Esplode una grave e difficile crisi di governo in Romania, il piú popoloso Paese balcanico e partner regionale-chiave per l'Italia. A causa dello scontro interno tra correnti e gruppi di potere nel Partito socialista (Psd, maggioranza relativa, al potere alleato coi liberali dell'Alde dalle ultime elezioni politiche di fine anno scorso) tutti i ministri si sono dimessi. Perché il leader e uomo forte del Psd, Liviu Dragnea, ha deciso che di togliere l'appoggio al premier Sorin Grindeanu. Ma Grindeanu non ci sta: "Non mi dimetterò, sono una persona responsabile - ha dichiarato - . Lascerò l'incarico soltanto quando il capo dello Stato, Klaus Iohannis (popolare esponente del centrodestra democratico e personalmente senza partito, ndr) nominerà il mio successore".
Si riapre dunque il confronto tra il potente Liviu Dragnea e il presidente della Repubblica. Conflitto che era esploso tra la fine dell'anno scorso e gennaio, quando Klaus Iohannis, mantenendo la promessa ai cittadini, si era rifiutato di conferire l'incarico di premier a Dragnea o a qualsiasi altro esponente politico indagato o condannato per corruzione. Alla fine si era trovato un compromesso sul nome di Grindeanu, ma quest'ultimo, per volere del potente Dragnea, aveva tentato di varare un controverso "decreto salva-corrotti" contro il quale la gente è scesa in piazza occupando per due mesi la centralissima Piata Victoriei nel cuore della capitale Bucarest e zone-chiave di altre grandi città del paese. "Ladri, ladri, dimettetevi", gridavano ogni sera i pacifici dimostranti cui si era unito lo stesso presidente Klaus Iohannis. Alla fine il governo Grindeanu aveva ceduto alla protesta della società civile ritirando il decreto e preparandone una versione molto annacquata.
Secondo molti osservatori, è soprattutto quella rinuncia al "decreto salva-corrotti" il fatto che Dragnea - il quale ha già a carico un processo per frode elettorale e uno per corruzione -non ha perdonato al primo ministro che ora sta licenziando. Per mostrare il suo potere nel partito e nel Paese. Ufficialmente, Dragnea accusa Grindeanu di aver realizzato troppo poche delle riforme promesse agli elettori e di non aver fatto nulla per migliorare le relazioni della Romania (membro di Unione europea e Nato) con la Russia. C'è quindi persino chi sospetta lo zampino di Mosca che ancora una volta - come coi rapporti con Trump e il suo team negli Usa, e con l'appoggio anche finanziario al Front National e ad altri partiti populisti ed euroscettici - appare decisa a tutto pur di indebolire Ue e Alleanza atlantica.
La soluzione della crisi appare difficile, e tutto può accadere nelle prossime ore. Il presidente Iohannis resta deciso a rifiutare qualsiasi premier con la fedina sporca, chiunque lo proponga, e Dragnea appare altrettanto determinato a voler dare un segnale del suo potere incontrastato. Posizioni lontane, compromessi problematici.
La Romania, uscita con la sanguinosa rivoluzione-colpo di Stato di fine dicembre 1989-gennaio 1990 dalla dittatura bolscevica, vanta oggi uno dei piú alti tassi di crescita economica della Ue, ma restano, eredità della gestione economica comunista e dello sfruttamento coloniale sovietico, gravi problemi sociali: povertà, disoccupazione, corruzione. I cittadini ogni volta che votano sono dunque divisi tra la voglia di combattere la corruzione e la speranza in promesse di piú giustizia sociale, come quelle che appunto hanno portato il Psd di Dragnea a vincere le ultime elezioni.
