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Brexit, italiani in Gran Bretagna: "Una perdita per tutti, ma per loro di più"

(afp)
Sono 600mila i nostri connazionali residenti nel Regno Unito. L'uscita dalla Ue costringerà qualcuno di loro a rientrare in patria, emigrare altrove o, per restare, ottenere un permesso di residenza e la doppia cittadinanza
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LONDRA - "Una perdita per tutti, britannici e non britannici", scrive Ivana Bartoletti, ex-candidata al municipio della capitale al fianco del sindaco Sadiq Khan. "Un Regno Diviso, fuori dall'Unione Europea e indebolito economicamente", afferma il finanziere Davide Serra. "Ci sarà una fuga di talenti", teme l'editore Alessandro Gallenzi. Sono alcuni dei pareri e timori degli italiani di Londra: rappresentanti degli umori di 600 mila nostri connazionali residenti nel Regno Unito, colpiti dal ciclone Brexit, che costringerà qualcuno di loro a rientrare in patria, emigrare altrove o, per restare, ottenere un permesso di residenza e la doppia cittadinanza. Dopo la lettera di Carlotta Moron, un'italiana di Londra appunto, pubblicata da Repubblica nel giorno in cui Theresa May ha attivato l'articolo 50 del trattato che mette in moto l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea, in redazione sono arrivate altre lettere e tanti commenti. Eccone un estratto.
 
"La Brexit è una perdita per tutti, britannici e non - ma per i British di più, molto di più", sostiene Ivana Bartoletti, attivista del Labour e dipendente del National Health Service, il servizio sanitario nazionale. "Ho consumato le scarpe nella campagna referendaria, andando in giro porta a porta e a dibattiti per convincere la gente che, nel mondo globalizzato in cui viviamo, la Gran Bretagna è più forte in Europa che fuori. E una cosa posso dirla con certezza: Theresa May non sta attuando la volontà popolare, ma la sta interpretando. I motivi che hanno portato al voto sono diversi: c'è chi ha votato per avere più soldi per la sanità, chi ha scelto di uscire per avere meno immigrati. C'è chi ha fatto una scelta da sinistra, e ci sono molti dai paesi del Commonwealth che sono stati persuasi dall'idea che avere meno polacchi significa avere più indiani".
 
L'opinione di Davide Serra, fondatore e amministratore delegato del Fondo Algebris, uno dei più importanti fondi di investimenti della capitale, è basato su ricerche condotte dalla sua stessa società. "Adesso abbiamo un Regno Diviso fuori dall'Unione Europea", afferma Serra. "La Brexit colpirà l'economia britannica e ferirà in particolare chi ha votato per la Brexit. I poveri e gli anziani vedranno scendere i propri redditi. Il declino della sterlina, per un'isola che importa metà dei suoi prodotti e del suo cibo, significa più alta inflazione. E l'incertezza potrebbe spaventare gli investitori, spingere posti di lavoro altrove, come dimostrato da alcune aziende che stanno già trasferendosi. Secondo i nostri calcoli, la Brexit costerà alla Gran Bretagna 175 miliardi di sterline, il 7,5 per cento del suo pil o l'equivalente di 300 milioni di sterline alla settimana per otto anni. La Brexit non ridurrà la diseguaglianza e non renderà la Gran Bretagna più unita. E quando i Brexitiani se ne renderanno conto, potranno soltanto dare la colpa a se stessi".
 
Alessandro Gallenzi è fondatore e presidente della Alma Books, una casa editrice indipendente che ha pubblicato tra l'altro il libro di memorie della moglie dell'astrofisico Stephen Hawking diventato la base del film, vincitore di un Oscar, "La teoria del tutto". Ecco cosa scrive Gallenzi: "La mia principale preoccupazione è che ci sia un drenaggio di talenti perché tanti europei se ne andranno dalla Gran Bretagna. E la seconda è che sarà più difficile per i britannici entrare in Europa e per gli europei entrare in Gran Bretagna. La Brexit ci ha spinti, come casa editrice, ad aprire un ufficio in Scozia, a Edimburgo. Come la maggioranza degli scozzesi, crediamo che questo paese non avrebbe dovuto lasciare la Ue. Ci pare che la Scozia abbia una mentalità pienamente europea e per questo ci teniamo ad esserne partecipi. Non vorremmo che la Gran Bretagna cambiasse, quando avrà lasciato la Ue. Non vorremo che cambiasse l'atmosfera che si respira in questo paese. Ma nonostante tutto sono ottimista".
 
