A volte hai l'impressione di poter palpare i sentimenti, che cambiano o svaniscono come i razzi in un fuoco d'artificio. Fidel Castro è rimasto al potere più di qualsiasi altro nella nostra epoca contemporanea. Ha resistito tanto a lungo da consentire undici mandati presidenziali a Washington, tutti ostili, con il fiato sul collo della piccola fastidiosa isola proprio lì, a portata di mano. Come Fidel sia riuscito a morire nel suo letto è uno dei grandi romanzi politici della nostra epoca. A partire dalla dottrina Monroe, che adeguava la stagione politica nel continente agli umori della Casa Bianca, pochi caudilli latinoamericani c'erano riusciti. Fidel non era un caudillo. Era qualcosa d'altro. Il suo coraggio, la sua abilità, la sua ambiguità gli hanno consentito di vivere fino a novant'anni. I cubani ne sono fieri, ma anche stupiti. Forse esausti. I padri troppo longevi non sempre sono i più amati. Gli esuli, e nemici, di Miami esultano. Ma hanno torto. Non sono loro che hanno vinto. La morte naturale non è inflitta da una guerra.
Nella città quieta di questi giorni c'è anche, davanti ai municipios dei quartieri, qualche fila di uomini, donne, ragazzi in attesa di firmare una dichiarazione in cui confermano fedeltà alla rivoluzione, che "continua" dopo Fidel. È un atto di fede e una procedura del regime. Ma ritorno a Miriam, che ha vissuto i cinquant'anni di Fidel nella sua cucina: combattendo con le razioni di pane quotidiane; vivendo con il timore che i figli o il marito finissero alla Cabana, la prigione ben in vista dal Malecon, il lungomare dell'Avana; o in preda a vampate di emozioni quando lui diceva per ore che la rivoluzione apparteneva al popolo, dunque anche a lei, Miriam, che adesso trattiene a stento i singhiozzi. Miriam si è sentita via via, a suo modo, militante o vittima. Adesso è una reduce. Desolata o liberata non lo sa ancora. Il vuoto che si è creato da quando Fidel è soltanto un pugno di cenere l'intimorisce. Non sa se avere paura o rallegrarsi. Dunque piange.
Cuba, migliaia in Plaza de la Revoluciòn per l'omaggio a Fidel Castro
C'è un "giallo" in tutte le rivoluzioni. Pochi giorni dopo lo sbarco nella Baia dei Porci, nella primavera del '61, ho visitato a Camaguey, a Santiago e all'Avana numerose caserme dell'ejercito rebelde per scoprire se i militari, come era voce corrente, venivano iniziati al marxismo. Sull'onda della vittoria sui contro rivoluzionari addestrati e inviati dalla Cia, con il riluttante assenso di J.F. Kennedy, Cuba si era proclamata repubblica socialista. C'era stata una grande parata, con le miliziane che sfilavano con il mitra e le camicette un po' scollate. Un'atmosfera solenne e al tempo stesso leggera. Gioiosa. Senza che nessuno menzionasse le fucilazioni sbrigative degli uomini del dittatore Batista e dei controrivoluzionarti del fallito sbarco della Baia dei Porci, ma anche dei barbudos dissidenti, contrari alla svolta comunista in corso. Di quest'ultima, il collega francese Max Clos e io, non trovammo traccia nelle caserme visitate. Max fu più accorto di me perché avvertì egualmente la conversione del regime. Non furono i comunisti a guidarla, ma gli stessi castristi a promuoverla, assorbendo di fatto il partito filo sovietico. È stato detto che Fidel sposò Marx e Machiavelli. Nonostante la sempre più grande dipendenza dall'Unione Sovietica, anche per sopperire ai danni provocati dall'embargo americano, egli continuò a proclamare la sovranità di Cuba. Più doveva a Mosca la sopravvivenza economica e più enfatizzava la sua orgogliosa autonomia. Nel '62, durante la crisi con gli Stati Uniti, provocata dai missili nucleari sovietici, Castro aggravò il rischio di un conflitto atomico, secondo la testimonianza di Nikita Krusciov, dichiarandosi contrario al ritiro delle testate che Kennedy esigeva. E nel '68 approvò l'invasione sovietica della Cecoclovacchia.
È morto Fidel Castro: la vita del Líder Maximo icona della rivoluzione comunista
"Presto sarò come gli altri, arriva il turno di tutti". Fidel Castro è morto all'età di 90 anni e solo pochi mesi fa, lo scorso aprile, parlava così al settimo congresso del partito comunista cubano, all'Avana. Un discorso di congedo, per un uomo che aveva portato gli ideali rivoluzionari nell'isola, che li aveva coltivati e fatti crescere. Per poi vederli invecchiare, insieme a lui: quando nel 2008 il fratello Raúl ha assunto le redini del comando, avviando le riforme economiche e la normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti, si è capito che un'epoca era finita. Quella del comunismo più ortodosso e intransigente, quella della più feroce retorica antimperialista. E tuttavia, i valori rivoluzionari non sono morti, secondo il Líder Maximo: "Le idee dei comunisti cubani rimarranno come prova che su questo pianeta, se lavori molto e con dignità, puoi produrre i beni materiali e culturali di cui gli esseri umani hanno bisogno", aveva sottolineato. Dalla presa del potere nel 1959 ai legami con i leader sovietici e antistatunitensi, fino agli ultimi anni, quando ha lasciato la divisa da condottiero per le più comode tute. Una fotostoria che racconta l'uomo divenuto nel mondo icona della rivoluzione comunista
(pubblicata l'11 agosto 2016, aggiornata il 26 novembre 2016)
Molti intellettuali, e con loro numerosi cronisti, sono stati sedotti da Fidel. Herbert Matthews, del New York Times, che lo incontrò quando era alla macchia, sulla Sierra Maestra, descrisse "una personalità schiacciante", e un capo adorato dai suoi uomini. Nel '61, al momento della vittoria sui controrivoluzionarui sbarcati nella Baia dei porci, trattenni a stento la mia ammirazione. Nel '65, quando capitai a Cuba mentre era in corso la campagna contro gli omosessuali e i dissidenti, non nascosi la mia delusione. Nei successivi cinquant'anni l'affabile, burbero colosso, oratore infaticabile e politico audace, per tenere in piedi la sua rivoluzione non si è dimostrato rispettoso dei diritti dell'uomo, ha consensito di alimentare traffici di qualsisi genere per riempire le vuote casse dello Stato, e non si è risparmiato nell'organizzare reti poliziesche, e ampie repressioni contro avversari e supposti avversari. Se ha dotato l'isola di un'assistenza sanitaria e vinto l'analfabetismo, non ne ha fatto decollare l'attività economica. Rimasta stagnante. Al di là degli evidenti fallimenti, il successo risiede nell'avere resistito alla superpotenza e nell'avere seguito, con tutti i mezzi, quella che riteneva la linea della sua Rivoluzione, indipendentemente dai risultati. Osservando la compunzione dei cubani in lutto ho adesso l'impressione di assistere alla scomparsa di un leader che ha basato la gestione del potere sull'orgoglio, suo e della sua gente.
Cuba, il lungo addio a Fidel: migliaia in fila in Plaza de la Revoluciòn
Sono migliaia le persone in fila per rendere omaggio a Fidel Castro in Plaza de la Revoluciòn, all'Avana. Cittadini e studenti aspettando il proprio turno per poter sfilare davanti al Memoeriale Josè Martì, dove campeggia il ritratto in bianco e nero del leader maximo.