ERA UN GIORNO di 40 anni or sono, l'autunno del 1977,quando Anwar al-Sadat atterrò in Israele per la prima visita di un presidente egiziano nello stato ebraico. Si spreca molto, in queste ore, la parola 'storico' per Trump davanti al Muro del Pianto a Gerusalemme, ma siamo ben lontani dall'emozione, dall'attesa, dalla speranza che l'incontro fra due nazione e due popoli, che per decenni si erano combattuti senza quartiere aveva creato. Ebbi la fortuna di esserci, in quei giorni prima in Israele e poi in Egitto, quando Menachem Begin restituì la visita, e l'aria era densa di storia e di commozione.
Si era sperato che con il riconoscimento reciproco e con la pace che i due leader avrebbero firmato anche grazie al tanto vituperato Jimm Carter, un effetto valanga si scatenasse e dopo avere rimosso il macigno della sempre possibile guerra fra Egitto e Israele il resto, dalla giusta soluzione del problema palestinese alla pace con l'altra parte del mondo arabo che circonda Israele, sarebbe seguito come logica conseguenza.
Ora, quarant'anni dopo, sappiamo che così non è stato e se nessuna guerra campale è più scoppiata grazie al coraggio di Anwar Sadat che lo pagò con la propria vita come avrebbe più tardi pagato col sangue Ytzakh Rabin, la vera pace non ha fatto seguito a quell'evento e non ci sono ipotesi serie, oltre le solite fanfaronate di Trump che la fa sempre facile prima di scoprire quanto tutto sia 'complicato', che il 45esimo presidente americano riesca a fare il miracolo che Truman, che per primo riconobbe lo Stato di Israele, Eisenhower, Kennedy, Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush padre, Clinton, Bush figlio e Obama non sono riusciti a fare. E purtroppo Trump approfitta dell'occasione per lanciarsi in un'altra tirata contro l'Iran, dunque contro Obama, solo per compiacere Netanyahu.
Non c'è nessun elemento nuovo, 40 anni dopo l'incontro Sadat-Begin, che indichi l'esistenza di nuove e reali trattative fra i palestinesi della Cisgiordania, i palestinesi di Gaza, il governo della destra al potere con Netanyahu, la lobby dei coloni che spingono per nuove insediamenti. La Siria, l'altra grande nazione ancora tecnicamente in guerra con Israele è in guerra con se stessa. La Giordania è invasa dai profughi. Il Libano vive nel proprio costante, fragile equilibrio. E le chiacchiere, i tweet, le sortite azzardate di Trump che aveva prima detto, e poi ritrattato, di voler portare la capitale israeliana a Gerusalemme, volano nell'aria, come le bombe e i razzi che le parti si scambiano.
Tutti giurano di volere la pace, senza essere disposti a concedere niente. Tutti auspicano una soluzione, senza ammettere di essere spesso loro il problema. E Trump voleva la 'photo op', il santino da rimbalzare nel mondo e a casa, in America, per indosssare la posticcia 'kippah' dello statista internazionale, come ha sistemato sul pagliaio dei capelli, nel rispetto per il Muro sacro all'ebraismo.
Da 40 anni, da quando anche io mi emozionai vedendo l'abbraccio fra i rappresentanti di due nazione che si erano scannate fino a pochi mesi prima, ho imparato a non aspettarmi niente di buono, da quel fronte, e di temere molto di male da quella che Arafat, un altro di quei Nobel per la Pace assegnati con eccessiva generosità, chiamava la 'TerrraSanta'. Forse troppo santa per essere semplicemente normale.
Si era sperato che con il riconoscimento reciproco e con la pace che i due leader avrebbero firmato anche grazie al tanto vituperato Jimm Carter, un effetto valanga si scatenasse e dopo avere rimosso il macigno della sempre possibile guerra fra Egitto e Israele il resto, dalla giusta soluzione del problema palestinese alla pace con l'altra parte del mondo arabo che circonda Israele, sarebbe seguito come logica conseguenza.
Ora, quarant'anni dopo, sappiamo che così non è stato e se nessuna guerra campale è più scoppiata grazie al coraggio di Anwar Sadat che lo pagò con la propria vita come avrebbe più tardi pagato col sangue Ytzakh Rabin, la vera pace non ha fatto seguito a quell'evento e non ci sono ipotesi serie, oltre le solite fanfaronate di Trump che la fa sempre facile prima di scoprire quanto tutto sia 'complicato', che il 45esimo presidente americano riesca a fare il miracolo che Truman, che per primo riconobbe lo Stato di Israele, Eisenhower, Kennedy, Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush padre, Clinton, Bush figlio e Obama non sono riusciti a fare. E purtroppo Trump approfitta dell'occasione per lanciarsi in un'altra tirata contro l'Iran, dunque contro Obama, solo per compiacere Netanyahu.
Non c'è nessun elemento nuovo, 40 anni dopo l'incontro Sadat-Begin, che indichi l'esistenza di nuove e reali trattative fra i palestinesi della Cisgiordania, i palestinesi di Gaza, il governo della destra al potere con Netanyahu, la lobby dei coloni che spingono per nuove insediamenti. La Siria, l'altra grande nazione ancora tecnicamente in guerra con Israele è in guerra con se stessa. La Giordania è invasa dai profughi. Il Libano vive nel proprio costante, fragile equilibrio. E le chiacchiere, i tweet, le sortite azzardate di Trump che aveva prima detto, e poi ritrattato, di voler portare la capitale israeliana a Gerusalemme, volano nell'aria, come le bombe e i razzi che le parti si scambiano.
Tutti giurano di volere la pace, senza essere disposti a concedere niente. Tutti auspicano una soluzione, senza ammettere di essere spesso loro il problema. E Trump voleva la 'photo op', il santino da rimbalzare nel mondo e a casa, in America, per indosssare la posticcia 'kippah' dello statista internazionale, come ha sistemato sul pagliaio dei capelli, nel rispetto per il Muro sacro all'ebraismo.
Da 40 anni, da quando anche io mi emozionai vedendo l'abbraccio fra i rappresentanti di due nazione che si erano scannate fino a pochi mesi prima, ho imparato a non aspettarmi niente di buono, da quel fronte, e di temere molto di male da quella che Arafat, un altro di quei Nobel per la Pace assegnati con eccessiva generosità, chiamava la 'TerrraSanta'. Forse troppo santa per essere semplicemente normale.