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Brexit, da Gibilterra agli investimenti esteri: la Spagna è esposta

Il premier spagnolo Rajoy al vertice europeo di Madrid (lapresse)
La crescita dell'economia spagnola è sensibile alla stabilità dei legami con la Gran Bretagna in vari campi. E c'è la linea rossa della penisola
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Fino a pochi giorni fa, le maggiori preoccupazioni provocate dalla Brexit in Spagna erano principalmente di natura economica, anche se la questione scozzese potrebbe contaminare il nostro problema con la Catalogna. Non avevamo preso in considerazione la possibilità suggerita da Michael Howard, ovvero che la Gran Bretagna scateni una guerra contro la Spagna per difendere il territorio di Gibilterra. Ora, temo che se i negoziati dei prossimi due anni dovessero ispirarsi all'atteggiamento di questo conservatore, sia pure meramente provocatorio, le conseguenze sarebbero negative per tutti.  

Tralasciando le analogie con la situazione che portò all'invasione delle isole Malvine nel 1982, rimane il fatto che l'esposizione dell'economia spagnola nei confronti del Regno Unito è notevole. Questo è il motivo per cui le autorità spagnole si sono trovate più vicine alla "Brexit morbida" sostenuta dal ministro degli Esteri spagnolo una settimana fa. Le eventuali "linee rosse" costituite da Gibilterra e dalla Scozia non dovrebbero compromettere i legami commerciali e gli investimenti tra le due economie. Il ministro spagnolo sottolineava, nelle dichiarazioni rilasciate a El País, l'enfasi che la lettera della signora May poneva nel vincolare un buon accordo commerciale alla cooperazione sui temi della sicurezza e della lotta al terrorismo: "accordi commerciali in cambio di cooperazione nella lotta al terrorismo", ma non avevamo previsto che, in questo secondo termine dello scambio, dovessimo includere la minaccia di uno spiegamento di forze nella baia di Cadice.

Scherzi a parte, la crescita dell'economia spagnola è sensibile alla stabilità dei legami con la Gran Bretagna in vari campi. In quel paese si concentra il principale stock di investimento spagnolo diretto all'estero, fonte di rendite significative per molte imprese operanti in settori importanti. Solo la Germania e la Francia investono più della Spagna in Gran Bretagna. L'anno scorso, il 38% dei flussi lordi spagnoli di investimento diretto all'estero è finito in quel paese.

Le esportazioni spagnole verso la Gran Bretagna hanno superato i 19 miliardi di euro nel 2016, l'8% del totale. Sono più di dieci anni di surplus commerciale spagnolo, pari a 8 miliardi di euro lo scorso anno, con settori come quello dei materiali da trasporto o quello alimentare fortemente dipendenti dalle vendite sul mercato britannico. Non meno sensibile è il saldo dei servizi: la parte più consistente è costituita dal flusso dei turisti britannici in Spagna, il 23% del totale lo scorso anno, con entrate che superano i 13 miliardi di euro. Inoltre, quasi un milione di cittadini britannici possiedono abitazioni in Spagna, e di questi poco meno della metà risiedono nel nostro paese in modo permanente. Il Regno Unito è anche la principale meta dell'emigrazione spagnola, con più di 300.000 spagnoli residenti in territorio britannico.

Meno suscettibile di negoziazioni, temo, è la ridistribuzione dei contributi al bilancio comunitario che si dovrà fare dopo l'uscita effettiva della Gran Bretagna. La Spagna dovrà versare un ulteriore contributo stimato in 888 milioni di euro per le spese comunitarie, indipendentemente dalla redistribuzione degli aiuti regionali.
Di fronte a queste minacce, non bisogna contare troppo sui vantaggi che questo divorzio può portare sul rafforzamento delle dinamiche di integrazione comunitaria, né sulla deviazione di investimenti britannici verso la Spagna. La possibilità che eventuali decisioni di delocalizzazione di aziende si orientino verso il nostro Paese è una magra consolazione. Né è realistico alimentare l'illusione che città come Barcellona o Madrid possano sostituire la City di Londra come centro della finanza europea. La vitalità di quel centro finanziario globale non dipende dall'attività europea, né la sua competitività subirà conseguenze significative dopo il completamento della Brexit. Nessuna città europea può ragionevolmente aspirare a replicare da un giorno all'altro il patrimonio di capitale umano, infrastrutture tecnologiche di cui Londra è dotata. Una questione diversa è che alcuni organismi propriamente comunitari come l'Autorità bancaria europea (Eba) siano costretti a trasferirsi. Non si può escludere, tuttavia, che la Gran Bretagna metta in atto delle deregolamentazioni in alcuni settori e mercati che accentuino gli svantaggi in termini di concorrenza per alcuni settori o aziende comunitarie.


Emilio Ontiveros è un economista spagnolo e lavora nella redazione "Commenti ed editoriali" del quotidiano spagnolo El País.
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Traduzione di Luis Moriones