera intromissione ufficiale della madrepatria negli affari dell'ex colonia inglese. Ed è quello che temevano i ragazzi e non solo che ieri sono scesi in piazza e si sono scontrati con la polizia fino all'alba. La manifestazione indetta da Youngspiration, il partito dei due ribelli, ha portato per le strade di Hong Kong più di 13 mila persone anche perché l'annunciata decisione di Pechino era davvero una "prima volta" che rischia di riscrivere la storia, e non solo di qui. La vicenda riguarda il giuramento-sfida che i due nuovi deputati avevano messo in scena all'apertura del parlamento giusto un mese fa: rifiutandosi di giurare come prevede la legge fedeltà "alla regione speciale amministrativa di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese". Sixtus Baggio e altri giovani deputati avevano usati vari giri di parole pur di non manifestare fedeltà a Pechino: usando anche volgarità e parolacce. "Giuro fedeltà alla nazione di Hong Kong", "Giuro fedeltà a Hong Kong, regione speciale della re-fottutissima Cina popolare", "Non giurerò mai su un regime che uccide il suo popolo". Una vera "dichiarazione di guerra", come giustamente aveva riassunto il titolo del South China Morning Post, il giornale che pure è di proprietà di Jack Ma, il fondatore di Alibaba e amico personale del presidente cinese Xi Jinping. Grida, proteste, gli striscioni blu con la scritta "Hong Kong non è la Cina" issati o indossati al momento del giuramento, l'ombrello simbolo delle proteste di due anni fa portato in aula, i testi che ricordano la fedeltà alla terraferma fatti in mille pezzi, il nome della Cina storpiato in "Shina", come facevano gli occupanti nazi-giapponesi: il giuramento era diventato spergiuro e gli scontri con le guardie all'uscita del LegCo, il Legislative Council che amministra l'ex colonia, avevano fatto il resto.
Da allora, per Hong Kong, un mese di stop and go politici e amministrativi, la polemica sull'opportunità di offrire ai ribelli la possibilità di giurare ancora, fino alla decisione di rimandare tutto a un'interpretazione giudiziaria. È qui che si è svegliato il Dragone che fino ad allora era sembrato sorprendente assopito. Altro che. Pechino ha capito che qui era in gioco l'autonomia non solo di Hong Kong ma di tutte le altre regioni che nell'Impero pretendono di alzare la testa. L'ha detto chiaro e tondo domenica l'honkonghese ma fedelissima del regime, Elsie Leung Oi-sie, vicepresidente del Basic Law Committee, cioè della commissione chiamata a vigilare sulla Legge Fondamentale che dal 1997, e da lì a 50 anni, amministra l'ex colonia inglese fino al definitivo passaggio alla Cina. L'intervento del Comitato è "necessario" per salvaguardare la sovranità e l'unità nazionale e soprattutto - udite udite - è una dimostrazione di "correttezza" nei confronti del Tibet e dello Xinjiang, cioè delle due regioni in cui Pechino proibisce le manifestazioni di indipendenza. Sì, proprio così: "correttezza" nei confronti della popolazione per cui in tutto il mondo il Dalai Lama continua a invocare autonomia, "correttezza" verso gli attivisti uiguri che per Amnesty International sarebbero stati arrestati e torturati.
Il ragionamento, va detto, non fa una piega. Si chiama a ogni latitudine ragione di Stato. Ma quale? Hong Kong o la Cina? E la Basic Law è una mini-Carta su cui sovrintende l'ex colonia o una legge che Pechino può, come adesso accade per la prima volta, "interpretare" e quindi correggere? E ancora: davvero alla fine ha vinto la ragion di Stato, quantomeno quello di Pechino? A giudicare dalla manifestazione di ieri, e soprattutto dalla battaglia di piazza, l'intervento "necessario" del Dragone più che un punto fermo sembra soltanto l'ennesima virgola. Sì, la storia dell'autonomia di Hong Kong e dell'unità nazionale cinese sembra ancora tutta da scrivere. Riusciranno i ragazzi ieri accolti con gli spray urticanti a dimostrare? Basterà soltanto l'inchiostro della legge, solo l'inchiostro della legge, e davvero nient'altro?
Da allora, per Hong Kong, un mese di stop and go politici e amministrativi, la polemica sull'opportunità di offrire ai ribelli la possibilità di giurare ancora, fino alla decisione di rimandare tutto a un'interpretazione giudiziaria. È qui che si è svegliato il Dragone che fino ad allora era sembrato sorprendente assopito. Altro che. Pechino ha capito che qui era in gioco l'autonomia non solo di Hong Kong ma di tutte le altre regioni che nell'Impero pretendono di alzare la testa. L'ha detto chiaro e tondo domenica l'honkonghese ma fedelissima del regime, Elsie Leung Oi-sie, vicepresidente del Basic Law Committee, cioè della commissione chiamata a vigilare sulla Legge Fondamentale che dal 1997, e da lì a 50 anni, amministra l'ex colonia inglese fino al definitivo passaggio alla Cina. L'intervento del Comitato è "necessario" per salvaguardare la sovranità e l'unità nazionale e soprattutto - udite udite - è una dimostrazione di "correttezza" nei confronti del Tibet e dello Xinjiang, cioè delle due regioni in cui Pechino proibisce le manifestazioni di indipendenza. Sì, proprio così: "correttezza" nei confronti della popolazione per cui in tutto il mondo il Dalai Lama continua a invocare autonomia, "correttezza" verso gli attivisti uiguri che per Amnesty International sarebbero stati arrestati e torturati.
Il ragionamento, va detto, non fa una piega. Si chiama a ogni latitudine ragione di Stato. Ma quale? Hong Kong o la Cina? E la Basic Law è una mini-Carta su cui sovrintende l'ex colonia o una legge che Pechino può, come adesso accade per la prima volta, "interpretare" e quindi correggere? E ancora: davvero alla fine ha vinto la ragion di Stato, quantomeno quello di Pechino? A giudicare dalla manifestazione di ieri, e soprattutto dalla battaglia di piazza, l'intervento "necessario" del Dragone più che un punto fermo sembra soltanto l'ennesima virgola. Sì, la storia dell'autonomia di Hong Kong e dell'unità nazionale cinese sembra ancora tutta da scrivere. Riusciranno i ragazzi ieri accolti con gli spray urticanti a dimostrare? Basterà soltanto l'inchiostro della legge, solo l'inchiostro della legge, e davvero nient'altro?