Bruno Amendola, medico, è triste: "Vivo a Londra dal 1996 e dunque lavoro in questa città da 21 anni. Qui ho messo su famiglia, ho comprato casa, ho aperto una mia clinica di medicina estetica con pazienti di tutto il mondo, europei, arabi, cinesi, inglesi. Negli ultimi anni ho seguito con apprensione l'andamento della politica in Gran Bretagna e dopo le elezioni ho subito capito che le cose non si sarebbero messe bene. Essendo a contatto con molti pazienti europei so bene che hanno tutti le stesse paure e gli stessi dubbi. Rimanere? Andare via? Richiedere la residenza permanente? Al momento aspettiamo tutti sperando che gli interessi dei cittadini europei qui residenti vengano rispettati e tutelati, ma devo ammettere che sto preparando come molti un piano b. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. E lo dico con amarezza perché come tutte le persone emigrate qui da anni ho investito molto su questo paese, economicamente ma anche emotivamente".
 
Scrive Roberto Stasi, analista di una grande banca della City: "Il conto alla rovescia per l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea è iniziato. Due anni, ancora incerti, con un solo obiettivo, l'uscita, ma, ad oggi, senza un come ed un dopo. E' passato quasi meno di un anno dalla scelta del popolo inglese di uscire dall'Unione Europea, un risicato 52 a 48 per cento: tanto si è detto e scritto, su una campagna che da entrambe le parti puntava sulla paura, sulle ragioni sociali, economiche e politiche di questo voto, sul ruolo della politica e delle sue responsabilità non solo presenti. Ma c'è un fattore che regna ad oggi sovrano: l'incertezza. Non si sa nulla, non si è compreso ancora cosa significhi uscire dall'Unione Europea, non è mai successo, sperando che sia l'unico ed ultimo caso. Esperienza personale: sabato mattina mi notificano il diritto di residenza permanente, che avevo richiesto. Stavo per andare alla marcia per le celebrazioni dei 60 anni del Trattato di Roma. Davvero pessimo sarcasmo inglese. Da oggi sono un mezzo cittadino inglese. Che dire... keep calm and carry on!"
 
Isabella Frigo lavora a "Casa Londra, un'agenzia immobiliare che assiste gli italiani a cercare, comprare, affittare o dare in affitto una casa nella metropoli. Questa la sua testimonianza: "Sono una giovane donna, con una laurea in Giurisprudenza conseguita a Milano e una precedente esperienza lavorativa in Italia. Tuttavia sono arrivata a Londra da due anni e mezzo, già trentenne, con la voglia di cambiare carriera. Londra per me ha rappresentato e continuerà a rappresentare fermento, vivacità e vita, che si traducono anche in maggiori occasioni professionali. Mi piace viverci e la sento in qualche modo mia. Non nego che la notizia della Brexit in un primo momento ci abbia spiazzato e abbia creato molta confusione. Io e le mie colleghe abbiamo deciso di non arrovellarci su un futuro incerto bensì cambiare punto di vista, scegliere noi la via che sarebbe stata più conveniente e viverla come occasione per rinnovarci. Quasi dopo un anno dal voto e dopo la notifica del famoso articolo 50, con un mercato in parte mutato ma sempre in fermento e ricco di possibilità, la mia società non ha rinunciato al sogno di espandersi e investire in nuove risorse. Siamo italiane ma con una mentalità plasmata dagli stimoli che ci circondano. Non solo Londra, ma tutto il Regno Unito ha dimostrato storicamente potere e capacità e noi crediamo in questa forza. Gli italiani, investitori da sempre più attenti, non abbandoneranno l'idea di un acquisto più conveniente in questo periodo transitorio, con prezzi più bassi e una moneta europea più forte. E i grandi investitori cinesi, russi e arabi sono già in corsa per acquistare interi quartieri".
 
E anche Alessia Affinita, fondatrice di The Italian Community London, sorta di pagine gialle digitali su tutti i mestieri che gli italiani fanno a Londra, cerca di rimanere positiva: "Dobbiamo essere ottimisti: l'unione fa la forza. Ricordiamoci che è solo un paese su 28 ad andarsene. La Ue ha già più volte assicurato che agirà in totale unità per preservare i suoi interessi. La priorità sarà ridurre al minimo l'incertezza che la decisione del Regno Unito comporta per i cittadini, le imprese e gli altri stati membri. I diritti di tutti gli europei residenti in Gran Bretagna non potranno essere ignorati". Italiani compresi, incrociando le dita, anzi "touching wood", toccando legno, come si dice da queste parti.