Esteri

I nuovi Pinochet

Il presidente egiziano Al-Sisi con Trump alla Casa Bianca (lapresse)
Torna prepotentemente alla ribalta la "Realpolitik" per cui se dittatori e regimi fanno gli interessi dei Paesi occidentali si passa sopra alla negazione della democrazia e dei diritti
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Sedici anni dopo l'ingresso americano in Afghanistan per rovesciare il regime dei Taleban e quattordici anni dopo l'invasione dell'Iraq per "esportare la democrazia", la grande, tragica illusione di poter cambiare regimi nel mondo arabo e poi di cavalcare l'onda delle "primavere democratiche" si frantuma. Torna prepotentemente di moda la "Realpolitik" cara ai Kissinger e ai Nixon (e nel nostro piccolo agli Andreotti). Se dittatori e regimi fanno gli interessi delle nazioni occidentali, l'assenza di democrazia, di diritti civili, di legittimità politica, i Giulio Regeni saranno nella sostanza ignorati e quei despoti saranno salutati come statisti e amici.

La "formula Pinochet" torna in auge non più di fronte alla "paura del comunismo" ma di fronte alla "guerra al terrore". Al-Sisi, il capo di Stato egiziano salito al potere sui cingoli dei carri armati è ricevuto da Trump alla Casa Bianca, dalla quale Obama lo aveva escluso, salutato come uno "statista", rassicurato del "totale appoggio degli Stati Uniti" e ossequiato, come già fece il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi. Al Sisi ci serve e ci si tura il naso.

Bashar Assad a Damasco gode dell'appoggio incondizionato di Vladimir Putin, che dunque lo rende intoccabile a meno di voler aprire uno scontro diretto con Mosca e l'amministrazione di Trump annuncia che rimuoverlo dal potere "non è più una priorità" come era stata - a parole - per Obama. Dunque può tranquillamente bombardare e gasare i ribelli senza preoccuparsi di conseguenze. Assad ci serve, nella lotta contro l'Isis, e dunque ci si tura il naso, possibilmente con una maschera antigas.

In Libia si rimpiange Gheddafi, che faceva da sentinella alle coste e bloccava il flusso dei migranti via mare e oggi si cerca, senza grande successo, un altro "uomo forte" per rimettere ordine nel crogiolo libico.Ci servirebbe qualcuno che congelasse le migrazioni e non sono richieste patenti di democrazia o di civiltà politica, soltanto di autorità.

La follia "neocon", che teorizzava nei primi anni di questo millennio che sdradicare regimi come quello di Saddam Hussein avrebbe alzato un vento di civiltà e democrazia che avrebbe investito tutta la mezzaluna araba dall'Himalaya all'Atlantico ha lasciato dietro di sé le rovine e le fosse comuni di Iraq e Siria, insieme con il sorgere del radicalismo islamico delinquenziale rappresentato dall'Isis. Il sogno delle primavere arabe si è svegliato nell'incubo di anarchia e instabilità che ha investito anche l'Europa, liberando masse di disperati in fuga che si riversano sulle nostre coste, scuotendo le nostre democrazie sulla spinta del panico da "invasione straniera".

Torna dunque la voglia di muri, come nell'America di Trump, dopo avere chiesto ad altri, come fece Reagan, di abbattere i loro muri. Torna la inconfessabile nostalgia dei Pinochet, dei Videla, degli Assad (padre), dei Mubarak, dei Gheddafi, dei Saddam che garantivano l'immobilità dello status quo e pazienza per le sofferenza di chi viveva sotto i loro stivali. Se Putin a tanti piace non è certo per la sua illuminata politica sociale ed economica o per la limpidezza democratica di un potere che si regge su elezioni molto discutibili e sulla repressione, anche fisica, di oppositori e critici. Piace perché è un duro, un "Soft Stalin".

Sulle doppie rovine della dotttrina del "cambio di regime" cara a Bush e poi della "primavera araba" coltivata da Obama e da Hillay Clinton, si rialza trionfante il cinico realismo del "despota di comodo". Faccia quello che vuole ai "suoi" purché eviti che i guai si riversino su di noi. Pinochet è vivo e lotta con noi, a Damasco, al Cairo, a Bagdad e - forse molto presto - a Kabul. Tutto è perdonato, purché fermi quei barconi.