Esteri

Turchia, giudice Onu tra gli arresti post golpe. La figlia: "Il governo italiano ci aiuti"

Ventinove anni, Meric Akay vive a Milano. Suo padre, Aydin Sefa Akay, 76 anni e protetto da immunità diplomatica, è tra le migliaia di persone che il governo di Erdogan ha messo in carcere per presunti legami con Gulen: "I tentativi delle Nazioni Unite sono falliti. Mi appello alla comunità internazionale e al vostro Paese"

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MILANO - Sembra impossibile che uno degli eventi più drammatici del 2016 abbia toccato così da vicino la vita di questa ragazza 29enne di Istanbul, da tre anni a Milano per studiare design. Meric Akay ha un sorriso sereno che rimanda al suo lavoro di insegnante di yoga, attività che intervalla a un corso di pittura a Brera. Dietro questa espressione dolce - in compagnia del marito Guido e del cane Lulù - si nasconde una vicenda di politica internazionale che intreccia Ankara, L'Aja e New York.

La trama è scandita dal golpe del 15 luglio in Turchia. Da allora la repressione del presidente Erdogan ha totalizzato 105mila funzionari pubblici licenziati, 76mila fermi, 35mila arresti per sospetti legami con il movimento di Fethullah Gulen considerato responsabile del tentato colpo di Stato. Tra queste migliaia di persone, dal 21 settembre c'è anche il padre di Meric: Aydin Sefa Akay, 76 anni, giudice Onu, protetto da immunità diplomatica.

Il magistrato turco fa parte della Corte internazionale dell'Aja che si sta occupando di processare gli ultimi crimini di guerra commessi in Ruanda ed ex Jugoslavia. Dieci giorni fa, il presidente di questo organismo, Theodor Meron, ha chiesto la liberazione di Akay di fronte all'Assemblea generale del Palazzo di vetro: "È indispensabile ripristinare la legalità internazionale dello Statuto Onu. Senza Akay non possiamo andare avanti. Le udienze sono bloccate". Non era mai stata violata l'immunità di un giudice Onu. Il governo di Ankara non ha mai risposto alla richiesta formale inviata.

"Non volevamo uscire allo scoperto nel timore che la situazione potesse peggiorare - dice Meric - ma abbiamo deciso di muoverci dopo aver visto che nemmeno le Nazioni Unite hanno ottenuto qualcosa. Mio padre è in prigione, in una camerata con altre 20-30 persone. Non può leggere. Lo va a visitare mio fratello avvocato, dieci minuti a settimana. Ma nei primi cinque giorni non ha potuto parlare con nessuno".

L'accusa è quella comune a tanti detenuti: aver scaricato l'applicazione ByLock che secondo il governo turco è un canale di comunicazione dei gulenisti, invece secondo gli accusati è perfettamente legale e viene usata da migliaia di persone in tutto il mondo. "Quando sono venuti a prenderlo, i poliziotti hanno perquisito tutta la casa. In una libreria con duemila volumi hanno trovato due libri di Gulen. Ma che cosa prova questo? Due libri su duemila. Una persona di cultura, come mio padre, legge di tutto perché vuole informarsi. Mio papà non è mai stato contro Erdogan, ha svolto l'incarico di ambasciatore in Burkina Faso e ha sempre servito fedelmente il suo Paese".

Adesso tutto è cambiato: la paura spinge molti turchi a non parlare liberamente al telefono. Vengono arrestate anche persone anziane, parenti dei ricercati non trovati nelle loro abitazioni. Meric è l'unica della sua famiglia all'estero: la mamma e il fratello sono a Istanbul. Per questo chiede aiuto alla comunità internazionale e al nostro Paese: "Spero che il governo italiano possa fare qualcosa". È stato un italiano il primo presidente del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia: Antonio Cassese. Il giudice Akay stava portando a termine proprio quel lavoro. Meric, la sua famiglia e l'Onu sperano che possa completarlo presto.