Esteri

Pechino, il ministro dell'Ambiente diventa sindaco fra giochi di potere e operazioni d'immagine

Ha 53 anni, è uno scienziato di fama ed è il più giovane ministro in carica. La missione impossibile: vincere la battaglia contro le polveri sottili

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PECHINO – Nella città più inquinata del mondo arriva il ministro dell’Ambiente: per restarci, si spera, per un bel po’. Chen Jining, 53 anni, il più giovane ministro in carica, è il nuovo sindaco della capitale, ovverosia il nuovo capro espiatorio dei pechinesi, costretti da anni a confrontarsi con le polveri sottili sempre più pesanti.

La sua nomina fa parte di un giro di potere in vista del prossimo congresso del partito che in autunno incoronerà per la seconda volta segretario del partito il già potentissimo Xi Jinping. Il “giovane” Chen prende infatti il posto di Cai Qi, l’attuale sindaco e fedelissimo di Xi, che con lui aveva lavorato negli anni d’oro di Zhejiang, la provincia che vide l’ascesa del nuovo Mao – e della nuova Cina: la capitale è infatti Hangzhou, la città di Jack Ma, grande amico dell’attuale presidente, e della sua Alibaba.

L’attuale sindaco viene nominato dunque capo del partito, e sempre qui a Pechino: carica molto più pesante – anticamera appunto di una prossima cooptazione nel comitato centrale – perché il partito, si sa, qui è più potente delle istituzioni. Giochi di potere per iniziati: mentre la notizia che ai comuni mortali salta più agli occhi è proprio la nomina a sindaco di Chen. Perché non è un segnale forte, e un’operazione anche d’immagine geniale, mettere a capo della città dove la mascherina è diventata obbligatoria proprio il responsabile nazionale dell’ambiente?

Chen Jining è scienziato di fama: prima di arrivare al governo era presidente della Tsinghua, l’università più prestigiosa di Pechino, e ha studiato all’Imperial College London, dove ha conseguito il suo master in ingegneria ambientale. Dal fumo di Londra a quello di Pechino? Qui le polveri sottili salgono a livelli da film horror: 200, 300, 500, oltre 600, finanche 700 microgrammi per metro cubo, come quelli record registrati lo scorso gennaio. Un’escalation. Toccherà adesso al professor Chen provare a far tornare il respiro alla città.

Il suo attuale datore di lavoro, il capo dell’esecutivo Li Keqiang, l’aveva del resto promesso coram populo, durante il discorso d’inaugurazione del parlamento, lo scorso marzo: “Faremo tornare blu i nostri cieli”. Intendeva quelli di tutta la Cina, e sai che lavoraccio per il povero Chen. Per carità: di tutto l’Impero che una volta si chiamava Celeste, e oggi è sempre più grigio di smog, Pechino resta il banco di prova più difficile. Già tre anni, e tre sindaci fa, Wang Anshun, il primo cittadino di allora, aveva detto testuale: i cittadini potranno chiedere la mia testa se entro il 2017 il problema non sarà risolto. Il 2017 è adesso, il problema no che non è stato risolto, e l’unica cosa che Pechino è riuscita a ottenere è, appunto, un’altra testa – quella del buon Chen. Almeno, si dirà, è la testa di un professionista, uno insomma che dovrebbe sapere dove ficcare il naso: sempre che riesca a farlo funzionare sotto la mascherina.