PECHINO - La Cina ci mette il pollo, l'America il manzo: e tutti mangiarono felici e contenti. La pace commerciale tra le due più grandi potenze economiche del mondo si celebra al barbecue. La fiamma? L'ha accesa il caloroso abbraccio tra Xi Jinping e Donald Trump in quel di Mar-a-Lago. Pensavate che i missili sulla Siria avessero fatto andare di traverso la cena tra i due grandi? Macché. L'accordo annunciato è solo il primo passo in quel "programma dei 100 giorni" che Washington e Pechino hanno approntato durante il summit in Florida per appianare le divergenze commerciali. La riapertura cinese alla carne Usa farà la gioia dei cowboy americani che si rivedono spalancare davanti quel mercato da 2.5 miliardi di dollari chiuso nel 2003 dalla sventurata mucca pazza. In cambio degli hamburger made in Usa, i cinesi esporteranno invece oltre Pacifico i loro rinomati polletti: e del resto siamo o non siamo proprio nell'anno del gallo?
Non si vive ovviamene di sola carne. I cinesi hanno anche promesso di accelerare i processi di approvazione dei prodotti biotecnologici, una pacchia per compagnie dalla Monsanto in giù. Così come dei prodotti finanziari tipo pagamenti elettronici: perché se Alipay, la credit card virtuale di Alibaba, sta sbarcando negli Usa, non era ora che si togliessero le restrizioni per Visa e MasterCard? Pechino allargherebbe le braccia anche alle agenzie di rating americane. E in cambio di tutto questo lo zio Sam trangugerebbe giusto qualche polletto in più? Macché. L'amministrazione Trump promette anche di "accogliere gli investimenti diretti di compagnie cinesi": non solo tipo gli affari saltati a Jared Kushner, il marito di Ivanka che voleva sfilare mezzo miliardo di dollari ai cinesi di Anbang, ma anche quelli finora frenati dalla preoccupazione che il Dragone possa impossessarsi di business legati alla sicurezza nazionale, dall'aerospaziale alla tecnologia più delicata - lì, per dire, fanno ancora storie perfino ai telefonini Huawei.
"Le relazioni Cina-Usa stanno toccando un nuovo record" dice tutto compiaciuto il ministro al Commercio Wilbur Ross. E pensare che tutti pensavano Trump avesse scelto "il re delle bancarotte", com'è stato soprannominato per essersi arricchito comprando i colossi dell'acciaio in svendita, soprattutto per la sua fama da duro e perché per tutta la vita aveva predicato una politica commerciale più rigida proprio verso i cinesi. Perfino un giornale amico come il Wall Street Journal si chiede adesso se i nuovi accordi potranno mai mitigare, come The Donald aveva promesso in campagna elettorale, il deficit commerciale con Pechino da 347 miliardi di dollari. In più, la stessa Camera di commercio Usa qui sembra scettica: "Il lavoro vero comincia adesso", dice, augurandosi che i cinesi possano questa volta "attuare gli impegni che avevano già preso in passato".
Ma i businessmen, si sa, è gente pratica. Mentre la politica pensa a volare alto. Non è un caso che la pace commerciale tra Cina e Usa sia scoppiata proprio alla vigilia del grande summit pechinese sulla Belt and Road Initiative: il supermeeting sulla nuova via della seta voluta da President Xi che domenica e lunedì richiamerà qui una ventina tra capi di stato e premier - e dove anche gli Usa mandano in omaggio una delegazione. Di più. Il patto sembra l'ennesimo riconoscimento di Trump al pressing che sempre Xi sta facendo sulla Corea del Nord del minaccioso Kim Jong-un. Non solo pollo e manzo, dunque: dietro a questi accordi, è proprio il caso di dirlo, c'è tutt'altra carne al fuoco. Un fuoco da paura.
Non si vive ovviamene di sola carne. I cinesi hanno anche promesso di accelerare i processi di approvazione dei prodotti biotecnologici, una pacchia per compagnie dalla Monsanto in giù. Così come dei prodotti finanziari tipo pagamenti elettronici: perché se Alipay, la credit card virtuale di Alibaba, sta sbarcando negli Usa, non era ora che si togliessero le restrizioni per Visa e MasterCard? Pechino allargherebbe le braccia anche alle agenzie di rating americane. E in cambio di tutto questo lo zio Sam trangugerebbe giusto qualche polletto in più? Macché. L'amministrazione Trump promette anche di "accogliere gli investimenti diretti di compagnie cinesi": non solo tipo gli affari saltati a Jared Kushner, il marito di Ivanka che voleva sfilare mezzo miliardo di dollari ai cinesi di Anbang, ma anche quelli finora frenati dalla preoccupazione che il Dragone possa impossessarsi di business legati alla sicurezza nazionale, dall'aerospaziale alla tecnologia più delicata - lì, per dire, fanno ancora storie perfino ai telefonini Huawei.
"Le relazioni Cina-Usa stanno toccando un nuovo record" dice tutto compiaciuto il ministro al Commercio Wilbur Ross. E pensare che tutti pensavano Trump avesse scelto "il re delle bancarotte", com'è stato soprannominato per essersi arricchito comprando i colossi dell'acciaio in svendita, soprattutto per la sua fama da duro e perché per tutta la vita aveva predicato una politica commerciale più rigida proprio verso i cinesi. Perfino un giornale amico come il Wall Street Journal si chiede adesso se i nuovi accordi potranno mai mitigare, come The Donald aveva promesso in campagna elettorale, il deficit commerciale con Pechino da 347 miliardi di dollari. In più, la stessa Camera di commercio Usa qui sembra scettica: "Il lavoro vero comincia adesso", dice, augurandosi che i cinesi possano questa volta "attuare gli impegni che avevano già preso in passato".
Ma i businessmen, si sa, è gente pratica. Mentre la politica pensa a volare alto. Non è un caso che la pace commerciale tra Cina e Usa sia scoppiata proprio alla vigilia del grande summit pechinese sulla Belt and Road Initiative: il supermeeting sulla nuova via della seta voluta da President Xi che domenica e lunedì richiamerà qui una ventina tra capi di stato e premier - e dove anche gli Usa mandano in omaggio una delegazione. Di più. Il patto sembra l'ennesimo riconoscimento di Trump al pressing che sempre Xi sta facendo sulla Corea del Nord del minaccioso Kim Jong-un. Non solo pollo e manzo, dunque: dietro a questi accordi, è proprio il caso di dirlo, c'è tutt'altra carne al fuoco. Un fuoco da paura.