"Non dobbiamo sopravvalutare il terrorismo perché fa parte del nostro tempo come la criminalità organizzata, gli incidenti stradali o il cancro, e di certo provoca molte meno vittime di questi altri tre flagelli contemporanei", dice lo scrittore pachistano Mohsin Hamid, autore del bestseller internazionale Il fondamentalista riluttante, in cui affronta il delicato tema della tentazione esercitata dall'estremismo religioso sui giovani musulmani. "Dobbiamo piuttosto imparare a convivere con i terroristi combattendoli, senza mai lasciarci intimorire dagli orrori che compiono".
Signor Hamid, lo scorso marzo l'attacco a Westminster, poi a Manchester e adesso al London bridge. Perché tanto accanimento contro la Gran Bretagna?
"Ma i terroristi colpiscono ovunque. In Europa, in Africa, in Medio Oriente. È una minaccia globale e tale va considerata. Sono tante le città pericolose, da Quetta in Afghanistan a Maiduguri in Nigeria, per non parlare di Bruxelles e Parigi. Non credo che esistano luoghi più a rischio di altri né santuari dove rifugiarsi".
Ma chi sono questi terroristi? Fanno davvero parte dello Stato islamico che ne rivendica gli attentati più sanguinari?
"Sono per lo più dei giovani disturbati mentalmente e spesso con precedenti penali, disposti a compiere atti di una violenza indicibile in nome di una fede radicalizzata che di solito abbracciano solo alla fine del loro percorso. Alcuni sono di origini modeste, altri provengono invece dalla classe media. Ciò che li accomuna è la cieca spietatezza con cui colpiscono".
Ma è possibile neutralizzarli, o comunque cercare di arginare i loro massacri?
"È quello che da anni fanno le polizie di mezzo mondo, sventando attacchi e arrestando chi stava per compierli. Del resto, i musulmani nel mondo sono più di 1,3 miliardi e questi estremisti sono soltanto una loro un'infima minoranza con la quale dobbiamo tutti imparare a convivere. Purtroppo, per i prossimi venti o trent'anni, attentati come questi continueranno a esserci, è perciò necessario agire con coraggio, senza lasciarci prendere dal panico. È questo il prezzo che dobbiamo pagare se vogliamo vivere in una società democratica. L'alternativa è lo stato di polizia, senza la garanzia che non vi siano attentati neanche lì".
Perché prendersela con degli adolescenti che partecipano a un concerto pop o contro dei civili in festa un sabato sera?
"Perché il 'mestierè del terrorista è proprio quello di generare orrore. In questo i giovanissimi spettatori della Manchester Arena, o le persone che tornavano a casa passeggiando sul London bridge erano il bersaglio ideale. Hanno fatto lo stesso al teatro Bataclan di Parigi o nei licei pachistani dove hanno massacrato decine di studenti. I luoghi dove colpire sono sempre scelti con grande accuratezza".
Crede anche lei che l'Isis e Al Qaeda siano oggi la stessa cosa?
"Può darsi. Ma di una cosa sono sicuro: questi assassini seriali non sanno che cos'è né l'una né l'altra organizzazione terroristica. Brancolano nel buio della loro ignoranza fino al giorno in cui decidono d'immolarsi".
Si può temere un aumento degli attentati in Europa adesso che lo Stato islamico sta perdendo i suoi territori in Iraq e in Siria?
"Certo perché non potendo più andare a combattere in Medio Oriente questi giovani islamisti cercheranno di farlo restando a casa loro. Ma è sicuramente un bene il fatto che sulla carta lo Stato islamico si restringa sempre di più perché ciò dimostra quanto la loro sia un'ideologia perdente".
Ci saranno anche stavolta reazioni islamofobiche o comunque ritorsioni contro i migranti che arrivano in Europa?
"Sì, ed è proprio quello che dovremmo evitare. I migranti non c'entrano nulla così come sono incolpevoli i milioni di musulmani che vivono in Francia o in Germania. Prendersela con loro equivale a dar manforte ai terroristi, il cui scopo finale è proprio di spaccare la nostra società".
Che cosa fare allora?
