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Cina, la decisione di Xi: "Torniamo a chiamarci compagni". Ma oggi vuol dire 'gay'

L'annuncio in un vademecum del partito. Il termine 'tongzhi' nasce nel primo novecento, ma divenne simbolo comunista prima di cadere in disuso ed essere adottato dalla comunità Lgbt. Fino a oggi

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PECHINO - Contrordine compagni: torniamo a chiamarci "compagni". Addio "sir", "miss" o "mister". Per non parlare, orrore, di "boss". Da oggi siamo ancora una volta tutti compagni, cioè tongzhi: anche se da quasi trent'anni quella parola qui in Cina vuol dire omosessuale, lesbica, transgender. O meglio: tongzhi vuol dire ancora "compagno" nel senso politico che tutti conosciamo. Però sono appunto quasi trent'anni che tongzhi spuntava ormai soltanto nei comunicati che la gente normale non legge praticamente più.

Ritorno al futuro. Il Compagno Pubblico Numero Uno ha deciso che compagni si era e compagni si resta: "Tutti i quadri all'interno del partito dovranno chiamarsi così", recita l'ordine piovuto da Zhongnanhai, il palazzo del potere che è la vera città proibita di Pechino.

Le "Guide alla vita politica all'interno del partito nelle correnti circostanze", come recita il titolo del vademecum, anche questo particolarmente marxista-vintagista, non lasciano dubbi. Redatte all'indomani del plenum che ha proclamato Xi Jinping "cuore", nel senso di leader portante, del partito, le istruzioni sono l'ultimo effetto della stretta sulla disciplina degli 80 milioni di iscritti.

Il termine compagno significa in realtà camerata, e l'origine latina rimanda appunto al compagno di camera o accampamento. Fu il padre della rivoluzione cinese, precedente a quella comunista, a usarlo per primo: "La rivoluzione non è ancora completa - scrisse Sun Yat-sen sul letto di morte - spetta a tutti i miei compagni portarla avanti".

Il suo messaggio fu raccolto sia dai rivoluzionari del Kuomintang che del partito comunista. Ma la rivoluzione culturale del tongzhi assunse l'apice, manco a dirlo, con quella di Mao Zedong. Nel fervore rivoluzionario, costato milioni di morti, perfino ai militari fu concesso di abbandonare ogni distinzione di grado: e fu disastro.

L'open up, cioè l'apertura al mondo voluta da Deng Xiaoping, fece definitivamente giustizia di quel "compagno" ormai confinato solo ai trinariciuti di partito. E il termine cadde così in disuso che la comunità gay di Hong Kong lo rilanciò agli inizi degli anni '90 per liberarsi ancora una volta della schiavitù borghese di "signore" e "signora": ma questa volta per reclamare appunto la propria libertà sessuale.

Peccato che la Cina intanto si fosse così aperta che perfino nel partito fossero fioriti termini come "capo" o "fratello" o "amico": tutto, dunque, tranne che "compagno".

Da qui a dire ora che la libertà d'apostrofo abbia portato alla corruzione naturalmente ce ne passa. Ma riportare comunque al ground zero le distanze, ragiona il nuovo Mao, aiuterà: nessuno sarà più uguale degli altri, con buona pace della profezia di George Orwell.  

Certo resta quel piccolo particolare: che si fa con i gay che ormai in Cina si apostrofano tutti così? Ma che domande: il partito è aperto a tutti. E se sono tongzhi, avranno ragionato i signori, pardon compagni, della disciplina, e beh: tanto peggio per loro.