Contro la vasta corruzione è in campo la DNA, Directia nationala anticoruptiei, guidata dalla coraggiosa, giovane magistrata Laura Codruta Kovesi (intervistata a inizio anno da Repubblica.it), la quale colpisce e indaga, incurante delle continue minacce che riceve. Sul piano politico come economico, l'Italia è tra i partner strategici piú importanti di Bucarest, insieme a Francia e Germania. La Romania ha accolto installazioni dello scudo antimissile Nato attirandosi ira e ostilità della Russia di Putin, la quale provoca ai confini, tra l'altro anche con un contingente d'occupazione non dichiarato nella vicina Moldavia, il paese piú povero del continente, a maggioranza di lingua romena ma dove vive anche una minoranza russa.
Si riapre dunque il confronto tra il potente Liviu Dragnea e il presidente della Repubblica. Conflitto che era esploso tra la fine dell'anno scorso e gennaio, quando Klaus Iohannis, mantenendo la promessa ai cittadini, si era rifiutato di conferire l'incarico di premier a Dragnea o a qualsiasi altro esponente politico indagato o condannato per corruzione. Alla fine si era trovato un compromesso sul nome di Grindeanu, ma quest'ultimo, per volere del potente Dragnea, aveva tentato di varare un controverso "decreto salva-corrotti" contro il quale la gente è scesa in piazza occupando per due mesi la centralissima Piata Victoriei nel cuore della capitale Bucarest e zone-chiave di altre grandi città del paese. "Ladri, ladri, dimettetevi", gridavano ogni sera i pacifici dimostranti cui si era unito lo stesso presidente Klaus Iohannis. Alla fine il governo Grindeanu aveva ceduto alla protesta della società civile ritirando il decreto e preparandone una versione molto annacquata.
Secondo molti osservatori, è soprattutto quella rinuncia al "decreto salva-corrotti" il fatto che Dragnea - il quale ha già a carico un processo per frode elettorale e uno per corruzione -non ha perdonato al primo ministro che ora sta licenziando. Per mostrare il suo potere nel partito e nel Paese. Ufficialmente, Dragnea accusa Grindeanu di aver realizzato troppo poche delle riforme promesse agli elettori e di non aver fatto nulla per migliorare le relazioni della Romania (membro di Unione europea e Nato) con la Russia. C'è quindi persino chi sospetta lo zampino di Mosca che ancora una volta - come coi rapporti con Trump e il suo team negli Usa, e con l'appoggio anche finanziario al Front National e ad altri partiti populisti ed euroscettici - appare decisa a tutto pur di indebolire Ue e Alleanza atlantica.
La soluzione della crisi appare difficile, e tutto può accadere nelle prossime ore. Il presidente Iohannis resta deciso a rifiutare qualsiasi premier con la fedina sporca, chiunque lo proponga, e Dragnea appare altrettanto determinato a voler dare un segnale del suo potere incontrastato. Posizioni lontane, compromessi problematici.
La Romania, uscita con la sanguinosa rivoluzione-colpo di Stato di fine dicembre 1989-gennaio 1990 dalla dittatura bolscevica, vanta oggi uno dei piú alti tassi di crescita economica della Ue, ma restano, eredità della gestione economica comunista e dello sfruttamento coloniale sovietico, gravi problemi sociali: povertà, disoccupazione, corruzione. I cittadini ogni volta che votano sono dunque divisi tra la voglia di combattere la corruzione e la speranza in promesse di piú giustizia sociale, come quelle che appunto hanno portato il Psd di Dragnea a vincere le ultime elezioni.
Contro la vasta corruzione è in campo la DNA, Directia nationala anticoruptiei, guidata dalla coraggiosa, giovane magistrata Laura Codruta Kovesi (intervistata a inizio anno da Repubblica.it), la quale colpisce e indaga, incurante delle continue minacce che riceve. Sul piano politico come economico, l'Italia è tra i partner strategici piú importanti di Bucarest, insieme a Francia e Germania. La Romania ha accolto installazioni dello scudo antimissile Nato attirandosi ira e ostilità della Russia di Putin, la quale provoca ai confini, tra l'altro anche con un contingente d'occupazione non dichiarato nella vicina Moldavia, il paese piú povero del continente, a maggioranza di lingua romena ma dove vive anche una minoranza russa.