"Combattere tutti assieme, coinvolgendo sempre di più i musulmani d'Europa a partecipare alla lotta contro il terrorismo islamista perché sono loro stessi i primi che condannano questi attentati. Per esempio, credo che i Paesi europei dovrebbero cominciare con l'arruolare più musulmani nelle loro rispettive polizie".
Signor Hamid, lo scorso marzo l'attacco a Westminster, poi a Manchester e adesso al London bridge. Perché tanto accanimento contro la Gran Bretagna?
"Ma i terroristi colpiscono ovunque. In Europa, in Africa, in Medio Oriente. È una minaccia globale e tale va considerata. Sono tante le città pericolose, da Quetta in Afghanistan a Maiduguri in Nigeria, per non parlare di Bruxelles e Parigi. Non credo che esistano luoghi più a rischio di altri né santuari dove rifugiarsi".
Ma chi sono questi terroristi? Fanno davvero parte dello Stato islamico che ne rivendica gli attentati più sanguinari?
"Sono per lo più dei giovani disturbati mentalmente e spesso con precedenti penali, disposti a compiere atti di una violenza indicibile in nome di una fede radicalizzata che di solito abbracciano solo alla fine del loro percorso. Alcuni sono di origini modeste, altri provengono invece dalla classe media. Ciò che li accomuna è la cieca spietatezza con cui colpiscono".
Ma è possibile neutralizzarli, o comunque cercare di arginare i loro massacri?
"È quello che da anni fanno le polizie di mezzo mondo, sventando attacchi e arrestando chi stava per compierli. Del resto, i musulmani nel mondo sono più di 1,3 miliardi e questi estremisti sono soltanto una loro un'infima minoranza con la quale dobbiamo tutti imparare a convivere. Purtroppo, per i prossimi venti o trent'anni, attentati come questi continueranno a esserci, è perciò necessario agire con coraggio, senza lasciarci prendere dal panico. È questo il prezzo che dobbiamo pagare se vogliamo vivere in una società democratica. L'alternativa è lo stato di polizia, senza la garanzia che non vi siano attentati neanche lì".
Perché prendersela con degli adolescenti che partecipano a un concerto pop o contro dei civili in festa un sabato sera?
"Perché il 'mestierè del terrorista è proprio quello di generare orrore. In questo i giovanissimi spettatori della Manchester Arena, o le persone che tornavano a casa passeggiando sul London bridge erano il bersaglio ideale. Hanno fatto lo stesso al teatro Bataclan di Parigi o nei licei pachistani dove hanno massacrato decine di studenti. I luoghi dove colpire sono sempre scelti con grande accuratezza".
Crede anche lei che l'Isis e Al Qaeda siano oggi la stessa cosa?
"Può darsi. Ma di una cosa sono sicuro: questi assassini seriali non sanno che cos'è né l'una né l'altra organizzazione terroristica. Brancolano nel buio della loro ignoranza fino al giorno in cui decidono d'immolarsi".
Si può temere un aumento degli attentati in Europa adesso che lo Stato islamico sta perdendo i suoi territori in Iraq e in Siria?
"Certo perché non potendo più andare a combattere in Medio Oriente questi giovani islamisti cercheranno di farlo restando a casa loro. Ma è sicuramente un bene il fatto che sulla carta lo Stato islamico si restringa sempre di più perché ciò dimostra quanto la loro sia un'ideologia perdente".
Ci saranno anche stavolta reazioni islamofobiche o comunque ritorsioni contro i migranti che arrivano in Europa?
"Sì, ed è proprio quello che dovremmo evitare. I migranti non c'entrano nulla così come sono incolpevoli i milioni di musulmani che vivono in Francia o in Germania. Prendersela con loro equivale a dar manforte ai terroristi, il cui scopo finale è proprio di spaccare la nostra società".
Che cosa fare allora?
"Combattere tutti assieme, coinvolgendo sempre di più i musulmani d'Europa a partecipare alla lotta contro il terrorismo islamista perché sono loro stessi i primi che condannano questi attentati. Per esempio, credo che i Paesi europei dovrebbero cominciare con l'arruolare più musulmani nelle loro rispettive polizie".