LONDRA – Lo squalo batte il “pesce volante” di 2 secondi. E’ il risultato della sfida tra animale e uomo orchestrata da Discovery Channel per un documentario di massimo ascolto ma che suscita anche qualche polemica. Mettere a confronto sulla distanza dei 100 metri il super campione olimpico americano Michael Phelps, soprannominato “Flying Fish”, con uno squalo bianco, il più temuto – e veloce – predatore dei mari poteva suscitare dubbi in partenza sotto molti aspetti, ma il principale è diventato questo: lo squalo non era un vero squalo, bensì un’immagine creata al computer e imposta sulla corsia di nuoto.
Un’immagine creata scientificamente, misurando la rapidità con cui si muove il grande squalo bianco, per riprodurla esattamente anche se in modo artificiale sulla superfice dell’acqua. D’altra parte, come ha notato lo stesso Phelps, la corsa sarebbe finita probabilmente molto prima se al suo fianco ci fosse stato uno squalo vero: sottinteso, il suo avversario avrebbe verosimilmente deciso di mangiarselo. E in ogni caso sarebbe stato impensabile convincere uno squalo a nuotare in linea retta per 100 metri, partendo al segnale convenuto del “via”. La gara, insomma, è stata più spettacolo che sport, come conferma una sequenza in cui il nuotatore americano si è calato in profondità in una gabbia per vedere da vicino due squali autentici. Ma gli organizzatori dell’evento hanno fatto di tutto per dargli un contenuto sportivo credibile.
Phelps è stato equipaggiato con una muta di appena un millimetro di spessore, vietata nelle competizioni, per riprodurre l’effetto della pelle dello squalo sull’acqua. Inoltre ha ricevuto una pinna, attaccata ai piedi, per “pareggiare”, per così dire, il potenziamento che lo squalo riceve dalla propria. Infine, invece del suo tradizionale stile a farfalla, ha adottato una nuotata ondulata, chiamata in gergo “il calcio dei pesci”, anche questa più simile al modo di nuotare di un pescecane.
Per un po’, l’uomo ha tenuto il ritmo dello squalo. Entrambi sono partiti a una velocità di 5,9 miglia orarie. Ma lo squalo, in vista del traguardo, ha accelerato a 25 miglia l’ora, come fa quando sta per azzannare una preda, e a quel punto non c’è stato più niente da fare. “Great Gold vs Great White Fish”, come era stata battezzata la sfida, alludendo alle 28 medaglie olimpiche e ai 38 record mondiali di Phelps, si è conclusa con la vittoria dello squalo con 2 secondi di vantaggio sull’uomo. Neanche tanto, in fondo.
E Phelps aveva uno svantaggio: la corsa si è disputata nelle acque di Mossel Bay, in Sud Africa, che hanno una rigida temperatura di 13 gradi centigradi, rispetto ai 27 delle gare in piscina. Rivincita? “Magari, ma in acque più calde”, dice il campione. Quello con le gambe, per intendersi.
Un’immagine creata scientificamente, misurando la rapidità con cui si muove il grande squalo bianco, per riprodurla esattamente anche se in modo artificiale sulla superfice dell’acqua. D’altra parte, come ha notato lo stesso Phelps, la corsa sarebbe finita probabilmente molto prima se al suo fianco ci fosse stato uno squalo vero: sottinteso, il suo avversario avrebbe verosimilmente deciso di mangiarselo. E in ogni caso sarebbe stato impensabile convincere uno squalo a nuotare in linea retta per 100 metri, partendo al segnale convenuto del “via”. La gara, insomma, è stata più spettacolo che sport, come conferma una sequenza in cui il nuotatore americano si è calato in profondità in una gabbia per vedere da vicino due squali autentici. Ma gli organizzatori dell’evento hanno fatto di tutto per dargli un contenuto sportivo credibile.
Phelps è stato equipaggiato con una muta di appena un millimetro di spessore, vietata nelle competizioni, per riprodurre l’effetto della pelle dello squalo sull’acqua. Inoltre ha ricevuto una pinna, attaccata ai piedi, per “pareggiare”, per così dire, il potenziamento che lo squalo riceve dalla propria. Infine, invece del suo tradizionale stile a farfalla, ha adottato una nuotata ondulata, chiamata in gergo “il calcio dei pesci”, anche questa più simile al modo di nuotare di un pescecane.
Per un po’, l’uomo ha tenuto il ritmo dello squalo. Entrambi sono partiti a una velocità di 5,9 miglia orarie. Ma lo squalo, in vista del traguardo, ha accelerato a 25 miglia l’ora, come fa quando sta per azzannare una preda, e a quel punto non c’è stato più niente da fare. “Great Gold vs Great White Fish”, come era stata battezzata la sfida, alludendo alle 28 medaglie olimpiche e ai 38 record mondiali di Phelps, si è conclusa con la vittoria dello squalo con 2 secondi di vantaggio sull’uomo. Neanche tanto, in fondo.
E Phelps aveva uno svantaggio: la corsa si è disputata nelle acque di Mossel Bay, in Sud Africa, che hanno una rigida temperatura di 13 gradi centigradi, rispetto ai 27 delle gare in piscina. Rivincita? “Magari, ma in acque più calde”, dice il campione. Quello con le gambe, per intendersi.