Romania, crisi sbloccata: il presidente della Repubblica accetta il premier proposto dal Psd
Andrea Tarquini, ANDREA TARQUINILa decisione del capo dello Stato Iohannis mette fine a settimane di incertezza seguite alla vittoria del partito socialdemocratico alle elezioni dell'11 dicembre
SI È SBLOCCATA stamane, alla vigilia di Capodanno, in Romania la crisi che era stata aperta dallo scontro tra il capo dello Stato, il conservatore indipendente Klaus Iohannis, e il Partito socialdemocratico (Psd, membro dei socialisti europei all’Europarlamento) vincitore delle elezioni parlamentari dell’11 dicembre scorso. Il presidente della Repubblica ha infine accettato un candidato a premier proposto dal Psd, il 43enne Sorin Grindeanu, conferendogli l’incarico di formare un governo. Ci si aspetta che Grindeanu lavori in tempi rapidi e sia in grado di presentare in Parlamento per il voto la sua coalizione e la lista di ministri e sottosegretari. Alle elezioni infatti il Psd ha largamente vinto, distanziando di molto i partiti avversari di centro destra. Insieme alla compagine alleata liberaldemocratica (Alde) dispone di 250 seggi sui 465 del Parlamento stesso.
La tensione politica in Romania nasce da un confronto strutturale tra il capo dello Stato, elett…
La tensione politica in Romania nasce da un confronto strutturale tra il capo dello Stato, elett…
SI È SBLOCCATA stamane, alla vigilia di Capodanno, in Romania la crisi che era stata aperta dallo scontro tra il capo dello Stato, il conservatore indipendente Klaus Iohannis, e il Partito socialdemocratico (Psd, membro dei socialisti europei all’Europarlamento) vincitore delle elezioni parlamentari dell’11 dicembre scorso. Il presidente della Repubblica ha infine accettato un candidato a premier proposto dal Psd, il 43enne Sorin Grindeanu, conferendogli l’incarico di formare un governo. Ci si aspetta che Grindeanu lavori in tempi rapidi e sia in grado di presentare in Parlamento per il voto la sua coalizione e la lista di ministri e sottosegretari. Alle elezioni infatti il Psd ha largamente vinto, distanziando di molto i partiti avversari di centro destra. Insieme alla compagine alleata liberaldemocratica (Alde) dispone di 250 seggi sui 465 del Parlamento stesso.
La tensione politica in Romania nasce da un confronto strutturale tra il capo dello Stato, eletto nel 2014 vincendo con la promessa di una lotta senza quartiere alla corruzione, e il Psd, il partito più accusato di gravi irregolarità e violazione di leggi e Costituzione. I socialdemocratici avevano perso il potere nel 2015 sull’onda di una seria di scandali che coinvolgevano il suo allora leader e premier Victor Ponta. Dopo la strage di giovani in una discoteca di Bucarest che era stata costruita senza alcun sistema di sicurezza antincendio ed evacuazione perché i gestori avevano corrotto esponenti politici, Ponta si era dimesso. Era stato formato un governo provvisorio di tecnocrati, affidato prima a Sorin Cimpeanu dell’Alde poi a Dacian Ciolos, indipendente.
Alle parlamentari tenutesi appunto l’11 tuttavia il Psd ha vinto: indicazione sia della sua forza e delle sue radicate clientele, sia della voglia di maggiore giustizia sociale e aiuto ai ceti più poveri. Il problema, nonostante l’ampia maggioranza della coalizione Psd-Alde, era trovare un candidato a premier che avesse la fedina pulita. Il capo dello Stato Iohannis si era impegnato in pubblico prima delle elezioni a rifiutare ogni esponente politico con condanne o scandali alle spalle. Era dunque escluso dall’inizio Liviu Dragnea, il nuovo leader socialdemocratico, condannato tempo fa a due anni con la condizionale per frode elettorale.
