PECHINO - C'è voluta una settimana perché l'America di Donald Trump si decidesse di chiedere alla Cina di Xi Jinping che fine hanno fatto i tre cinesi che stavano indagando sulla fabbrica delle scarpe di Ivanka. Ma perfino adesso che il Dipartimento di Stato chiede di "rilasciare immediatamente" gli attivisti, o comunque "garantire un giusto processo", non c'è traccia di una mossa ufficiale. Il ministero non ha infatti voluto specificare se la richiesta sia stata formalizzata al governo di Pechino. Rilanciando così il sospetto: non è che Trump non voglia rompere le scatole più di tanto al nuovo Mao, che proprio il giorno del loro incontro a Mar-a-Lago, guarda caso, aveva dato il via libera al primo dei 50 prodotti che sempre Ivanka sta cercando di proteggere in Cina?
China Labor Watch è un'associazione non governativa con sede a New York che ha già smascherato le irregolarità di fabbriche straniere al servizio di marchi come Samsung e Apple. Il mese scorso tre attivisti avrebbero realizzato un rapporto sulle condizioni di lavoro tra Ganzhou e Dongguan, nel sud della Cina, dove Huajian Group produce le scarpe che la figlia, e da marzo con il marito Jared Kushner anche "assistente" del padre-presidente, rivende poi in tutto il mondo. Affari che salita alla Casa Bianca vanno ancora meglio: vendite cresciute del 61%, ricavi di 47.3 milioni di dollari rispetto ai 29.4 milioni dell'anno precedente. Un boom spinto proprio dalla Cina dove Yi Wan Ka è adorata come una divinità e le vendite sono cresciute del 166%. Peccato che la signora non ripaghi i cinesi con la stessa moneta. O almeno questo dice China Labor Watch: operai pagati appena 1 dollaro l'ora per 12 ore e mezzo di lavori forzati al giorno.
La ditta appaltatrice naturalmente sostiene che sono bugie e in una mail all'Associated Press la portavoce Long Shan giura che gli insulti distribuiti dai capoccioni alla catena di montaggio, infarciti di riferimenti ai genitali femminili, sono solo "espressioni in dialetto locale". Di più. Huajian dice di avere tutto "il diritto" di denunciare gli attivisti: "Dal momento in cui sono venuti a lavorare per noi, sono diventati nostri dipendenti". Almeno uno di loro, dice, avrebbe "scattato foto e video per impossessarsi di segreti aziendali": che sarebbero invece le prove degli abusi. Risultato: Hua Haifeng, Di Li Zhao e Su Heng sono ancora detenuti nella prigione di Ganzhou, nella provincia di Jangxi, e alla faccia delle richieste americane il governo di Pechino ha chiarito che ci resteranno. "Le altre nazioni non hanno diritto di interferire nella nostra indipendenza e sovranità giudiziaria" dice una portavoce del ministero degli esteri: "La polizia ha stabilito che questa gente possedeva illegalmente macchine fotografiche e apparecchi per registrare segretamente". E addio indagine sulle scarpe di Ivanka.
Huajian è un colosso che produce 20 milioni di scarpe all'anno per i più grandi marchi del mondo, e per abbassare ancora di più i costi ha perfino delocalizzato la delocalizzazione, realizzando un mega impianto da 2 miliardi di dollari in Etiopia. Eppure, fa notare Bloomberg, l'export cinese nelle calzature è sceso negli ultimi 4 anni dal 74% al 65%: e non sarà proprio l'estrema, troppo estrema difesa del business - altro che Trump - il vero motivo dell'ennesima stretta di Pechino?
Gli Usa a Pechino: "Liberate chi indaga sulle scarpe di Ivanka"
Angelo AquaroIl Dipartimento di Stato americano chiede di "rilasciare immediatamente" i tre attivisti cinesi che stavano indagando sulla fabbrica di calzature della figlia del presidente. Ma resta il sospetto che Trump non voglia infastidire Xi Jimping