Esteri

Trump d'Arabia

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Davanti agli autocrati sauditi, custodi dei luoghi sacri dell'Islam, ai leader di cinquanta nazioni mussulmane e alle popolazione del mondo islamico che seguivano il più importante discorso di politica estera della sua tormentata presidenza, Donald Trump ha fatto una storica scelta di campo: nella secolare, e spesso feroce guerra civile e religiosa interna all'Islam: ha di fatti schierato gli Stati Uniti con i Sunni contro gli Shia, riservando all'Iran, che della galassia Shia è il caposaldo e l'architrave, le parole più violente e le accuse più feroci. Loro, gli ayatollah di confessione Shia, sono la minaccia più grave.

 Mentre ancora i giovani iraniani celebravano per le strade di Teheran le speranze di riforma e di evoluzione espresse nella netta rielezione del moderato Hassan Rouhani contro il candidato voluto del Supremo Leader Ali Khamenei, in una vera elezione, parola semisconosciuta nella autocrazie rappresentate a Ryad, Trump ha dedicato all'Iran le espressioni più acide. L'Iran, nella narrazione del Presidente che ha rigorosamente seguito il testo scritto e preparato per lui, è la fonte, il finanziatore, il fomentatore del peggior terrorismo che insanguina il Medio Oriente e produce vittime che per il 95 per cento sono mussulmane. È un "regime" che opprime la popolazione, ha ripetuto, nello stesso discorso nel quale ha avuto invece parole di elogio per il generale egiziano al Sisi, un altro Sunni, evidentemente visto come un sincero democratico eletto dal popolo, nella visione manichea del Presidente, tornato al cinismo della "realpolitik" kissingeriana.

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È stato, il suo, un ritorno alla retorica dell'Asse del Male e degli Stati Canaglia cara a George W Bush e se la sua scelta di campo è stata fatta palesemente per sdebitarsi con i Sauditi, protettori e finanziatori della più radicale corrente del Sunnismo, i Wahabiti Salafiti dai quali discende, da Osama bin Laden all'Isis il peggio del radicalismo terrorista che ha morso ovunque, i colpi riservati all'universo Shia attraverso l'attacco all'Iran contraddice la retorica dell' "unità del mondo islamico" contro il "Male". Gli Shia non sono islamici? Opportunismo, il suo, che riprende il filo della campagna elettorale condotta contro l'accordo per i congelamento delle ambizione nucleari iraniane firmato dall'odiato Barack Obama, che lui aveva promesso di ribaltare.

Con i 110 miliardi di dollari in armamenti "stato dell'arte" che saranno venduti ai Sauditi, roccaforte dei Sunni, come parte di un gigantesco pacchetto di shopping che sfiora, ha detto Trump, i "400 miliardi", gli Stati Uniti sono ora il principale fornitore di armi e di appoggio politico ai nemici mortali dell'Iran. Quella nazione che si era illusa, negli anni di Obama, di trovare nell'Occidente europeo e americano la strada per uscire dalla gabbia dell'integralismo religioso nel quale proprio gli Stati Uniti, rimuovendo prima il presidente eletto Mossadeq e poi appoggiando l'assolutismo monarchico dello Scià Palhavi, l'avevano spinto.

Ma schierarsi nella guerra santa che oppone Shia e Sunni apre alcune domande difficili. In Iraq, sono le unità dell'esercito irakeno, sotto la guida di un governo dominato dagli Shia, a combattere e morire per sloggiare il Califfato dell'Isis, che è un'emanazione dell'estremismo violento Sunnita. Combatteranno ancora, e saranno disposte a morire, le forze che appartengono a quella parte del mondo islamico che Trump considera come il "Male" nella lotta contro il "Bene"? Può, il futuro della regione, rasserenarsi tornando a rinchiudere la più antica, più giovane e più filo americana - dicono i sondaggi - nazione del mondo islamico tra l'Atlantico e l'Himalaya, nella gabbia dell' Asse del Male, prefendo alle elezioni gli autocrati ereditari che ascoltavano Trump e lo applaudivano? Perché, in questo quadro, il governo di Teheran dovrebbe rinunciare alla Bomba Atomica, di fronte a nemici al proprio confine, che Trump  ricoprirà di armi di ultima generazione?