Il Psd aveva allora proposto di conferire l’incarico a una donna musulmana e appartenente alla minoranza dei tatari, Sevil Shhaideh, ma il presidente aveva respinto la proposta, senza spiegare i suoi motivi ma assicurando che “aveva riflettuto a fondo”. Due ipotesi erano state avanzate quale ragione della bocciatura di Sevil Shhaideh, che altrimenti sarebbe stata la prima premier donna musulmana nell’Unione europea: primo, che il presidente la ritenesse un esponente politico troppo ‘locale’ o legato alla provincia, debole, quindi figura di paglia di Dragnea. Secondo, le accuse rivolte al marito, di origine siriana, di avere stretti contatti con il regime di Damasco o addirittura con gli Hezbollah.
Il Psd aveva duramente protestato: “Iohannis non ha il diritto di scegliere al posto nostro il candidato a premier, non può usurparci la vittoria elettorale”. Il più grande paese dei Balcani si è trovato di fronte alla scelta tra la ricerca di un nuovo candidato da parte dei socialdemocratici, e il rischio di ripetere le elezioni. L’approvazione di Grindeanu da parte del capo dello Stato ha sciolto il nodo e calmato lo scontro politico. Almeno per ora.
La tensione politica in Romania nasce da un confronto strutturale tra il capo dello Stato, eletto nel 2014 vincendo con la promessa di una lotta senza quartiere alla corruzione, e il Psd, il partito più accusato di gravi irregolarità e violazione di leggi e Costituzione. I socialdemocratici avevano perso il potere nel 2015 sull’onda di una seria di scandali che coinvolgevano il suo allora leader e premier Victor Ponta. Dopo la strage di giovani in una discoteca di Bucarest che era stata costruita senza alcun sistema di sicurezza antincendio ed evacuazione perché i gestori avevano corrotto esponenti politici, Ponta si era dimesso. Era stato formato un governo provvisorio di tecnocrati, affidato prima a Sorin Cimpeanu dell’Alde poi a Dacian Ciolos, indipendente.
Alle parlamentari tenutesi appunto l’11 tuttavia il Psd ha vinto: indicazione sia della sua forza e delle sue radicate clientele, sia della voglia di maggiore giustizia sociale e aiuto ai ceti più poveri. Il problema, nonostante l’ampia maggioranza della coalizione Psd-Alde, era trovare un candidato a premier che avesse la fedina pulita. Il capo dello Stato Iohannis si era impegnato in pubblico prima delle elezioni a rifiutare ogni esponente politico con condanne o scandali alle spalle. Era dunque escluso dall’inizio Liviu Dragnea, il nuovo leader socialdemocratico, condannato tempo fa a due anni con la condizionale per frode elettorale.
Il Psd aveva allora proposto di conferire l’incarico a una donna musulmana e appartenente alla minoranza dei tatari, Sevil Shhaideh, ma il presidente aveva respinto la proposta, senza spiegare i suoi motivi ma assicurando che “aveva riflettuto a fondo”. Due ipotesi erano state avanzate quale ragione della bocciatura di Sevil Shhaideh, che altrimenti sarebbe stata la prima premier donna musulmana nell’Unione europea: primo, che il presidente la ritenesse un esponente politico troppo ‘locale’ o legato alla provincia, debole, quindi figura di paglia di Dragnea. Secondo, le accuse rivolte al marito, di origine siriana, di avere stretti contatti con il regime di Damasco o addirittura con gli Hezbollah.
Il Psd aveva duramente protestato: “Iohannis non ha il diritto di scegliere al posto nostro il candidato a premier, non può usurparci la vittoria elettorale”. Il più grande paese dei Balcani si è trovato di fronte alla scelta tra la ricerca di un nuovo candidato da parte dei socialdemocratici, e il rischio di ripetere le elezioni. L’approvazione di Grindeanu da parte del capo dello Stato ha sciolto il nodo e calmato lo scontro politico. Almeno per ora.