Esteri

Migranti, i Paesi del Gruppo Visegrad contro la Ue: "No ai ricatti"

I primi ministri del Gruppo di Visegrad: da sinistra il ceco Bohuslav Sobotka, l'ungherese Viktor Orban, la polacca Beata Szydlo e lo slovacco Robert Fico (afp)
Vertice di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia contrari alla linea di Bruxelles che lega l'accoglienza alla politica finanziaria. Il premier Orban: se salta l'accordo con la Turchia li fermeremo grazie al muro costruito con i nostri soldi
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Addio alle illusioni d'accordo e convergenze unanimi. Sono passati appena pochi giorni dal vertice straordinario di Roma dell'Unione europea, l'inchiostro si è appena asciugato dalle firme poste dai 27 capi dell'esecutivo della Ue in calce alla Dichiarazione che impegna tutti a collaborazione, integrazione e intese, e subito "i magnifici quattro" dell'Est danno un segnale duro di marcia indietro. Riuniti a Varsavia, i leader liberamente eletti del Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Cechia, Slovacchia) hanno denunciato oggi "il ricatto e il diktat" della Ue verso di loro sul tema della politica migratoria comune. E tanto per dare un segnale di fermezza in più, nell'Ungheria del popolare premier nazionalconservatore Viktort Orbán entrava in vigore la legge che impone per tutti i profughi e migranti 'clandestini' l'arresto immediato e il loro internamento in campi di raccolta costruiti presso il confine con la Serbia con lunghi container abitativi a schiera, con una struttura edilizia-architettonica e una planimetria che possono evocare le memorie più cupe.

Orbán, la premier polacca Beata Szydlo, i capi di governo céco Bohuslav Sobotka e slovacco Robert Fico hanno espresso il disaccordo piú fermo contro l'idea di legare e far dipendere la distribuzione dei fondi europei all'adesione alla politica europea comune verso i migranti, la quale comprende la ripartizione di quote di migranti da accogliere.
"L'idea di legare i fondi che ci sono dovuti dai nostri trattati di adesione alla Ue alle nostre politiche migratorie nazionali è una cattiva idea, e in quanto gruppo di Visegrad non ci lasceremo intimidire", ha detto con tono duro parlando per tutti il leader magiaro Orbán. "Il gruppo di Visegrad, compresa la Polonia, non accetterà mai questo ricatto, né accetteremo mai di farci dettare condizioni", ha incalzato la premier nazionalconservatrice polacca. Aggiungendo: "Diciamo chiaramente che la politica verso l'ondata migratoria perseguita finora dall'Unione europea non ha dato prova di efficacia, e che occorre trarne lezioni e conseguenze".

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Orbán che fu il primo, nell'estate 2015, a reagire all'ondata migratoria erigendo il cosiddetto 'muro', cioè una barriera difensiva lungo tutta la frontiera serba con fili spinati e guardie armate, a cui viene aggiunta ora alle spalle una seconda barriera dotata anche di sensori elettronici antiuomo uno ogni 15 centimetri, ha vantato le misure prese dal suo Paese, e l'internamento obbligatorio per profughi e migranti entrato appunto in vigore oggi in Ungheria. "Ormai noi ungheresi siamo in grado di rispondere alla sfida anche se l'accordo tra la Ue e la Turchia (sul controllo dei flussi migratori e l'accoglienza di molti profughi e migranti in Turchia, ndr) non funzionerà. Noi siamo capaci di fermare ogni ondata migratoria al confine serbo-ungherese, gli austriaci e i tedeschi adesso possono essere tranquilli grazie a noi".

La legge adottata il 7 marzo dallo Orszagház, il Parlamento nazionale magiaro, su iniziativa di Orbán e del suo governo, è stata piú volte denunciata da diverse organizzazioni non governative (Ong) e dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, lo Unhcr. Secondo il quale tale misura "viola gli obblighi dell'Ungheria a fronte delle leggi internazionali ed europee in materia di asilo". In visita a Budapest, il Commissario europeo responsabile per i problemi dell'immigrazione, Dimitris Avramopoulos, ha lanciato un appello al "rispetto dei principi della Ue". Negli ultimi tempi, specie dopo l'insediamento a Washington della nuova amministrazione eletta, quella guidata dal presidente Donald Trump, l'Ungheria e altri paesi del centroest e dei Balcani membri di Ue e Nato, si sono sentiti rafforzati dalla svolta negli Usa a continuare e intensificare la loro politica di tolleranza zero verso le ondate migratorie. Al tempo stesso Ungheria e Polonia sono state più volte criticate da istituzioni Ue, media liberi e Ong per presunte violazioni di valori e principi dello stato di diritto nella loro politica interna e nei rapporti tra le istituzioni democratiche.